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4 Marzo 2021

Furio Colombo: "La Shoah è stata anche un delitto italiano"

di Giuseppe Lorin
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Furio Colombo: "La Shoah è stata anche un delitto italiano"

Intervista a un grande giornalista e scrittore che abbiamo avuto modo di incontrare di recente in occasione del ‘Giorno della Memoria’, per riflettere insieme a lui intorno alla categoria culturale, etica e morale del perdono e della complicità del regime fascista nell’affiancare il nazismo con le leggi razziali del 1938

Furio Colombo, politico, scrittore e giornalista, è stato l'ideatore e primo firmatario della 'Legge 211', da lui tenacemente voluta, che ha istituito il 27 gennaio come 'Giorno della Memoria', in ricordo del 27 gennaio 1945, quello della liberazione del campo di sterminio di Auschwitz, in Polonia. Il 'Giorno della Memoria' è poi divenuto, nel 2005, ricorrenza riconosciuta dall'Onu per ricordare la 'Shoah' e i perseguitati politici. Fin dalla sua istituzione, mentre conosce un consolidato tributo da parte di organi della Repubblica, da scuole e da persone, è anche fonte di critiche molto diverse fra di loro. Persino il cancelliere tedesco Angela Merkel, cristiano-democratica, si associò al Papa nell’esprimere lo sdegno contro quel vescovo negazionista, tal Richard Williamson, ribadendo che "la Shoah è stata un crimine contro Dio e contro l'umanità ed è inaccettabile e intollerabile chi, tra gli uomini, neghi o minimizzi l'immane catastrofe che, per ordine di una ideologia errata, venne compiuta".

Furio Colombo, cosa rappresenta, oggi, il perdono per il popolo ebraico?
"Il perdono credo sia un aspetto distorto del tempo che segue la Shoah, nel senso che nessuno ha i titoli per poter perdonare ciò che è accaduto e nessuna circostanza ci suggerisce che si dovrebbe perdonare: facendolo, si annullerebbe, si normalizzerebbe, si darebbe cioè l’impressione di normalizzare ciò che non può essere normalizzato. Naturalmente, c'è una ragione logica ancora più grande di quella psicologica, morale e storica che ho appena detto. Ed è che soltanto le vittime avrebbero il diritto di perdonare. Ma le vittime non sono presenti, in grandissima parte. Di conseguenza, non possono e non avrebbero mai potuto farlo. Detto questo, ritorno all'argomentazione logica: il perdono sembra inimmaginabile, perché ciò che è avvenuto non può essere normalizzato e quindi portato, inserito, in un rapporto dialettico tra domanda e risposta: se c'è una domanda, ci si immagina che segua una risposta; se c'è un torto, ci si immagina che vi sia una rettifica del torto attraverso il meccanismo della tolleranza o del perdono. Ma tutto ciò che è avvenuto e che chiamiamo ‘Shoah’ non è nell’ordine della logica storica, morale, umana o di un comportamento possibile. Di conseguenza, la categoria stessa non si può applicare, poiché l'impegno del perdono non può rientrare in questo discorso”.

Un pensiero di Primo Levi ribadisce che “tutti coloro che dimenticano il loro passato sono condannati a riviverlo”: ripensando alla situazione attuale e al comportamento di molti nel gestire la cosa pubblica, lei quale critica muove al potere di oggi?
"È molto difficile rispondere. Francamente, è una domanda difficile, perché bisognerebbe definire il potere e bisognerebbe definire il criterio in base al quale si formulano le colpe. Noi siamo entrati in una fase in cui il potere, se anche fosse buono - e non lo è - avrebbe comunque torto; e se anche fosse ragionevolmente all'altezza dei suoi gravissimi doveri, sarebbe comunque da condannare. Questo è un po’ il modo in cui ci stiamo comportando e in cui ci stiamo orientando”.

Ebrei e Palestinesi troveranno mai un punto d’equilibrio per una pace duratura?
”Io mi sono sempre ispirato a una frase di John Kennedy, che poi è stata ripetuta da Robert Kennedy durante la campagna elettorale del '68 conclusasi tragicamente. La frase è questa: “Tutti i problemi creati dagli esseri umani possono essere risolti dagli esseri umani”. Quindi, ho fiducia in questo senso: non c'è nulla di disumano nei palestinesi e non basta pensare che non sia possibile trovare un accordo alla terribile tensione con Israele. E viceversa. Inoltre, noi viviamo in un mondo che è tutto fatto di frontiere non riconosciute e di vicinanze nate malissimo: basti pensare all'India e al Pakistan, alla nascita sanguinosa del Bangladesh, al rapporto con le minoranze, mi riferisco ovviamente a minoranze storicamente importanti e numericamente grandi, ovviamente. Il popolo cinese, per esempio, da tempo ha una questione aperta con gli Uiguri: una questione gravissima, enorme. E ne ha anche un'altra con il Tibet, che è una vera e propria nazione inglobata all'interno della Cina stessa. Quindi, attraverso questo genere di esperienze, noi possiamo comprendere di più. In questo dramma, che effettivamente è un dramma importante, molto importante, tra israeliani e palestinesi, esiste una persistente organizzazione propagandistica per fare in modo che il problema di Israele sia sempre in vista, anche quando gli altri problemi, tanti altri problemi, parecchio più gravi, non lo sono. È un meccanismo di pubbliche relazioni. Bisognerebbe tener conto che, accanto alle vere, drammatiche e tante sofferenze dei palestinesi esiste anche un meccanismo di pubbliche relazioni che determina una tensione continua su fatti che non sono diversi, purtroppo. Anzi, sono comuni a tanti altri drammi che l'umanità sta vivendo. Abbiamo parlato di due o tre posti in Asia, per non parlare di quanto sta accadendo in Myanmar, ma non abbiamo parlato dell'Africa, dove almeno la metà di tutti i confini sono oggetto di contestazione, a volte violentissima, tra un Paese e l’altro, tra una minoranza e un'altra minoranza, tra una minoranza e un popolo che prevale. Di conseguenza, ci sono tutte le ragioni per credere che la situazione israelo-palestinese non sia affatto unica, come vogliono farci credere. È una situazione umana, molto diffusa, di cui vogliono farci credere che non sia risolvibile”.

L’Isis come i nazisti, la strage di Srebrenica avvenuta durante la guerra in Bosnia Erzegovina, dove vennero uccisi migliaia di musulmani bosniaci, le fosse comuni che gridano vendetta, i campi di concentramento italiani come le foibe ai nostri confini nazionali: qual è il suo pensiero in merito al perpetuarsi delle stragi dell'uomo sull'uomo?
“Purtroppo, il meccanismo delle stragi è di bassa intelligenza, ma d’intensa violenza. E trova ancora molto spazio nella gestione del conflitto politico. È una specie di demenza che percorre l'umanità, che l'ha percorsa attraverso i secoli e continua, come una sorta di epidemia che, di tanto in tanto, sembra domata, ma poi riprende con furia a imperversare fra e contro gli esseri umani, fra e contro gli esseri più deboli. Qui c’è un’osservazione in più da fare: oltre all’orrore che si prova per questa cosa, oltre a questa sensazione di demenza che riesce a insinuarsi, a circolare ancora e a installarsi in alcune isole di potenza, in cui c'è il potere di compiere una strage, la strage viene compiuta e l'atto demente viene realizzato. Ma oltre a ciò, non si può non pensare al fatto che, mentre il numero degli esseri umani che vivono sulla Terra aumenta, l’adeguatezza di coloro che si candidano, o si offrono, o comunque finiscono per essere designati come comandanti, leader, capi di Stato, dirigenti, sta diventando un problema sempre più evidente e sempre più grave. Come se il vero ‘talento’ umano, che di certo non è diminuito, andasse altrove, o si tenesse lontano dalla gestione degli affari comuni. E governi 'miserabili' si trovano alla testa di Paesi importanti: basti pensare alla metà dell'Asia e alla metà dell'Africa e, perché no, non escludiamo l’Europa, che non avrà governi miserabili, ma non riesce più neanche ad averne di eccellenti. Prendiamo, per esempio, l'egoismo dei governi europei, nei confronti della questione immigrazione. L'egoismo, l'assenza e la cecità di alcuni Paesi europei nei confronti di una realtà epocale, prima ancora che chiamarlo dramma, testimonia un'inadeguatezza paurosa, perché se è vero che Srebrenica è stata una strage e se anche è vero che nel Medio Oriente, in nome dell’Isis si sono compiuti massacri paurosi e spaventosi, anche l’Europa, per lungo tempo, ha tranquillamente assistito alla strage degli annegati nel Mediterraneo. E anche l'operazione 'Mare Nostrum', realizzata alcuni anni fa dall’Italia, è stata fatta molto tardi: molto tardi! Non sapremo mai il vero numero di annegati nel Mediterraneo degli ultimi dieci anni, in cui il flusso migratorio è cresciuto continuamente e coloro che hanno tentato di mettersi in salvo in Europa è continuamente aumentato. Si tratta di centinaia di migliaia di morti: un numero che equivale a una strage spaventosa. Di conseguenza, nel momento in cui diciamo “che orrore” e ci rendiamo conto della spaventosa rozzezza che si è insediata, della demenza che si impone nelle leadership di alcuni gruppi emergenti, non possiamo dimenticare che una certa demenza si aggira anche all’interno di governi e ambienti che a noi paiono lustri ed eleganti, poiché ben coperti da buone diplomazie”.

Tornando al Giorno della Memoria, celebrato di recente, lei ha fatto cenno, in più sedi, anche a un’altra data: ce ne vuole parlare?
"La mia data... Io ho fatto due proposte di legge: la prima l’ho ritirata su suggerimento di Tullia Zevi, che allora era presidente dell'Unione delle Comunità. Credo che sarebbe stata, per l'Italia e per gli italiani, molto importante: è quella del 16 ottobre 1943, quando avvenne la razzìa nel ghetto di Roma a portico d’Ottavia. Io volevo la data del 16 ottobre perché il vero scopo della mia proposta di legge sul Giorno della Memoria era stabilire, per legge, che la ‘Shoah’ sia stata anche un delitto italiano, avendo memoria anche personale, poiché c'ero, del come è nato e di come si sono affacciate le leggi razziali e di come sono state annunciate, di che cosa è avvenuto veramente nelle scuole, di che cosa è successo nella vita pubblica di allora, di che cosa è avvenut16_ottobre.jpgo nella vita degli italiani. Non posso sopportare l'idea che si sia instaurato il mito della cattiveria tedesca e della bontà italiana. Tutto questo non toglie nulla ai tanti 'giusti' che hanno rischiato o dato la vita per salvare molti concittadini ebrei in Italia, anche se ciò è avvenuto anche in tanti altri Paesi. Si tratta di una questione che non dovrebbe essere dimenticata, perché altrimenti si altera la Storia. La Shoah aveva due pilastri: uno erano le leggi tedesche del regime nazista e l'altro erano le leggi italiane, il cosìddetto 'pacchetto' delle leggi razziali, che sarebbe più giusto chiamare razziste, dell'Italia. Leggi per la difesa della razza che sono state votate all'unanimità da Camera e Senato italiani, che erano leggi italiane e che sono state applicate dagli italiani in tutta Italia, oppure dagli italiani per conto e successiva consegna dei prigionieri italiani ai tedeschi. L'idea che anche il cinema ha inculcato con una certa facilità che lo ‘stivalone’ delle SS fosse il vero protagonista della strage di ebrei in tutta Europa, dunque anche in Italia, mi sembrava giusto venisse rettificato da una non dimenticabile responsabilità dell'Italia. Perché ciò porta a una visione diversa della nostra Storia e pone fine alla retorica degli italiani così buoni rispetto agli altri".

Una robusta frangia culturale attende, sin dal 1975, la verità sull'omicidio di Pier Paolo Pasolini: lei che per l'ultima volta intervistò questo grandissimo intellettuale e poeta, che giustificazione si è dato su questo incombente silenzio che, da più parti, si vorrebbe squarciare?
"No, io non parlerei di 'silenzio'. Anzi, direi che c'è sempre stata una fervida discussione. Io non ho l'impressione che le istituzioni si siano particolarmente impegnate a soffocare una possibile verità, perché ogni giudice è rimasto libero di indagare e avrebbe potuto farlo. E infatti, sono state compiute delle indagini drammaticamente rivelatrici su molti aspetti della vita italiana. Non c'è stato e non poteva esserci un soffocamento istituzionale di altre indagini. Il fatto è che, a coloro che credono nel delitto organizzato e premeditato, io dico che purtroppo chi l'ha compiuto, se questa è la tesi da accettare, lo ha fatto in modo così perfetto, rispetto ad altri delitti, da non lasciare delle vere tracce identificabili con il passare degli anni. Di solito, il passare degli anni è favorevole al disvelamento di cose che nessuno ha voluto rivelare. Io, insieme ad alcuni dei più cari amici di Pasolini, come Enzo Siciliano, Alberto Moravia e Michelangelo Antonioni, la mattina stessa del delitto, all'alba, ci siamo recati sul posto. E con Dacia Maraini ci siamo detti: "E' impossibile andare al di là di questo". Ogni sospetto, ansietà e suggerimento è perfettamente possibile, ma altro non c'è. Tanto è vero che non c'è stato. C'è stato solamente l'intenso attivismo di Oriana Fallaci, che era tipico del suo appassionato stile di giornalismo. Ma a parte quello, purtroppo, mille ipotesi e nessun consolidamento possibile. Ed è sulla riva di questo fiume limaccioso che bisogna, purtroppo, fermarsi”.

Una sua personale riflessione sul complotto politico e sulla ‘ragione di Stato’?
"Siamo un Paese così ricco di complotti politici e di ragioni di Stato che stiamo dicendo cose assolutamente non impossibili e non inimmaginabili, ma perfettamente immaginabili, o che, al momento, sono ancora immaginabili”.

Abbiamo vissuto con estrema rabbia gli anni di piombo e l'omicidio di Aldo Moro: che idea si è fatto, oggi, dell’Italia, spesso ferita da vicende misteriose o da interrogativo che non hanno mai trovato una risposta?
“La domanda è troppo grande e importante: la questione Moro, certamente è stata di una gravità immensa e, su questa gravità, è calato un buio fitto, il più fitto di ogni altro delitto italiano, perché la personalità era di prima grandezza. E’ stata giocata la vita, quindi anche la conoscenza e la capacità di dire e di fare, di un esponente politico al vertice della vita politica italiana. Ed è stata cambiata e deviata la vita politica italiana per sempre. Quindi, il fatto è enorme. E su tale fatto enorme è calato un buio altrettanto grande, che ha impedito, fino a oggi, di poter sapere. Chi ha ucciso veramente Aldo Moro? Chi, quando e come? Diciamo che è il ‘delitto-simbolo’ di tutti i misteri rimasti oscuri”.

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Periodico Italiano Magazine - Direttore responsabile Vittorio Lussana.
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