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4 Marzo 2021

Giusy Versace (Fi): "Tutti uniti in difesa delle donne"

di Stefania Catallo
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Giusy Versace (Fi): "Tutti uniti in difesa delle donne"

Intervista alla deputata promotrice di una proposta di legge in favore dei centri antiviolenza a dimostrazione che le cause giuste non hanno colore e possono diventare patrimonio comune di tutte le forze politiche, per una battaglia antropologica e culturale in grado di allontanarci da antiquati 'steccati ideologici'

In occasione del 25 novembre, Giornata internazionale contro la violenza di genere, abbiamo chiesto all'onorevole Giusy Versace, appartenente a Forza Italia e in forze alla Commissione Affari sociali della Camera dei deputati, di parlare della proposta di legge riguardante i centri antiviolenza e le donne vittime di abusi, presentata di recente insieme al senatore Gasparri. La proposta aveva sollevato numerose critiche, soprattutto dalla presidente della rete Di.Re. che raggruppa numerose associazioni che si occupano del fenomeno. Ma Giusy Versace è una donna coraggiosa e fortemente impegnata nel sociale: dopo aver perso entrambe le gambe a causa di un incidente nel 2001, è diventata  la prima atleta italiana della storia a correre con amputazione bilaterale, collezionando ben 11 titoli italiani in 7 anni. Scrittrice per la letteratura, il teatro e i ragazzi, nonché concorrente a ‘Ballando con le stelle’, si è occupata anche della condizione delle donne nelle carceri e ha fondato la Onlus ‘Disabili No Limits’.

Onorevole VersaMascherina_1522.jpgce, la pandemia da Covid 19 ha modificato le modalità di accesso delle donne vittime di violenze alle strutture di accoglienza preposte. Con il primo 'lockdown' e ora con le nuove restrizioni, molte di loro non possono uscire per chiedere aiuto: quali interventi potrebbero essere messi in atto, secondo lei, nel qui e ora, oltre quelli già in atto, come ad esempio la mascherina 1522 da chiedere in farmacia?
“La verità è che c’è ancora molto da fare, soprattutto dal punto di vista culturale. Il senso del rispetto si è un po’ perso. Molte donne hanno paura, si sentono sole, cercano una spiegazione che non trovano. Durante il primo ‘lockdown’, tutti noi siamo stati costretti a rimanere in casa, ma in pochi hanno considerato che proprio le mura domestiche sono diventate, per tante donne, una prigione. Per qualcuna, addirittura un incubo. 11 donne sono state uccise. Non basta promuovere il 1522: a mio avviso, serve potenziare la rete dei centri antiviolenza e gli strumenti a sostegno di quelle donne che trovano il coraggio di denunciare. Dovrebbero esserci sportelli dedicati in ogni questura d’Italia, con personale qualificato e pronto ad accogliere questo tipo di denuncia. In qualche città esistono già, ma non è abbastanza. Servirebbe garantire da subito, dal momento della denuncia, un percorso di sostegno psicologico gratuito, che oggi manca in maniera sistematica”.

In questi mesi, la stampa si è occupata principalmente delle notizie sulla pandemia mentre, in precedenza, le cronache si occupavano anche dei reati di genere. Questo potrebbe far pensare ad una minore incidenza del fenomeno, quando invece le richieste di aiuto al 1522 sono aumentate del 75%: è necessario attivare di più i canali mediatici? E come riportare l'attenzione sul fenomeno?
“Certamente: la comunicazione è obiettivamente carente. Il Governo dovrebbe attivare delle campagne di sensibilizzazione e d’informazione, ma anche e soprattutto lavorare sulla prevenzione. A mio avviso, si dovrebbe cominciare, in modo più incisivo, già dalle scuole. I ragazzi, purtroppo e troppo spesso, sottovalutano il problema. Non sono solo i casi di violenza tra le mura domestiche che mi preoccupano, ma la mole di stupri, spesso di gruppo, che si consumano tra gli adolescenti. Un tema che mi fa rabbrividire e di cui si parla poco. E non basta solo parlarne: serve che lo Stato intervenga a gamba tesa, adottando delle misure mirate volte soprattutto a prevenire. Dobbiamo lavorare molto di più sulla cultura e sul rispetto per la vita”.

E' di pochi giorni fa la notizia che, insieme al senatore Maurizio Gasparri, lei ha presentato una proposta di legge che riguarda i centri antiviolenza: vorrebbe spiegarci di cosa si tratta?
“Il testo che abbiamo depositato, io alla Camera e il presidente Gasparri al Senato, è stato a lungo condiviso e ragionato. La proposta vuole sostenere maggiormente le donne, aiutandole a maturare una decisione che da sole, spesso, non riescono a prendere; creare un albo nazionale che riconosca, ufficialmente, le associazioni che si occupano di questo, per rafforzare la rete e favorirne la comunicazione; accrescere le competenze degli operatori specializzati garantendo un supporto psicologico gratuito per l’assistito e a carico dello Stato per il professionista. Aspetti che oggi mancano e di cui se ne sente la reale necessità”.  

A questa notizia è seguita subito una replica da parte di Antonella Veltri, presidente di 'Di.Re-Donne in Rete contro la violenza', che ha dichiarato: “I centri antiviolenza non sono servizi e devono essere gratuiti”: qual è la sua risposta a questa esternazione?

“Voglio credere che la presidente abbia rilasciato una dichiarazione impulsiva, senza leggere o approfondire davvero il testo della nostra proposta. E di questo me ne dispiaccio. Nessuno ha mai detto di voler privatizzare i centri antiviolenza: in verità, non li abbiamo mai nemmeno citati, se non per evidenziarne l’efficienza. La presidente Veltri afferma diverse cose che vanno in contrasto con la finalità della nostra proposta di legge. Noi chiediamo che l’assistenza psicologica parta subito e che sia a carico dello Stato, tanto che, se anche lei avesse voglia di leggere il testo, troverà al ‘capo II’, tutti gli articoli che ne specificano i dettagli. Chiediamo, infatti, l’istituzione di un registro nazionale per coloro che intendono prestare assistenza gratuita come operatore specializzato contro la violenza sessuale e di genere, che possa fornire da subito adeguata assistenza e, soprattutto, a titolo gratuito. In breve, l’onorario e il rimborso spese per il professionista saranno a carico dello Stato. Non mi sembra che questa nostra iniziativa legislativa vada contro i centri antiviolenza. Tutt’altro: semmai li supporta. Se ricordo bene, la presidente Veltri, nella stessa nota, afferma inoltre che i centri hanno già un rapporto con le università, come se la nostra proposta volesse in qualche modo interferire. Noi chiediamo solo che le università promuovano l’istituzione di appositi corsi post universitari, per consentire agli aspiranti ‘operatori specializzati contro la violenza’ le informazioni e le conoscenze necessarie per prestare al meglio questo tipo di assistenza. Si parla di formazione. Nulla toglie al fatto che i rapporti esistenti tra università e centri antiviolenza continuino. Insomma, voglio credere che si tratti di un ‘misunderstanding’ risolvibile. E invito la presidente a ritenermi a sua disposizione per qualsiasi confronto in merito. Parliamo di un testo depositato, il cui iter parlamentare non è certo breve: i passaggi che una proposta di legge deve fare, prima che sia approvata dal parlamento, sono numerosi e complessi. C’è tutto il tempo per confrontarsi ed elaborare modifiche lì dove ce ne fosse bisogno”.

In questi giorni, ricorre la Giornata internazionale contro la violenza di genere: quali iniziative ha programmato?
“Da anni, cerco di promuovere iniziative volte a sensibilizzare soprattutto i più giovani. Insieme all’amica Jo Squillo partecipo attivamente alle iniziative di ‘Wall of dolls – Il muro delle bambole’: un’installazione permanente nata a Milano, che abbiamo replicato in altre città italiane. Anche quest’anno, non mi esimerò dall’essere presente, seppur in via telematica, vista l’impossibilità di organizzare eventi a causa della pandemia. Ma ho un altro progetto, che mi sta molto a cuore e che ho lanciato l’anno scorso alla Camera dei deputati dove, in occasione del 25 novembre scorso, ho presentato una mostra fotografica dal titolo ‘I muri del silenzio’: volti noti e meno noti che si coprono occhi, orecchie e bocca, a voler dire: ‘Non vedo, non sento, non parlo’, per denunciare come l’omertà diventi complice della violenza. Ricordo di aver coinvolto oltre 50 studenti provenienti da licei romani, venuti ad assistere alla mostra e al dibattito: è stato un evento molto partecipato. Quest’anno, ho deciso di raccogliere quelle foto in un libro fotografico dal medesimo titolo, implementandolo con altri scatti, che servirà per promuovere il senso del rispetto, ma soprattutto per ricordare a tutte le donne che non sono sole. Il libro servirà, inoltre, per avviare una raccolta fondi a sostegno delle donne vittime di violenza che mi verranno segnalate proprio dai centri antiviolenza di Milano”.

Vuol condividere una sua riflessione sul fenomeno con i nostri lettori?
“Lavoriamo tutti uniti per essere più generosi, attenti e inclusivi. Promuoviamo il rispetto, di cui purtroppo in molti hanno dimenticato il significato. Serve, ora più che mai, più rispetto per la vita, per noi stessi e per gli altri. Solo su queste basi possiamo sperare e immaginare di vivere in un mondo migliore”.


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Periodico Italiano Magazine - Direttore responsabile Vittorio Lussana.
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