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22 Agosto 2017

Furio Colombo e i delitti italiani

di Giuseppe Lorin
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Furio Colombo e i delitti italiani

Il paradosso del Giorno della Memoria, la Ragione di Stato, i disastri italiani, la destabilizzazione politica e altro ancora...

Incontriamo l’onorevole Furio Colombo per definire insieme i tratti essenziali di questa nostra Italia, tanto vituperata dai cittadini e da coloro che la criticano dall’estero, ma sempre più meta ambita da turisti sia endogeni che esogeni, alla scoperta delle mirabilia avute in eredità da un passato storico unico al mondo.  
Furio Colombo, politico, scrittore e giornalista, è stato nel 2000 l’ideatore e primo firmatario della legge 211, da lui tenacemente voluta, che istituisce il 27 gennaio come “Giorno della Memoria”, in ricordo del 27 gennaio 1945, liberazione del campo di sterminio di Auschwitz, in Polonia. Il Giorno della Memoria, ideato in Italia nel 2000, è divenuto nel 2005 ricorrenza riconosciuta dall’Onu per ricordare la Shoah e i perseguitati politici. Fin dalla sua istituzione, mentre conosce un consolidato tributo da parte di organi della Repubblica, da scuole e da persone, è anche fonte di critiche molto diverse fra di loro.
Il cancelliere tedesco Angela Merkel, cristiano-democratica,  si associò al Papa nell’esprimere lo sdegno contro quel vescovo negazionista, Richard Williamson, ribadendo che la Shoah è stata un crimine contro Dio e contro l’umanità ed è inaccettabile e intollerabile chi, tra gli uomini, neghi o minimizzi l’immane catastrofe che, per ordine di una ideologia errata, venne compiuta”. 

Onorevole, cosa rappresenta oggi per il popolo ebraico il perdono?
"Il perdono credo che sia un aspetto distorto del tempo che segue la Shoah nel senso che nessuno ha i titoli per poter perdonare ciò che è accaduto e nessuna circostanza ci suggerisce che si dovrebbe perdonare perché facendolo si annullerebbe, si normalizzerebbe, si darebbe l’impressione di normalizzare ciò che non può essere normalizzato, naturalmente c’è una ragione logica ancora più grande di quella psicologica e morale e storica che ho appena detto ed è che soltanto le vittime avrebbero il diritto di perdonare ma le vittime non sono presenti in grandissima parte, non sono presenti e di conseguenza non possono e non avrebbero mai potuto farlo. Detto questo ritorno all’argomento logico, sembra inimmaginabile perché ciò che è avvenuto non può essere normalizzato e quindi portato, messo come nel rapporto tra domanda e risposta, se c’è una domanda ci si immagina che segua una risposta, se c’è un torto ci si immagina che ci sia una rettificazione del torto attraverso il meccanismo della tolleranza o del perdono. Ora tutto ciò che è avvenuto e che chiamiamo Shoah non è nell’ordine della logica storica, morale, umana e di comportamento possibile e di conseguenza non si applica, mentre l’impegno del perdono non entra nel nostro discorso”.   

Un pensiero di Primo Levi ribadisce che “tutti coloro che dimenticano il loro passato, sono condannati a riviverlo”; ripensando alla situazione attuale ed al comportamento nel gestire la cosa pubblica, e all’assenza della protezione civile specialmente in Liguria, lei quale critica muove al Potere?
"È molto difficile rispondere, francamente è una domanda difficile perché bisognerebbe definire il Potere e bisognerebbe definire il criterio in base al quale si formulano le colpe. Noi siamo entrati in una fase in cui il Potere se anche fosse buono, e non lo è, avrebbe comunque torto; se anche fosse ragionevolmente all’altezza dei suoi gravissimi doveri sarebbe comunque da condannare, questo è un po’ il modo in cui ci stiamo comportando e in cui ci stiamo orientando cioè, per esempio, molte delle aggressioni che ha subito il sindaco di Genova nella giornata in cui è andato a vedere i disastri della sua città, molti di quei modi e di quelle aggressioni erano parecchio al di là del meritato, nel senso che un sindaco ha il Potere fino ad un certo punto e non va al di là di quel punto. Di conseguenza era accusato di cose che non ha fatto e che non avrebbe mai potuto fare. Quindi mi riesce difficile rispondere alla domanda, potrei dire se fosse una questione giudiziaria, potrei dire, potrei obiettare che è troppo generale per poter rispondere”.   

Ebrei e Palestinesi troveranno un punto d’equilibrio per una pace duratura?
"Io mi sono sempre ispirato a una frase di John Kennedy, che poi è stata ripetuta da Robert Kennedy durante la campagna elettorale del ’68 conclusasi così tragicamente, ed è che “tutti i problemi creati dagli esseri umani possono essere risolti dagli esseri umani” quindi ho fiducia in questo senso, non c’è nulla di disumano nei palestinesi che basta pensare che non sia possibile trovare un accordo alla terribile tensione con Israele e viceversa, inoltre noi viviamo in un mondo che è tutto fatto di frontiere non riconosciute e di vicinanze che sono nate malissimo, basti pensare all’India e al Pakistan, basti pensare alla nascita sanguinosa del Bangladesh, basti pensare al rapporto con le minoranze, di minoranze storicamente importanti e numericamente grandi, per i cinesi, il popolo cinese ha una questione aperta con gli Uiguri, che è gravissima, che è enorme, e ne ha un’altra con il Tibet che è una vera e propria nazione inglobata all’interno di se stessa. Quindi noi sappiamo di più di questo dramma che effettivamente è un dramma importante, molto importante e di Israele e dei palestinesi verso Israele, perché esiste una persistente organizzazione anche propagandistica per fare in modo che il problema di Israele sia sempre in vista anche quando gli altri problemi, tanti altri problemi, parecchio più gravi non sono in vista. È un meccanismo di pubbliche relazioni. Bisognerebbe tener conto che accanto alle vere e drammatiche e tante sofferenze dei palestinesi esiste un meccanismo di pubbliche relazioni che determina una tensione continua su fatti che non sono diversi, purtroppo, anzi sono comuni ai drammi che l’umanità sta vivendo. Abbiamo parlato di due o tre posti in Asia, non abbiamo parlato dell’Africa dove almeno metà di tutti i confini sono oggetto di contestazione a volte violentissima tra un paese e l’altro, tra una minoranza e un’altra minoranza, o tra una minoranza ed un popolo che prevale. Di conseguenza ci sono tutte le ragioni per credere che la situazione Israele-Palestina non sia affatto unica come vogliono far credere. È una situazione umana molto diffusa ed essendo umana non sia risolvibile”.   

L’ISIS come i nazisti, la strage di Srebrenica avvenuta durante la guerra in Bosnia Erzegovina dove vennero uccisi migliaia di musulmani bosniaci, le fosse comuni che gridano vendetta, i campi di concentramento italiani come le foibe nel nostro confine nazionale; pensa che sarà dato sufficiente spazio per dire finalmente la verità sulle vittime, e che sarà fatta finalmente giustizia? Una riflessione di Furio Colombo sul perpetuarsi delle stragi uomo contro uomo!
"Purtroppo il meccanismo della strage è un meccanismo di bassa intelligenza e di intensa violenza che trova ancora molto spazio nella gestione del conflitto politico. È una specie di demenza che percorre l’umanità e che ha percorso l’umanità attraverso i secoli e che continua come una sorta di epidemia che di tanto in tanto sembra domata e che poi riprende con furia a imperversare fra e contro gli esseri umani, fra e contro gli esseri più deboli. Qui c’è un’osservazione in più da fare, oltre all’orrore che si prova per questa cosa, oltre a questa sensazione di demenza che riesce ad insinuarsi, a circolare ancora ad installarsi in alcune isole di potenza dove c’è il Potere di compiere la strage, la strage viene compiuta, quindi l’atto demente viene realizzato. Oltre a questo non si può non pensare al fatto che mentre il numero degli esseri umani che vivono sulla terra aumenta, l’adeguatezza di coloro che si candidano o si offrono o comunque finiscono per… essere i comandanti, i leader, i capi, i dirigenti, questa inadeguatezza diventa più grave, aumenta, come se il talento umano che certo non è diminuito, andasse altrove, ma si tenesse lontano dalla gestione degli affari comuni, per cui i governi miserabili si trovano alla testa di paesi importanti, basta pensare alla metà dell’Asia e alla metà dell’Africa, e perché no, non escludiamo l’Europa che non avrà governi miserabili ma non ha neanche governi eccellenti, tutt’altro che eccellenti, per esempio l’egoismo dei governi europei, tutti, tranne l’Italia in questo momento, solo perché è costretta dal fatto di avere le coste, ma l’egoismo, l’assenza e la cecità dei paesi europei nei confronti della realtà, prima ancora di chiamarlo dramma, della realtà dell’immigrazione, testimonia di una inadeguatezza paurosa perché se è vero che Srebrenica è una strage, se è vero che nel Medio Oriente in questo momento in nome dell’ISIS si compiono stragi paurose e spaventose, bhè, l’Europa sta tranquillamente assistendo alla strage degli annegati nel Mediterraneo e se non fosse per quei frammenti di operazione Mare Nostrum fatti dall’Italia molto tardi, molto tardi poiché non sapremmo mai il vero numero degli annegati negli ultimi dieci anni in cui è cresciuto continuamente il numero degli immigrati, coloro che hanno tentato di mettersi in salvo in Europa, ma certamente si tratta di decine di migliaia, un numero che equivale ad una spaventosa strage. Di conseguenza, nel momento in cui diciamo “che orrore” e  giustamente lo diciamo, delle stragi di ISIS e ci rendiamo conto della spaventosa rozzezza che si è insediata, della demenza che si è insediata nella leadership di alcuni gruppi emergenti, non possiamo dimenticare di una certa demenza  che si aggira anche all’interno di governi che a noi paiono lustri ed eleganti e ben coperti da buone diplomazie e che invece per esempio questa è l’Europa, restano ciechi, totalmente ciechi, sia davanti alla persecuzione dei Rom sia davanti all’abbandono degli immigrati. Queste sono due stragi”.     

È nelle librerie il libro a dialoghi “Il paradosso del giorno della memoria” ideato da Vittorio Pavoncello assemblando interviste di Furio Colombo e Athos De Luca rilasciate ai maggiori quotidiani e dispute – desunte da registrazioni – per arrivare alla proposta di legge sull’istituzione del Giorno della Memoria. Ritiene ci siano delle prospettive, delle contraddizioni, delle problematiche legate all’istituzione del 27 gennaio? Nella presentazione del libro alla Festa Democratica di Roma, a Porta Ardeatina, lei ha accennato ad un'altra data più incisiva secondo lei, di quella della liberazione di Auschwitz, ce ne vuole parlare?

"La mia data… io ho fatto due proposte di legge; la prima l’ho ritirata su suggerimento di Tullia Zevi, che allora era presidente dell’Unione delle Comunità. Credo che sarebbe stata per l’Italia e per gli italiani molto importante la data del 16 ottobre quando avvenne la razzia nel ghetto di Roma, a portico d’Ottavia. Io volevo la data del 16 ottobre perché il vero scopo della mia proposta di legge sul giorno della memoria era di stabilire, per legge, che la Shoah era anche un delitto italiano, avendo memoria anche personale, perché c’ero, del come è nato e di come si sono affacciate le leggi raziali e di come sono state annunciate, di che cosa è avvenuto nelle scuole, di che cosa è avvenuto nella vita pubblica, di che cosa è avvenuto nella vita degli italiani, non potevo sopportare l’idea che così a lungo si fosse instaurato il mito della cattiveria tedesca e della bontà italiana. Questo non toglie nulla ai tanti giusti che hanno rischiato o dato la vita per salvare molti concittadini ebrei in Italia, ma questo è avvenuto anche in tanti altri paesi. Il problema che non andava dimenticato, perché altrimenti ne sarebbe uscita alterata la Storia, era che la Shoah aveva due pilastri, uno erano le leggi tedesche del regime tedesco nazista e l’altro erano le leggi, il pacchetto, il così detto pacchetto delle leggi raziali, che sarebbe più giusto chiamare razziste italiane, leggi per la difesa della razza, che sono state votate all’unanimità da Camera e Senato italiani e che sono leggi italiane, che sono state applicate da italiani in tutta Italia, oppure dagli italiani per conto e successiva consegna dei prigionieri italiani ai tedeschi. L’idea che anche il cinema aveva inculcato una certa facilità con cui lo stivalone delle SS era il vero protagonista della strage di ebrei in Europa e dunque anche in Italia mi sembrava giusto che fosse rettificato da una non dimenticabile responsabilità dell’Italia, perché questo porta ad una visione diversa della nostra Storia e pone fine alla retorica degli italiani così buoni rispetto a tutti gli altri”.

La frangia culturale del popolo italiano attende dal 1975 la verità sull’omicidio di Pier Paolo Pasolini; lei che per l’ultima volta intervistò l’intellettuale Pasolini che giustificazione si è data su questo incombente silenzio che da più parti si vuole squarciare?
"No, io non direi “silenzio”, direi che c’è sempre stata molta fervida discussione; non ho l’impressione che le istituzioni si siano particolarmente impegnate a soffocare una possibile verità, perché ogni giudice è rimasto libero di indagare e avrebbe potuto farlo, così come infatti si sono compiute in quegli anni delle indagini anche spericolate e anche drammaticamente rivelatrici su aspetti della vita italiana come per esempio quelli che stanno venendo alla luce come il processo di Palermo sulle trattative Stato-Mafia; non c’è stato e non poteva esserci un soffocamento istituzionale di altre indagini, il fatto è che a coloro che credono nel delitto organizzato e premeditato, io dico che purtroppo chi l’ha fatto, se questa è la tesi da accettare, l’ha fatto in modo più perfetto di altri delitti perché non ha lasciato delle vere tracce identificabili con il passare degli anni; di solito, il passare degli anni è favorevole al disvelamento di cose che nessuno ha voluto svelare; qui il caso è al contrario ed è la ragione per cui io, insieme ad alcuni dei più cari amici di Pasolini, come Enzo Siciliano, Alberto Moravia, c’era Antonioni con me il giorno in cui la mattina all’alba siamo andati sul posto, Dacia Maraini, ci siamo detti è impossibile andare al di là di questo. Ogni sospetto, ansietà e suggerimento è perfettamente possibile ma altro non c’è, tanto è vero che non c’è stato, c’è stato l’intenso attivismo di Oriana Fallaci, che era tipico del suo appassionato stile di giornalismo, ma a parte quello, purtroppo, mille ipotesi e nessun consolidamento possibile, ed è sulla riva di questo fiume limaccioso che bisognerebbe, purtroppo, fermarsi”.     

Una sua personale riflessione sul Complotto Politico e sulla Ragione di Stato?
"Siamo un paese così ricco di complotti politici e di ragioni di Stato che stiamo dicendo cose assolutamente non impossibili e non inimmaginabili ma perfettamente immaginabili, però al momento sono ancora immaginabili”.  

Abbiamo vissuto con estrema rabbia gli anni di piombo e l’omicidio di Aldo Moro; la destabilizzazione politica intentata ha coinvolto uomini come Bettino Craxi e, a quanto pare ha coinvolto anche Silvio Berlusconi e ancora oggi, da più parti, si attenta alla destabilizzazione dello Stato e al crollo del Governo Renzi.  Che idea ha lei dello Stato italiano? Cosa sta avvenendo in questa Italia?
"La domanda è troppo grande e importante, io mi limiterei alla questione Moro, certamente è stata di una gravità immensa e su questa gravità è calato un buio più fitto e bisogna riconoscere che è il più fitto di ogni altro delitto italiano perché la personalità era di prima grandezza, è stata giocata la vita, quindi anche la conoscenza e la capacità di dire e di fare, di un personaggio al vertice della vita politica italiana ed è stata cambiata e deviata la vita politica italiana per sempre. Quindi il fatto è enorme e sul fatto enorme è calato un buio altrettanto grande che ha impedito fino a oggi e mentre stiamo parlando, di poter sapere, per esempio, chi ha ucciso Aldo Moro, chi, quando e come. Diciamo che è il delitto simbolo di tutti i delitti rimasti oscuri”.

Potremmo concludere questa intervista ricordando le parole di Primo Levi: “Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario… La memoria è come il mare: può restituire brandelli di rottami a distanza di anni”.

 

Per saperne di più

FURIO COLOMBO - Giornalista e scrittore, Furio Colombo, ha diviso la sua vita fra Italia e Stati Uniti. È giornalista e inviato speciale per molte testate, ha diretto vari programmi culturali della Rai-Tv ed è autore di numerosi saggi e romanzi. Nel 1963 è tra i fondatori del Gruppo ‘63. All’inizio degli anni ‘70 partecipa alla fondazione del DAMS di Bologna dove insegna dal 1970 al 1975. Negli Stati Uniti è stato corrispondente de La Stampa e de La Repubblica. Ha scritto per il New York Times e la New York Review of Books. Già presidente della Fiat USA, professore di giornalismo alla Columbia University, direttore dell’Istituto Italiano di Cultura. Direttore storico de L'Unità.


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