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26 Ottobre 2020

Regina Schrecker: "Vi racconto la mia profonda amicizia con Andy Warhol"

di Domenico Briguglio
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Il nostro incontro con la grande stilista italo-tedesca, recentemente promotrice di un’iniziativa in favore degli “eroi della pandemia”: medici e infermieri in prima linea nella lotta contro il Covid 19

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Dopo la sua recente iniziativa a favore degli operatori sanitari, che ha visto la creazione di un meraviglioso ‘foulard d’autore’ dedicato - e destinato - agli "eroi della pandemia", abbiamo gentilmente ottenuto un incontro con la grande stilista italo-tedesca, Regina Schrecker. Ne è scaturita un'intervista ricca di spunti interessanti, dalla quale è emersa la personalità dinamica e, a tratti, ‘vulcanica’ di questa vera ‘regina’ della moda.

Regina Schrecker, innanzitutto cosa l'ha spinta alla sua recente iniziativa, dedicata a medici e infermieri che stanno combattendo contro il Covid 19?
”Verso la fine di gennaio avevo visto su internet alcune immagini impressionanti relative all'andamento di questa nuova patologia, il Covid 19, in Cina. Allora mi sono chiesta, oltremodo preoccupata, cosa avrebbe potuto accadere se quella situazione si fosse replicata anche in Italia. In seguito, vennero i fatti di Codogno: fu un duplice shock, sia per il timore del contagio, sia per le possibili ricadute negli spostamenti personali, che per me, abituata a muovermi in giro per il mondo senza sosta, sono parte irrinunciabile e inscindibile della vita. A poco a poco, la mia parte più ottimistica prese il sopravvento. E cominciai a pensare a un ‘dopo’, a una rinascita che, di certo, non sarebbe mancata. Nacque, così, l'idea del foulard: una speranza nel futuro e, insieme, una testimonianza della mia gratitudine a chi stava combattendo la malattia in prima linea”.

Com'è iniziata la sua avventura nel mondo della moda?
“Ero in un bar di Firenze e un signore, molto distinto, mi avvicinò, chiedendomi se mi sarebbe piaciuto sfilare: quel signore era Emilio Pucci. Mi recai nel suo atelier e quello che vidi non mi convinse: declinai la proposta. Qualche tempo dopo, in via della Spiga, a Milano, fui avvicinata da un'altro distinto signore, che con garbo e cortesia mi chiese se avessi voluto partecipare a un Carosello. Pensai: ‘Un Carosello’? Ma subito dopo accettai. La mia parte consisteva nel condurre un carrello in un supermercato, con una sola battuta - ‘Dice a me’? - in risposta a una voce fuori campo. Indossavo, per l'occasione, un abito Courrege, forse il massimo in quel periodo. Ne vennero poi altri, con Johnny Dorelli, Enzo Jannacci e Walter Chiari”.

Solo caroselli o anche altri impegni?
“Anche altro: sfilate a Parigi, Londra e New York”.

Dove poi ha conosciuto un ‘certo’ Andy Warhol, è così?
“Sì. Un amico mi aveva accompagnata alla sua ‘Factory’. Contrariamente a quanto si possa pensare, Andy era una persona timida, un po' introversa, che riusciva ad aprirsi solo con chi dimostrava di meritare la sua amicizia. Ci siamo ‘ammirati’ a vicenda. Lui, da artista, era colpito dal mio modo di stare in passerella: un apparire senza ‘darsi’ al pubblico. Io, invece, ammiravo la sua capacità, unica, d'incanalare la grafica nell'arte, creando un nuovo genere, che gradualmente ha conquistato il mondo”.
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Cosa ricorda, in particolare, del periodo trascorso a New York?
“Fu un'esperienza che durò anni, culminata con il ritratto che Andy volle dedicarmi. Solo che quel ritratto si sdoppiò: diventarono due, che lui portò, in seguito, a Milano, presenziando con altri amici, tra i quali Basquiat, a una mia sfilata. Quei due ritratti sono diventati le icone della mia ‘maison’. Da lì in poi, la mia strada divenne in discesa, talvolta con ostacoli imprevisti, talaltra condita da successi frutto di un’accurata programmazione, mai del caso”.

Qual è stato il passo successivo?

“Mi ero stancata del ruolo di ‘oggetto’. La mia insofferenza, giunta all'estremo, mi spinse a passare dall'altra parte: quella dei creatori. Alla fine degli anni '70 ricoprii un ruolo specifico per alcuni brand di moda, quello della ‘stilista di linea’, ma mi stava stretto. Così, nel 1980, feci il passo decisivo: l'esordio con il mio brand da ‘total look’. Ovvero, la creazione di tutti gli elementi di vestiario, inclusi anche gli accessori”.

Dal passato, al futuro: cosa ci dobbiamo aspettare?
“Sto partecipando, insieme ad altri artisti, a un progetto triennale per la città di Firenze: la commemorazione dei 700 anni dalla morte di Dante Alighieri. Il programma, davvero enorme, include componenti di tutte le arti: musica, teatro, poesia e, ovviamente, la moda, con ampio spazio per tutte le maestranze specializzate, veri artigiani che realizzano la confezione degli abiti. Non mancheranno anche esperti che proporranno dissertazioni teologiche, essenziali per comprendere l'immensa opera del grande poeta. Ogni anno, ci sarà la messa in scena di una parte della ‘Commedia’, a partire, ovviamente, dall'Inferno. Ogni fase della preparazione sarà puntualmente documentata da operatori web, al fine di far conoscere al pubblico mondiale ogni aspetto, anche il più recondito, della costruzione dell'evento”.

Se dovesse tornare indietro nel tempo, cambierebbe qualcosa di quello che ha fatto?
“Assolutamente nulla: rifarei tutto quello che ho fatto, in tutto e per tutto”.
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NELLA FOTO QUI SOPRA: REGINA SCHRECKER AL TERMINE DI UNA SFILATA DELLA SUA MAISON

AL CENTRO: UN RITRATTO FOTOGRAFICO DELLA SPLENDIDA STILISTA ITALO-TEDESCA

IN APERTURA: UNO SCATTO IN COMPAGNIA DEL GRANDE ANDY WARHOL


Periodico Italiano Magazine - Direttore responsabile Vittorio Lussana.
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