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14 Aprile 2021

Riccardo Bernini: "Costretti a chiudere il Ligera: via Padova si sveglierà più corta"

di Valentina Cirilli
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Riccardo Bernini: "Costretti a chiudere il Ligera: via Padova si sveglierà più corta"

Dopo gli sforzi vani per mettere a norma il locale contro il contagio da coronavirus, il gioco ‘apri e chiudi’ e la chiusura fino a ‘data da destinarsi’, i due fondatori dello storico spazio milanese hanno abbassato le saracinesche

“Speriamo sia un arrivederci e non un addio”, ci confida Riccardo Bernini, fondatore del ‘Ligera’ insieme a Federico Riccardo Chendi, “ma le condizioni attuali non ci hanno permesso di continuare questa esperienza”. Ebbene, sì: la pandemia si porta via un pezzo prezioso di quel sottobosco culturale della 'night life' meneghina. Proiettato negli anni ‘70, lo ‘Spazio Ligera’, così sinceramente ‘underground’ e così ‘diversamente milanese’, ha saputo custodire la varietà espressiva di artisti grandi e piccoli e la ricchezza multiculturale di via Padova. Molto più di un semplice locale: un esperimento ben riuscito di rigenerazione urbana. Tanti, infatti, hanno riconosciuto in questo spazio un baluardo contro la minaccia della ‘gentrificazione’ selvaggia del No.Lo., quartiere della periferia a nord-est di Milano. La pandemia - o per meglio dire la sua ‘malagestione’ - si è portata via un altro tentativo di progetto culturale dal basso e, con esso, un pezzo di cuore di chi lo frequentava. Perché se "senza via Padova, il Ligera sicuramente non sarebbe esistito. E forse”, aggiunge Riccardo Bernini, “via Padova, senza il Ligera, si sveglierà più corta". Facendo due chiacchiere con Riccardo non si può fare a meno di pensare a tutti coloro che, in questo momento, sono lì a progettare ‘a tavolino’ la strategia migliore per il successo della propria attività, quando invece storie belle come questa dimostrano quanto siano frutto di un’alchimia, spontanea e speciale, con le persone e l’identità del luogo in cui nascono. Il quartiere ‘multisfaccettato’ di via Padova, come una sorta di carburante naturale, dal 2007, anno di apertura dell’attività, non ha mai smesso di regalare idee, calore e sostegno al ‘Ligera’, fino alla fine. Anche quando i due fondatori si sono resi conto di aver consumato ogni risorsa, al fine di ‘navigare a vista’ per un anno intero, il quartiere è andato in loro soccorso caldeggiando una campagna di ‘crowdfunding’. Così come per tanti locali, teatri, cinema, bar e ristoranti, a nulla sono valsi i tentativi per adattarsi alle normative anti-Covid, quando una mattina è stato deciso che queste non erano più valide, dichiarando l’ennesima chiusura “a data da destinarsi”. Chiusura che, per il ‘Ligera’, è diventata praticamente definitiva. La campagna di ‘crowdfunding’, ideata dall’esterno e presente nella pagina Facebook del locale, ha raccolto già 5 mila euro. La cifra servirà a realizzare il testamento di questa esperienza unica: un libro e un documentario che raccoglierà la storia e le esperienze di artisti, organizzatori, frequentatori assidui e meno dello spazio di via Padova, 133. Si tratterà di una narrazione collettiva curata dai due fondatori e realizzata con l'aiuto di ‘Produzioni dal Basso’ e di ‘Insolito Cinema’. Per intanto, noi pubblichiamo qualche anticipazione nell’intervista che segue.

Riccardo Bernini: chi c'è dietro lo Spazio Ligera e come nasce il progetto di questo insolito locale milanese?

"Ci siamo io, Riccardo Bernini e il mio socio-fondatore, Federico Riccardo Chendi. Entrambi lavoravamo in una galleria d'arte e, durante i nostri viaggi, abbiamo immaginato un posto che potesse essere a metà strada tra un club berlinese, un pub di Lisbona e una galleria d'arte notturna, improntata verso l'arte figurativa. La musica ha trovato poi la sua centralità, diventando il fulcro della programmazione. Abbiamo pensato a Milano perché, secondo noi, alla città mancava uno spazio del genere. La scelta di via Padova è arrivata in modo naturale: ci attraeva quel suo essere un ‘melting pot’ di culture, una zona di frontiera: il ‘far west’ di Milano. Da subito, questo quartiere si è mostrato il terreno adatto su cui fare germinare i nostri progetti".

Non solo progetti musicali, ma una varietà di esperienze artistiche hanno trovato spazio in 14 anni di attività: cosa ha rappresentato il vostro spazio per coloro che lo frequentavano?
"La musica è sempre stata la protagonista: abbiamo cercato di dare spazio ai generi più diversi, dal cantautorato ‘chitarra e voce’ alle sonorità sperimentali più estreme, come l’art noise, fino alla musica industriale di Osvaldo Schwartz. Qui, giovani band hanno mosso i primi passi e si sono perfezionate, ma anche artisti più noti ci hanno sempre tenuto a fare da noi una ‘data’ dei loro concerti, come fosse un portafortuna. Oltre alla musica abbiamo ospitato cineforum, presentazioni di libri, teatro e addirittura karaoke. Per molti, lo ‘spazio Ligera’ era una seconda casa, il prolungamento del salotto della propria abitazione. E alla notizia della chiusura è sembrato di togliergli un pezzo di loro”.
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Nel vostro comunicato stampa, voi scrivete che "senza via Padova, il 'Ligera' sicuramente non sarebbe esistito ma che, forse, via Padova senza il Ligera si sveglierà più corta": cosa intendete dire e quale rapporto c’è tra il vostro locale e questo quartiere?
"Con il quartiere c’è stato un legame simbiotico: il ‘Ligera’ deve il suo successo, in primis, agli abitanti di via Padova, che sin dall’inizio ci hanno dimostrato un grande affetto. Un paio di anni dopo la nostra apertura sulla via ci fu un episodio di cronaca molto spiacevole: l'uc
cisione di un ragazzo egiziano. La Giunta comunale di allora, che vedeva Letizia Moratti come sindaco, impose un coprifuoco a partire dalla mezzanotte su tutta via Padova, nonostante si trattasse di un fatto casuale. Noi ci schierammo contro quel provvedimento, dichiarammo pubblicamente la nostra disobbedienza e rimanemmo aperti offrendo la camomilla a chi condivideva questa battaglia civile. In quei giorni, vennero centinaia di persone, per lo più abitanti della via, a manifestare la loro solidarietà e a dimostrare che i locali sono presìdi di sicurezza, che fanno bene al quartiere. Se le persone hanno dei luoghi al chiuso da frequentare sono meno inclini alla delinquenza e al malaffare. Da allora, abbiamo sentito un legame importante con il quartiere, che ci ha spinto ad andare avanti e a dare spazio a realtà culturali del luogo, come scuole, associazioni e artisti. Il territorio ci ha restituito molto, sia in affetto, sia in progetti. Via Padova, senza il Ligera si sveglierà più corta, perché in questi anni abbiamo portato qui musicisti da tutto il mondo, dando voce, attraverso l'arte, a tutte quelle culture dipinte ingiustamente come povere e poco interessanti da certa cronaca. Con l’associazione ‘Sinitah’ abbiamo organizzato la rassegna, ‘Happy Africa’, che proponeva cene a tema africano seguite da concerti, spettacoli di danza, cantastorie legati alle nazioni del Togo, del Mali, del Senegal, del Congo, del Burkina Faso e altre”.

Ma poi è arrivata l’emergenza pandemica, che avete definito una sorta di ‘farsa’ per il modo in cui è stata gestita: come avete reagito al ‘lockdown’?
“Appena è scoppiata l’emergenza, il ‘Ligera’ è stato tra i primi locali ad annullare e rinviare gli eventi, in attesa di capire cosa sarebbe successo. Dopo il primo ‘lockdown’ abbiamo provato a ripartire, concentrando gli sforzi per adeguare il locale alle prescrizioni sanitarie anti-Covid. In quel periodo, siamo riusciti a fare qualche evento, seppur con un pubblico molto ridotto. Avremmo potuto continuare, ma è arrivato un nuovo ‘stop’. L’abbiamo definita una farsa, perché pensiamo che bar e ristoranti siano luoghi in grado di garantire una maggior attenzione alle norme anti-contagio, rispetto agli affollamenti che si creano nelle case. Sappiamo che le persone hanno bisogno di uscire, di fare spese, di soddisfare dei bisogni, di ‘vivere’. Chiudere le attività non fa che incentivare le persone ad affollarsi in spazi privati o all’aperto, senza gli accorgimenti necessari. La farsa sta nel continuare a mettere la polvere sotto al tappeto e far finta che le cose stiano andando in un certo modo, quando la realtà ci dimostra il contrario. Le chiusure stabilite a partire dal secondo ‘lockdown’ hanno reso vani tutti i nostri sacrifici, non permettendoci in alcun modo di poter continuare la nostra attività nemmeno con le dovute precauzioni. Senza una data, anche semplicemente indicativa, per riprogrammare non si ha la forza e le risorse per andare avanti. Abbiamo resistito fino a che potevamo, ma quando ci siamo resi conto di aver esaurito ogni risorsa economica siamo stati costretti a chiudere il locale”.

Possiamo sperare in un arrivederci?
“Spero sia un arrivederci e non un addio. Ma sono poco ottimista, perché è difficile pensare che quello che abbiamo costruito possa rinascere da un'altra parte. Il successo dello spazio ‘Ligera’ è dato da un’alchimia che si è venuta a creare in modo del tutto naturale: un risultato che difficilmente si ottiene progettando un’idea a tavolino. Il ‘Ligera’ è il contributo, anche inconsapevole, di tante persone. Una progettualità condivisa, che sarà difficile da ricreare”.

Due parole su come è stata gestita l’emergenza nei confronti dei titolari di attività come la vostra?
“Ritengo sia stata gestita molto male, non con sufficiente coraggio. Io cerco sempre di mettermi nei panni dell’altro e ammetto che la situazione di emergenza iniziale e il trovarsi di fronte a un fenomeno sconosciuto avrebbe messo a dura prova chiunque. Chi ha legiferato fino a ora, però, non ha la minima idea di come si porti avanti un’attività commerciale: il gioco delle aperture e chiusure, per esempio, comporta una gestione delle spese molto onerosa, che riguarda le forniture di materiale, la gestione del personale, le spese per la sanificazione e quant’altro. Ogni volta che si apre, c’è un costo importante da affrontare che, nel caso di chiusura improvvisa, rappresenta un investimento sprecato. Questo gioco di ‘aprire’ e ‘chiudere’ dopo quattro giorni assomiglia più a un escamotage per dimostrare che ci è stata data la possibilità di tenere aperto, togliendoti il diritto di richiedere il famoso ‘ristoro’, che nel nostro caso non è mai arrivato, ma a detta di chi l’ha ricevuto si è trattato di una cifra irrisoria rispetto ai costi di gestione, quasi uno sberleffo. Sarebbe stato meglio imporre una chiusura totale delle attività, congelando tutte le spese pendenti di ognuno, o erogare dei veri ristori. I lavoratori dello spettacolo non sono stati tutelati, nonostante paghino rette, creino un indotto al pari delle altre categorie. Non è possibile che, a un anno di distanza, non ci sia ancora un piano, delle norme precise che consentano a tutte le attività, anche a quelle che producono mascherine, di lavorare. Non si può attendere i dati del giovedì per capire cosa fare il venerdì”.

Qual è il rischio che corre un settore come il vostro?
“Temo che spazi come il nostro stiano scomparendo. Questi luoghi che fanno cultura dal basso sono fondamentali, perché permettono a tutti quegli artisti che non sono ancora così conosciuti di esibirsi nei contesti del ‘main stream’ di misurare la portata dei loro progetti artistici. Quando ci sarà la ripartenza ci troveremo di fronte a un deserto e, a quel punto, servirà un vero progetto di defiscalizzazione, di agevolazioni nei confronti delle assunzioni per sostenere questo settore. Inoltre, ci saranno delle ripercussioni inevitabili dal punto di vista sociale che possiamo già vedere, come il grado di violenza che monta ultimamente tra gli adolescenti: ragazzi che si rifugiano in mondi asfittici perché non hanno valvole di sfogo. Senza occasioni di confronto e socializzazione tutto diventa depressivo. In questo momento, gli spostamenti andrebbero normati in maniera chiara, perché continuando cosi l’unica curva che calerà sarà quella del benessere”.

Avete pensato di salutare questa bella esperienza con un gran finale scritto a più mani: volete dirci qualcosa di più?
“Fra le nostre tante iniziative c’è stata quella di dare vita a una casa editrice, le ‘Edizioni Ligera’, che si è occupata di ‘narrativa noir’ ambientata a Milano, a partire dal primo libro: ‘Ultimo bar a sinistra’. Abbiamo interpellato la comunità per raccogliere, 5 racconti ma la partecipazione è stata talmente ampia che siamo arrivati a 21, come il numero delle fermate della linea 56 di via Padova. Vorremmo chiudere l’esperienza del ‘Ligera’ con un nuovo libro, perché quello che abbiamo costruito possa restare nel tempo: un piccolo spaccato di sociologia su come un locale può farsi catalizzatore per le idee della rigenerazione urbana. Coloro che non hanno amato l’iniziativa di No.Lo. hanno trovato in noi il baluardo del mantenimento della tradizione popolare del quartiere contro la ‘gentrificazione’ selvaggia. Sarà un libro per far capire cosa succedeva in questo spazio, perché le persone si erano legate a lui in maniera così forte, trasformandolo in una seconda casa. La raccolta-fondi è stata spinta dall’esterno: in un momento in cui tenersi in contatto è fondamentale abbiamo voluto ringraziare tutti quelli che ci hanno sostenuto con questo regalo. Ancora una volta, prendiamo per restituire”.

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NELLA FOTO QUI SOPRA: LE SARACINESCHE CHIUSE DELLO 'SPAZIO LIGERA'

AL CENTRO: I DUE SOCI FONDATORI DELLO STORICO LOCALE MILANESE

IN AAPERTURA: RICCARDO BERNINI E FEDERICO RICCARDO CHENDI


Periodico Italiano Magazine - Direttore responsabile Vittorio Lussana.
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