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15 Dicembre 2018

1934: l’Italia ‘del Duce’ è campione del mondo

di Gaetano Massimo Macrì
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1934: l’Italia ‘del Duce’ è campione del mondo

La Fifa chiede maggiori garanzie e ricerca un paese all’altezza della nuova formula. L’Italia fascista dimostra di avere i numeri giusti, ma mentre il Duce sfrutta il torneo per la propaganda del Regime, nasce la Nazionale del ‘periodo d’oro’.

La seconda Coppa Rimet viene disputata in Europa. Paese ospitante: l’Italia. Quando il Governo di Mussolini si vede accolta la richiesta dalla Fifa, nel 1932, sono tante le differenze rispetto al mondiale dell’Uruguay. Intanto, le partite non si giocheranno in una sola città: Roma, Bologna, Firenze, Genova, Milano, Napoli, Torino e Trieste sono gli otto capoluoghi prescelti per gli incontri, ora ben più numerosi. Si tratta di città dotate di stadi capienti, in grado di soddisfare le nuove garanzie richieste dalla federazione internazionale. L’altra novità è l’aumento delle squadre, che non sono chiamate più su invito della Fifa, ma devono passare dalle qualificazioni, cui persino la nostra Nazionale deve ricorrere. Nell’Italia fascista, che persegue il controllo dello sport usato ai fini propagandistici, l’occasione dei Mondiali si presta assai bene per diventare un’enorme cassa di risonanza e dimostrare la superiorità sul calcio sudamericano, la cui eco è giunta in Europa - anche se in ‘pillole’ giornalistiche - e il cui stile di gioco si è potuto ammirare meglio nelle ultime due precedenti olimpiadi. Con l’uscita dalla Fifa delle forti federazioni britanniche, l’Italia ha maggior campo libero per mettere in mostra “la gagliardìa della stirpe” e il suo metodo di gioco, più tattico e basato sulla rimessa, così diverso da quello inglese, già allora più fisico. Inoltre, con l’appoggio offerto dal fascismo, l'Italia organizza un mondiale di ben altro livello rispetto al precedente, con impianti sportivi quasi alla pari di quelli, all’avanguardia, dell'Inghilterra. Tutte queste differenze, tuttavia, si limitano a essere registrate sul piano organizzativo e strutturale, ma meno su quello tecnico-sportivo. Per cui si può affermare che se il torneo in Uruguay era stato possibile definirlo a stento ‘mondiale’, date le importanti assenze, il nostro non è da meno. Anzi, oltre alla solita Inghilterra che continua a restare chiusa nel suo isolazionismo, nel ’34 viene meno anche l’Uruguay, campione in carica, in rotta con il nostro Paese, reo di aver ‘saccheggiato’ i club platensi per rinforzarsi di oriundi. La stessa Argentina, pur partecipando, invia una formazione privata dei grossi calibri, per il timore che anche questi ultimi, sotto l’esposizione dei riflettori europei, possano cadere in tentazione e trasferirsi da quest'altra parte dell’oceano. Si tratta di assenze pesanti, che spianeranno la strada, però, proprio alla nazionale allenata da Vittorio Pozzo, don Vittorio, verso la finale. Che ci siano stati ‘aiuti’ esterni, é verosimile, gli episodi dubbi sono tanti, ma non si tratta probabilmente di aiuti ‘diretti’, per condizionare le partite. Gli azzurri  scendono in campo disputando gare difficili, contro le favorite del torneo, meritando il passaggio del turno. Evidentemente, la ferrea preparazione impartita da Pozzo, con un mese e mezzo di ritiro di tipo quasi militare, riesce a dare i frutti sperati. I favori arbitrali, poi, questo è innegabile, aiutano la causa azzurra.

IL TORNEO - Si gioca con la regola micidiale dell’eliminazione diretta, una lama affilata che non ammette ‘ripassi’: o dentro o fuori. L’Italia debutta al Nazionale di Roma il 27 Maggio contro gli Usa, sotto gli occhi di Mussolini, seduto in tribuna assieme a due dei suoi figli, a fare gli onori di casa al vicino Rimet, che gli riconosce da subito una perfetta organizzazione. I 30.000 lo acclamano al grido di “Duce! Duce!” e si infiammano sulle note di Giovinezza. Da quando viene battuto già il primo pallone, l’Italia manifesta la sua superiorità, grazie soprattutto al suo asse portante ‘marchiato’ Juve (la c.d. ‘Nazio-Juve’: Combi, Monti, Ferrari, Orsi, Bertolini e Borel II) chiudendo l’incontro per 7 a 1 (tripletta di Schiavio) ma al secondo match contro la più forte Spagna del mitico portiere Zamora, riesce a stento a strappare un pareggio con Ferrari. In base al regolamento, la partita finita in parità si rigioca il giorno successivo. Stesso orario (16:30), stesso stadio, il Comunale Giovanni Berta di Firenze, formazioni ampiamente rimaneggiate da ambo le parti, soprattutto tra le fila iberiche. Ben sette sono i nuovi innesti, è escluso anche il migliore di tutti, Zamora. Pozzo, dal canto suo, intuisce che contro una squadra che ha perso i pezzi migliori, è bene mettere in campo gente che ha meno scrupoli a ‘menare’ sulle caviglie, la butta dunque sul fisico. Si cambia anche il direttore di gara, il signor Mercet dalla Svizzera (già arbitro nella ‘prima’ Italia - Usa). Per l’occasione giunge un maggior numero di spettatori (43.000 contro i 35.000 del giorno precedente), segno che la tensione è alle stelle. La partita, in effetti, è dura e piena di polemiche, la Spagna, sotto di un gol a zero (Meazza segna al 12’ del pt) recrimina per una rete annullata. L’episodio non fa che alimentare le voci di un’Italia presunta favorita, che, dopo la Spagna, deve vedersela in semifinale contro il Wunderteam austriaco guidato dal ct Meisl. Si tratta di un incontro epico, che va bene al di là dello sport: la linea di centrocampo separa due squadre, ma anche due paesi storicamente rivali. Dentro c’è di tutto: il Risorgimento, il Piave, la Grande Guerra, il Carso. Il San Siro è stracolmo, ha fatto registrare l’incasso record di 811.526 lire (oltre 900 mila euro) con 45 mila tifosi assiepati, pronti ad assistere alla pugna calcistica. Anche questa partita è vinta dagli azzurri per un risicato 1-0, dopo un gol di Guaita, intriso di polemiche: in occasione  del gol, Meazza è accusato di aver ‘placcato’ il portiere Platzer, ma altri sostengono, al contrario, che è stato proprio quest’ultimo a scaraventarsi sul goleador italiano, travolgendolo. Per l’arbitro Eklind, che non ha mai fatto mistero di simpatizzare per il duce, si tratta di uno scontro involontario, che tuttavia facilita il compito a Guaita. E così la squadra di Pozzo continua il suo  cammino verso la finale, collezionando vittorie contro formazioni ostiche, anche se ottenute con episodi piuttosto ‘ambigui’. Eliminate Spagna e Austria, l’Italia deve fare rientro a Roma per la finalissima contro la Cecoslovacchia. Dall’altra parte del tabellone la ‘vice’ campione Argentina ha perso al primo turno contro la Svezia. I cechi hanno meno difficoltà, e stravincendo 3-1 contro la Germania di Hitler, nello stadio della capitale, attendono l’arrivo degli azzurri. Pozzo ha una settimana di tempo per prepararli alla partita. Il ritiro a Sorgente Roveta è blindatissimo. E noiosissimo per i ragazzi che, a parte gli allenamenti leggeri, trascorrono il tempo giocando a poker. Don Vittorio lo vieterebbe, ma meglio chiudere un occhio per l’occasione, anche se avrebbe fatto bene: Meazza accumula un debito di 25.000 lire (26 mila euro) che si sarebbe però ripagato con il premio finale concordato in 20.000 lire.

LA FINALE - Il 10 Giugno è tutto pronto per il fischio di inizio. 50.000 spettatori assistono alla finalissima, diretta sempre dallo svedese Eklind, unico caso al mondo di semifinale e finale dirette dallo stesso arbitro.  Anche Mussolini è presente in tribuna d’onore accanto a Rimet e le due principesse di Savoia, Maria e Mafalda. Un aereo sorvola lo stadio, è così basso che è possibile leggere la scritta sulla fusoliera: “Alba”. A quel punto le camice nere sugli spalti intonano il coro “Evviva l’alba di vittoria”. Dopodichè, Eklind, con lo sguardo diretto al duce, fa il saluto romano e suona il fischio d’inizio. Per oltre un’ora gli azzurri sono in affanno, ma anche i boemi stentano a scoprirsi. Finchè al 76’ il capitano Combi si lascia infilare da lontano dal solito Puc. Lo stadio  ammutolisce. Esultano solo i tifosi ospiti venuti da fuori con 12 treni speciali. La compagine ceca si dimostra migliore, meritando il vantaggio. Ma proprio il gol, probabilmente, sveglia Meazza e compagni dal torpore:mancano ancora circa dieci minuti alla fine, che per l’Italia significa la fine non solo della partita, ma del sogno mondiale e per il Duce vedersi crollare addosso la mastodontica macchina della propaganda messa in piedi per il Regime. Nel silenzio surreale del Nazionale, mentre i boemi ormai pregustano la Vittoria Alata, ecco che proprio al decimo minuto finale, l’oriundo Orsi trova il giusto angolino di porta, rimandando l’esito ai supplementari. Tutti, ora, attendono il verdetto: negli occhi di chi assiste all’incontro in quei minuti finali, il pensiero è: vincerà la Cecoslovacchia, squadra solida, favorita, con campioni come il portiere Planicka o l’attaccante Neyedly (capocannoniere del mondiale con 5 reti) che ha rifilato una tripletta alla Germania in semifinale, o l’Italia, che non parte favorita, ma è data come probabile sorpresa del torneo e accusata ormai da più parti di godere di certi ‘favori’? Il gruppo di Pozzo ritorna in campo più rinsaldato di prima e supportato maggiormente dal tifo dello stadio. Fortunato o più bravo, il collettivo azzurro trova il trionfo, al 95’ con Schiavio. La formazione che ha vinto già contro l’Austria, conferma ormai di essere un gruppo solido, anche se questo lo si vedrà meglio di lì a poco. Nasce così il nostro periodo d’oro, con buona pace di quanti inizialmente pensano soltanto a una squadra ‘raccomandata’ che invece saprà imporre il proprio stile anche e soprattutto sui campi fuori casa propria. Poi, che per la stampa fascista onori e meriti fossero da ricondurre a Mussolini, francamente è un’altra storia.

Partecipanti: Italia, Cecoslovacchia, Spagna, Austria, Ungheria, Belgio, Francia, Germania, Romania,Olanda, Svezia, Svizzera, Brasile, Argentina, Usa, Egitto.

Vincitore: Italia

Capocannoniere:
Neyedly, 5 reti

 

IL VIDEO: 1934, Finale Italia Vs Cecoslovacchia


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