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23 Novembre 2017

2010: in Sudafrica tra le vuvuzela e i pronostici (azzeccati) del polpo Paul

di Gaetano Massimo Macrì gmacri@periodicoitalianomagazine.it
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2010: in Sudafrica tra le vuvuzela e i pronostici (azzeccati) del polpo Paul

La Spagna è la prima nazionale europea a vincere fuori dal proprio continente. Il polpo Paul, dalla Germania, pronostica le partite, azzeccandole tutte. Mandela è contento, il Mondo posa lo sguardo sul suo paese per un mese. L’Italia di Lippi esce di scena senza vittorie. Si meriterebbe i fischi delle ‘fastidiose’ vuvuzela

Il Mondiale sudafricano è una festa. Qualunque altro termine sportivo sarebbe inadatto a descriverlo. Una festa in senso lato, come solo i popoli africani sanno interpretare e animare. Le vuvuzela, le assordanti trombette di plastica con cui hanno contagiato tutti i tifosi, sono una riprova del loro modo di gioire e condividere la speranza di un evento calcistico importante. Una grande manifestazione sportiva attraverso cui si vorrebbe far passare il riscatto di un Paese sfruttato e dimenticato. Una illusione cui anche Mandela vuole credere, quando, a 92 anni, compare nella partita inaugurale, anche solo per qualche minuto. Non può certo bastare un Mondiale per trasformare una pietra grezza in un diamante di alta caratura. Per tradizione il Sudafrica è il paese dei diamanti, ma quei gioielli non sono mai stati la sua ricchezza. Anzi. E la Fifa non può pensare di spazzare via, in un mese, il lato peggiore di quella nazione colorata: 50 vittime quotidiane per morte violenta e i due milioni e mezzo di malati di Aids, sono e resteranno sempre. Ci si mette anche la tecnologia che non riesce a migliorare le cose: giornalisti e turisti sperimentano connessioni internet quasi impossibili, oltre a numerosi furti, scippi e rapine. Eppure, nonostante tutto questo, la voglia dei sudafricani di dire “io c’ero”, alla prima partita inaugurale, contro il Messico, è tale da rendere introvabili in tutta Johannesburg i biglietti per lo stadio. Nemmeno a pagarli a peso d’oro. Perché la dignità, qui, è la sola risorsa naturale inesauribile e non ha prezzo. Lo Stadio di Johannesburg che inaugura e chiude la festa, è un gioiello architettonico costruito da una società olandese. Poggia su dieci pilastri: nove rivolti alle altrettante città africane che ospitano gli incontri; uno verso l’ Olympia Stadion di Berlino, teatro del precedente torneo. Là dove gli Azzurri hanno trionfato, con pieno merito. Ma la squadra che ancora Lippi guida nella nuova avventura, è la controfigura di se stessa. In una sola parola: bollita.

FASE INIZIALE – Bolliti, siamo una squadra di bolliti, in cui Cannavaro non è che l’ombra dell’immenso muro della difesa che ha eretto nel Mondiale tedesco del 2006. Non che gli altri siano da meno, certo, ma noi sfoggiamo la peggiore mise della nostra storia calcistica. Non è il mal d’Africa ad aver ridotto così i ragazzi. È che ormai non possediamo né talento, né forza, né fantasia. Lippi ha racimolato i migliori dei peggiori dal campionato. Ha salvato lo zoccolo duro del Mondiale precedente, ma con quali risultati? Tre incontri uno più brutto dell’altro. Non superiamo i dieci tiri in porta totali. Come campioni del Mondo in carica, non c’è male. Anche questi sono traguardi. Lo sguardo assente e disperato degli azzurri è emblematico. In Sudafrica proprio non lasciamo traccia, nemmeno a volerci provare. Inauguriamo tutti gli incontri sempre nel peggiore dei modi. Oltretutto contro tre ‘cenerentole’ nel girone. E, se contro il Paraguay e poi contro la Nuova Zelanda, riacciuffiamo i pareggi (prima De Rossi e poi Iaquinta su rigore!), è contro la novella Slovacchia che andiamo a sbattere il grugno. L’errore fatale lo commettiamo proprio contro una squadra di dilettanti allo sbaraglio alla loro prima esperienza in un torneo così importante. Lo svantaggio è netto, come la loro superiorità: 2-0. Il gol di Di Natale è inutile, dopo di lui, Kopunek ci ricorda la dura realtà del 3-1. Quagliarella nel finale segnerebbe anche, ma l’arbitro vede fuori il pallone. Meglio così, meglio non appigliarci a errori: una improbabile qualificazione da parte nostra, in extremis, ci avrebbe buttato addosso una montagna di fango. Nemmeno Lourdes – fuori da ogni eresia – avrebbe smacchiato la macchia del nostro peccato. Non ci resta che dire: ‘sarà per la prossima volta, scusateci’. Proviamo a fare il tifo per qualche squadra rimasta. Le migliori, praticamente tutte. Una novità è l’Argentina di Maradona. Non nel senso del giocatore. Diego ritorna, ma è in panchina. Ripulito, elegante, in giacca e cravatta come vuole la figlia. Buona la prima per lui, anche se ‘buone’ saranno pure le altre. Non perde una partita. Sette gol fatti (3 di Higuain, che fa tripletta contro il Nord Corea) e uno subìto. Ben tornato al ‘nuovo’ Pibe de Oro. Qualcuno prova a paragonarlo a Beckenbauer, l’unico insieme al brasiliano Zagallo ad aver vinto la Coppa come calciatore e dopo come allenatore. Diego non gradisce affatto, come lascia intendere dallo sguardo. È ancora troppo presto per parlare di finali. Il Brasile potrebbe avere lecite ambizioni. Come noi, anzi, più di noi trascina il peso di 5 Coppe. Il che dovrebbe incutere massimo rispetto. Il suo destino, però, l’accosta a quello dell’Italia. Una fine prematura, anche se più dignitosa. Inizialmente, insieme col Portogallo, allestiscono un banchetto in cui si ‘cibano’ della malcapitata Corea del Sud e del Costa d’Avorio. Ma sono ancora miseri piatti. L’ingordigia si impossessa dei portoghesi, quando Città del Capo assiste ammutolita dinnanzi all’umiliante 7-0 contro gli africani ivoriani. Nello scontro diretto, Brasile e Portogallo decidono di soprassedere. Meglio non farsi del male e andare tranquilli agli ottavi con uno 0-0 da ‘pic-indolor’ che non punge, ma è efficace. Chi sorprende sono gli Usa, che guidano il loro gruppo a pari merito con l’Inghilterra. Un girone fatto di troppi pareggi, a dire il vero. Nessuno ‘morde’ l’avversario e alla fine le ‘stelle’ americane si ritrovano prime. Non commette errori la Germania, né l’Uruguay, entrambi alla testa dei rispettivi gruppi. La Francia, ormai, sembra essersi dimenticata cosa vuol dire una competizione importante: ultima a un punto (uno meno di noi!). I padroni di casa, pur non qualificati alla fase degli ottavi, hanno già vinto, ovviamente. Hanno fatto scoprire al Mondo il suono ‘gioiosamente’ fastidioso delle vuvuzela. In più, aprono e chiudono il girone con due buoni risultati, se consideriamo la taratura tecnica dei calciatori. 1-1 contro il Messico (erano anche in vantaggio) e 2-1 su una Francia blasonata ormai nel nome, rappresentano la fine dell’esperienza sul campo da gioco. Solo il Ghana prosegue il cammino, fino ai quarti. I dirigenti del calcio africani, scontenti, si lamentano per la conduzione dei fischietti. Andrebbe rivista, lo fanno presente alla Fifa. 
Per Mandela è comunque una vittoria. Resta il contagio di una felicità manifestata senza se e senza ma. Pulita quanto purtroppo non lo è un solo lembo di terra da quelle parti.

FASE FINALE – Gli sponsor e il pubblico si attendono a questo punto uno spettacolo diverso, che ancora non s’è visto. Dove sono i vari Ronaldo, Rooney, Messi, Milito, Kakà? Il caldo inverno sudafricano richiede le loro gesta per infuocare di più le arene. Esse tardano però a venire. Il personaggio simbolo sembra essersi smarrito. Nell’attesa di trovarne uno, vediamo cosa fa il Brasile. Maltratta il Cile per tre volte a zero. Scopre, però, in seguito, che l’Olanda è un ostacolo superiore e forse un po’ inaspettato. Fuori, dunque, i campioni verdeoro. L’Argentina di Maradona? Continua a splendere: 3-1 al Messico. Tutti attendono la prova del nove successiva. L’avversario è la Germania. Diego ricorda e forse maledice chi gli aveva già chiesto del paragone con Beckenbauer. Stringe forte nella sinistra il suo rosario, ma le preghiere richiedono uno sforzo di fede maggiore. Anche per i suoi campioni è rientro anticipato, per cattiva indigestione: 4-0 è un risultato decisamente pesante per chiunque. I tedeschi, concreti, si stanno avvicinando, match dopo match, alla finale, rosicchiando pezzi di formaggio a bocca larga. 4-1 contro l’Inghilterra (l’arbitro non vede un clamoroso gol inglese), poi l’Argentina e ora si ritrovano la Spagna. La formazione iberica, a differenza della macchina da gol teutonica, si è mostrata avara di gol, almeno fino a qui. È passata agli ottavi sul Portogallo di Ronaldo e poi contro il Paraguay, sempre per 1-0. ‘Vuoi che non li superiamo, questi’? Penseranno i tedeschi. Alla faccia del polpo Paul che dalla lontana terra di Germania ha pronosticato la sconfitta dei tedeschi. Finora ci ha sempre azzeccato, però. Probabilmente nella sua ‘intelligenza’, coglie la situazione: differenti stili di gioco, e la Spagna ha vinto il titolo europeo. Altro che Cassandra, alla fine vince ancora la Roja, sempre per il solito gol di scarto. In finale trova quell’Olanda che, dopo il Brasile, ha dato la spallata all’Uruguay. Gli olandesi leggono le carte e, statistiche alla mano, gli sembra evidente che la Spagna, oltre a segnare poco, lo fa nella seconda parte della gara. Spesso nei minuti finali. Indicazioni che lasciano il tempo che trovano. Nessuno dei due mister, Van Marwijk e Del Bosque, cambiano quasi di una virgola idea sulla formazione e sulla tattica. Dal canto suo, il CT olandese può menar vanto di una cosa: non ha mai perso un incontro, finora. Se qualcuno si stesse chiedendo come mai la finale ‘anomala’ abbia un simile avversario, ecco il ben servito. In più, ha un Van Persie che, è vero, non ha illuminato, ma sta migliorando partita dopo partita. La Spagna gioca il più bel calcio, al momento, Van Marwijk lo sa, ma sa anche che, arrivato alla finale, piuttosto che preoccuparsi troppo dell’avversario, verso cui nutre il giusto rispetto, deve concentrarsi sul gruppo che fino a qui lo ha seguito, garantendogli un successo continuo. Decide, quindi, di lasciare due giorni di libertà agli Orange, perché “Quello che potrebbe fare la differenza è la concentrazione”. Olanda e Spagna, oltre che una sfida tra due forti compagini, è una sfida a due tra Wesley Sneijder e David Villa. E così anche questo Mondiale ha finalmente trovato i suoi simboli. Chi dei due vincesse la partita, potrebbe ipotecare il Pallone d’Oro. Del Bosque punta molto sul suo uomo, a cui tanti meriti vanno riconosciuti per essere giunti fino a qui. L’ex tecnico del Real sente il peso della prima finale della storia per la Spagna, ma prova a smorzare i toni: “Dobbiamo giocare come abbiamo fatto contro Portogallo e Germania”, allude a quella certa tranquillità. Qualcuno, intanto, si chiede incuriosito chi sia quella signorina che al suo fianco gli detti i cambi di gioco. Un piccolo mistero, una nota di colore che non guasta nelle ore che separano le squadre dal fischio di inizio della partitissima. E allora via, si parte. Da principio in bassa frequenza. Il primo tempo non ripaga il prezzo (alto) del biglietto. Poi, l’onda d’urto delle due formazioni cresce di livello, ma si infrange spesso sulle porte. Le occasioni da rete sono tante, come le imprecazioni in spagnolo e tedesco per non averle colte. Orange contro Roja, arancioni contro rossi. Due colori simili, entrambi di fuoco, stanno accendendo il tifo delle platee. Le vuvuzela sono lì, in attesa di infastidire l’udito dei nuovi campioni. Una laurea che stenta a essere concessa.  Robben finalmente si ritrova da solo contro il portiere Iker Casillas. È fatta, pensa, ma il tiro viene miracolosamente parato con la punta del piede. E che dire del colpo di testa di Sergio Ramos? Doveva solo metterla dentro, invece manda all’aria. 90 minuti sono sufficienti a collezionare errori che valgono solo un pareggio. Nei supplementari qualcosa muta. Gli olandesi sono stanchi. A dire il vero lo sono pure gli spagnoli, ma il loro tasso tecnico è ben più elevato e costituisce la differenza. Torres e Fabregas vengono inseriti da Del Bosque per rialzare il ritmo della partita. Proprio Fabregas spreca l’occasionissima calciando male sul portiere Stekelenburg. L’eroe della finale, però, l’ “hombre del partido” è Iniesta: prima riduce in dieci gli olandesi (rosso a Heitinga per un fallo sullo spagnolo)  poi, forse galvanizzato anche per quell’episodio, sale di tono, minuto dopo minuto. Gioca come un invasato, nel senso positivo del termine, si intende. Siamo al 116’, 240 secondi dividono dai temuti calci di rigore. L’azione è condotta dalla Spagna: Torres crossa in area, gli omoni della difesa respingono. Non fanno caso a chi, l’importante, in quel momento, è allontanare il pallone. Che termina sui piedi di Fabregas. Lo spagnolo ci rirpova, rimette ancora la palla dentro, verso Iniesta. Il numero 6 è sul filo del fuorigioco, tenuto dentro da Van der Vaart. L’arbitro Webb resta un attimo incerto: annulla o convalida? Attimi di terrore che si sciolgono nel responso positivo: il tiro di Iniesta è valido e il gol regolare. La Spagna vince, dopo gli Europei del 2008, anche il Mondiale. Le vuvuzela possono esplodere. Il polpo Paul, ancora una volta, ha avuto ragione. Il Sudafrica saluta il Mondo, che da domani potrà rivolgersi altrove.


Periodico Italiano Magazine - Direttore responsabile Vittorio Lussana.
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