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23 Novembre 2017

Ammutinamento Italia

di Gaetano Massimo Macrì
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Ammutinamento Italia

La partita contro l'Uruguay ultimo atto della Nazionale al mondiale brasiliano. I 'nostri' avevano due risultati possibili, ugualmente buoni per continuare l’impresa. Invece, è arrivata l'amara sorpresa della sconfitta

Verratti e Buffon.  Rispettivamente, 21e 36 anni. Tra i tunnel del primo e la corsa del secondo in area di rigore avversaria, c'è il perfetto quadro della situazione. Quello di un calcio giovane, ma non per questo acerbo, che cerca di mettersi in mostra; quello di un calcio vecchio che avanza nel disperato tentativo di metterci una pezza. La fretta di emergere e quella di salvare il salvabile. L’Italia di Prandelli è stata anche questo, ma non è stata sorretta né dall’una, né dall’altra sponda in extremis. Verratti e Buffon sono oggi agli antipodi, perché troppo distanti, non soltanto anagraficamente. In mezzo, c'è il vuoto in cui sono sprofondati tutti. C'è il marcio che andava ripulito prima di partire per i mondiali; ci sono responsabilità per errori che dovranno essere analizzati a mente lucida, individuandone le cause e, soprattutto, i rimedi; c’è un ‘sistema pallone’ che ha manifestato tutte le sue lacune a livello federale; c'è un sistema squadra/allenatore che ha fallito l'ennesimo appuntamento importante con la sua storia, nel peggiore dei modi possibili: arrendendosi. Nel calcio, come in tutte le battaglie, si può concedere in alcuni casi l'onore delle armi allo sconfitto. Invece, l'arrendevolezza senza motivo, compiuta di fronte a un nemico sterile, ha il sapore dell'alto tradimento. Non si tratta di un discorso patriottico, per carità, ma lo sanno anche i sassi di Matera che questo sport per noi è una questione nazionale. Sicché, una débâcle azzurra al mondiale, scoperchia, come sempre in questi casi, il vaso di Pandora da cui emergono i mali del Paese. Nella maledetta partita persa contro l' Uruguay, Verratti e Buffon rappresentano i manici di quel vaso. Ricorderemo a lungo anche gli errori arbitrali, ma l'immagine che più di ogni altra rimarrà impressa nella memoria, sarà quella del nostro portiere Buffon, voce ‘anziana’ del gruppo e perciò coscienza collettiva. L’abbandono dei pali per costituire un uomo in più, una chance in più di segnare il pareggio nei secondi finali, è sintomatico dello stato di salute del nostro calcio. Quell’abbandono dell’estremo difensore è la presa d’atto che siamo arrivati, come si suol dire, alla frutta. In quell’ultima punizione si concentrano gli elementi costitutivi del mondo pallonaro nostrano: incapacità, carattere, talento, remissione, debolezza. Un quadretto chiaroscurale che il 24 Luglio si è tinto di nero. La speranza è che quei pochi punti di luce possano farci riemergere. Pirlo, l’altro ‘senatore’ non a caso batte il pallone in direzione dell’amico Buffon. Se lo va proprio a cercare, perché le speranze che lui stesso, l’ambiente azzurro e l’Italia intera avevano riposto nei ‘giovani’, non le possiede più. All’indomani della sconfitta amara, gli anziani se la prendono coi giovani. Uno su tutti Balotelli. Reo di non essere riuscito a dare peso all’attacco. Ma in questa guerra tra generazioni, anche i vecchi devono essere giudicati. Abbiamo chiuso la partecipazione al mondiale con Cassano in avanti, inconsistente. Forse una punta pura, una di quelle non convocate da Prandelli, sarebbe stata più utile. Le stelle (cadenti) di Pirlo e Buffon non sono in grado di attendere un minuto di più che nuove forze fresche vengano a sostituirli, come dovrebbe essere nella ‘natura’ di una Nazionale. Soprattutto nella nostra che ha vinto un Campionato del Mondo nel 2006 e dopo otto anni e un altro mondiale di mezzo finito malissimo, non può pensare di sorreggersi su pochi soliti vecchi e molti giovani all’arrembaggio. Abbiamo talento e carattere in campionato? Se sì, perché il selezionatore degli azzurri non riesce a pescare il meglio che c’è? Se no, bisognerà agire perché i talenti vengano presto alla luce. La federazione e le scuole calcio, devono costruire un meccanismo virtuoso in cui il calciatore in erba trovi spazio e possa crescere nei clubs. Questi da tempo sono accusati di rivolgersi altrove, verso un mercato estero che sarà pure pieno di ottimi elementi, ma da noi arrivano più che altro quelli mediocri. Tornando sulla nazionale sconfitta, ci sono troppi rimpianti, figli di sbagli commessi nel costruire un gruppo poco amalgamato, in cui i novellini non hanno saputo prendere l’iniziativa. E forse è mancato loro il coraggio di muoversi perché non accompagnati dai veterani. Questi ultimi, dal canto loro, non hanno trovato giovani compagni con cui dialogare, in altri termini, nessuno cui lasciare in eredità la maglia. È questa proprio la distanza tra Buffon e Verratti, che oggi appare incolmabile. Siamo mancati proprio in quei punti in cui i due giocatori hanno brillato su tutti: caparbietà, che significa metterci la faccia; gesto tecnico; voglia di mostrare al mondo quanto siamo forti. Nelle giocate di Verratti, poi, nei tunnel rifilati agli avversari, aldilà dell’irriverenza, si può intravedere uno spiraglio di ripartenza. Ripartiamo da qui, se possibile. Perché tanti piccoli Verratti insieme possono colmare il divario, di età e non solo, con Buffon. Ci stiamo riferendo al tema cruciale che sicuramente verrà discusso più a lungo, nelle opportune sedi, del rinnovamento della nazionale. Le polemiche si sprecheranno anche in questi casi. Giusto rinnovare, dando spazio ai giovani, ma in un torneo breve e intenso, ci vuole pure una mediazione con uomini cosiddetti ‘di esperienza’. Messe a bilancio le tre partite disputate, l'Italia non ha dimostrato di possedere il giusto mezzo delle cose: né rinnovamento, né esperienza. Ha fallito su entrambi i fronti. La parte rinnovata della squadra non è stata in grado di offrire nulla di nuovo. Quella più nota, portava sulle spalle il peso di troppi mondiali. Dunque, i due fronti in questione non si sono mai uniti e supportati, l’esperienza non è tornata utile alla freschezza dei vari Balotelli, anzi, ha anche pagato il conto dell’età e delle condizioni climatiche più di altri. La vivacità di un Verratti è stata inutile, come i proiettili di una pistola: senza l’arma, non si fa centro. I numeri fotografano impietosamente una squadra che ha smarrito la bussola: Pirlo è il solo ad aver accarezzato per tre volte la rete. Pirlo è un centrocampista, ricordiamolo, con l’abitudine a far segnare, non arriva sovente sotto porta. Di gol, però, in tre partite ne abbiamo fatti due. Quell’Italia Inghilterra 2-1 ci aveva illuso. Balotelli con la rete della vittoria, se avesse avuto continuità di gioco, sarebbe diventato un simbolo ben diverso da quello che oggi appare. Nel bene e nel male si attirerà buona parte delle critiche. Non segna, non fa segnare, non è punto di riferimento per gli altri.  Può tornarsene sereno da Fanny. Il rimpianto più grande è essersene andati senza aver morso l’avversario. Quello, il morso, lo abbiamo preso noi in tutti i sensi, compreso quello realistico. Chiedete a Chiellini quanto ha fatto male la dentatura di Suarez. E allora, tirando le somme, cosa si può dire? Prandelli unico vero responsabile? Certamente, sulle scelte a completamento della rosa, il c.t. dovrà porsi qualche domanda. Per carità, non stiamo dicendo che abbia sbagliato in toto il gruppo. Alcuni infortuni imprevisti hanno inficiato il suo disegno iniziale, ma un mister di una nazionale ha a disposizione anni per amalgamare il meglio che c'è in giro, per costruire una formazione solida, che sappia anche affrontare situazioni di emergenza improvvisa.
Sul banco degli imputati finiscono per direttissima i calciatori. La loro maggior difesa è una e una soltanto: faceva caldo. D'accordo, ci crediamo, ragazzi. Ma vi siete dimenticati di quando arrivammo alla finale di Pasadena, a Usa '94? Trincerarsi dietro temperature elevate non è degno di professionisti pagati profumatamente per rincorrere un pallone. Nemmeno fossimo alle pendici del Vesuvio in eruzione. Sembra il classico capro espiatorio per liberare il peso della coscienza. La vittoria iniziale contro i leoni inglesi, ahimè, ha soltanto illuso gli animi che fossimo noi i più forti. É avvenuta troppo presto. E mentre in quei primi giorni altri avversari illustri faticavano nel secondo incontro dei gironi, in seno al club azzurro cresceva la consapevolezza che avremmo passato il turno a mani basse. La Costa Rica? Il primo e forse più importante errore lo abbiamo commesso in occasione di quell’incontro. Dovevamo vincere, invece abbiamo perso e dimostrato di non saper reagire, di non saper segnare. Neppure ci abbiamo provato. Dopo, è ovvio che tutto si sia messo sul complicato. Anche se con l’Uruguay avevamo due risultati utili su tre e al fischio iniziale il vantaggio era nostro. Piuttosto che il caldo, il nemico numero uno degli azzurri sono stati loro stessi, con una fottuta paura a costruire il gioco. Una paura insensata, di fronte a una caratura degli avversari discreta e sicuramente alla nostra portata. Aldilà di questo, gli uomini usati si sono rivelati privi di inventiva. Quanto sia dipeso da scelte errate del mister o quanto da reale incapacità dei calciatori, resta una diatriba che lasciamo alle chiacchiere da bar. Tuttavia non si può che rimanere basiti di fronte a una reazione totalmente assente dei nostri. Quando undici professionisti, campioni o giovani di buone speranze, scendono in campo in un mondiale, avrebbero il dovere morale, in primis verso sé stessi, di ben figurare. In questo Prandelli va assolto. É come se i ragazzi che ha mandato in campo gli abbiano disobbedito, ammutinando la nave. Ecco il vero punto della questione: l'ammutinamento. L'esperienza conclusasi in questo modo in Brasile, dovrebbe essere risolta partendo da qui. Una grande rivoluzione attende sia la nazionale che tutto il circo che le gira intorno. Intanto qualche testa è caduta, quella di Abete e di Prandelli. Il fatto è che anche le rivoluzioni, in alcuni casi, sono nate da ammutinamenti. Speriamo bene.

Curiosità
Numeri scaramantici. Quattro anni fa, l’Italia di Lippi uscì al primo turno esattamente il 24 Giugno, proprio come quella di Prandelli. Altro fattore in comune, il numero di panchine dei ct: 56. Stesso nome dell’arbitro: Moreno (questo era più esteso, Rodriguez Moreno). 


Periodico Italiano Magazine - Direttore responsabile Vittorio Lussana.
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