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29 Febbraio 2020

In Piemonte, mala politica currit

di Lorenza Morello
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Molte stime dipingono una situazione difficile per l’area nord-occidentale del Paese, che presenta molte più ombre che luci nel contesto di un’Italia settentrionale in cui le dinamiche per un possibile rilancio restano complessivamente buone

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Non si vede luce in fondo al tunnel di una politica del lavoro disastrosa, che depaupera quotidianamente Torino (la città d’Italia dove chiudono più attività lavorative al giorno) e la sua ‘Spoon River’ occupazionale. Secondo alcuni dati diffusi dal Consiglio regionale, in Piemonte, la lunga crisi recessiva attraversata dal Paese ha lasciato macerie ormai evidenti in tutta la sua drammaticità: il trimestre luglio-settembre ha fatto registrare un calo degli occupati di 17 mila unità, concentrati in buona parte nell’industria manifatturiera (-25 mila addetti nel settore), che dopo un brillante inizio d’anno, già nel secondo trimestre risultava in flessione, mentre resta sostanzialmente stagnante la situazione nei servizi (+2 mila unità) e solo l’agricoltura mostra una dinamica positiva apprezzabile (+4 mila dipendenti). La diminuzione interessa esclusivamente il lavoro alle dipendenze (-34 mila occupati), mentre cresce dElena_Chiorino.jpgi 16 mila unità la componente autonoma, trainata dai servizi non commerciali. Aumenta, coerentemente rispetto ai dati, la disoccupazione (+9 mila persone in cerca di lavoro), frutto di una forte crescita delle donne (+23 mila), il cui tasso di disoccupazione è salito di 2,5 punti percentuali rispetto all’analogo trimestre 2018, superando di poco la soglia del 10%, a indicare una forte tensione verso il lavoro (il tasso di attività femminile passa dal 64,1 al 65,3%) che non sembra però trovare un adeguato sbocco occupazionale. Diminuisce, per contro, la disoccupazione maschile e si amplia, considerevolmente, il divario di genere. Il quadro trimestrale ha mostrato, però, nel corso del 2019, sbalzi non trascurabili, dovuti presumibilmente alla minore stabilità delle stime regionali sul breve periodo. Nell’insieme, insomma, i dati dipingono, per il Piemonte, una situazione difficile, con più ombre che luci e che vede l’intera regione arretrare nel contesto di un nord d’Italia, dove le dinamiche restano complessivamente buone. La crisi sferza ancora il Piemonte: a dimostrarlo, ci sono anche i dati della cassa integrazione. Sono circa 50 le imprese che ne fanno ricorso; 2500 gli addetti coinvolti, prevalentemente nei settori metalmeccanico e dell’editoria, tra i quali si evidenziano ben 20 imprese in cassa integrazione per cessazione attività, che coinvolgono circa 800 persone. A queste, si affiancano altre 75 aziende che attuano la cassa integrazione per contratti di solidarietà, tra cui la più nota è proprio ‘Fca’, con 4 mila dipendenti in cassa. Il settore metalmeccanico resta il più colpito dalla crisi di questi anni, seguito dalla chimica, dalla gomma, dal commercio e, persino, dal settore dell’abbigliamento. E non è finita. Si prevede, per il 2020, un ulteriore aggravamento della situazione, come dimostrano i recenti focolai di crisi emersi alla fine dello scorso anno, come quello della Martor di Brandizzo; la Mahle (450 addetti con procedura di licenziamento collettivo in corso); o la stessa Ilva (800 lavoratori coinvolti, più l’indotto, con migliaia di imprese piemontesi costrette a fermare la produzione). E tutto ciò avviene a pochi chilometri da Milano, che resta e, anzi, aumenta, ogni giorno, la propria forza propulsiva nazionale. Una divario divenuto ormai evidente: in Piemonte, mala politica currit.

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NELLA FOTO QUI SOPRA: OPERAI DELLA MAHLE IN SCIOPERO

AL CENTRO: L'ASSESSORE AL LAVORO DELLA REGIONE PIEMONTE, ELENA CHIORINO

IN APERTURA: UN ROBOT IN FASE DI ASSEMBLAGGIO

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