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14 Aprile 2021

La svolta del 'south working'

di Marcello Valeri
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Un miglior accesso alle strutture digitali e i vari lockdown, nazionali o territoriali, hanno permesso l’esplosione di un fenomeno che interessa un numero di lavoratori sempre maggiore

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Una delle conseguenze sociali ed economiche con cui dovranno fare i conti le città del centro-nord d’Italia dopo il ritorno alla ‘normalità’, sarà il progressivo ‘controesodo’ di molti lavoratori ‘fuori sede’, che potranno lavorare dai luoghi di origine o da casa. Grazie, infatti, alla crescente propensione delle aziende all’utilizzo dello ‘smart working’ quale modalità di somministrazione d’opera sperimentato nel periodo di ‘lockdown’ (sia per effetto diretto dei decreti governativi, che limitavano gli spostamenti, sia per salvaguardare la salute degli operatori e sia per la insperata possibilità di risparmio sulla gestione delle strutture in cui i lavoratori erogavano i servizi), molti lavoratori che prima erano emigrati verso le zone centro-settentrionali del Paese, verso le città in cui la stragrande maggioranza delle multinazionali che lavorano qui da noi hanno le loro sedi più importanti, avranno la possibilità di poter restare o tornare al sud, continuando però a lavorare da remoto. Questa rivoluzione è stata facilitata anche dall’ampia fetta di territorio che può oggi accedere alla 'banda larga', grazie agli sforzi fatti negli anni recenti con il progetto ‘Open Fiber’ e grazie a operatori storici come Tim (Telecom Italia mobile, ndr) da sempre impegnata nel superare il ‘digital divide’ (divario digitale, ndr) tra le diverse zone d’Italia e che promette di chiudere la disparità di accesso alle risorse digitali anche per le aree più isolate o remote del Paese già a partire dal 2021, in virtù dell’accordo fatto con la ‘Eutelsat’, che impegna l’azienda di telecomunicazioni all’acquisto, per i prossimi anni, dell’intera capacità trassouth_working_02.jpgmissiva per l’Italia di due nuovi satelliti ad altissime prestazioni, che l’azienda francese ha attivato o attiverà nei prossimi mesi.
Lavorare da casa, per aziende che hanno sedi distanti decine, centinaia o migliaia di chilometri, non è una novità, se si pensa, per esempio, ai molti lavoratori autonomi, a figure come i ‘copywriter’ o agli stessi giornalisti. In qualche multinazionale americana, si parlava di ‘smart working’ già da qualche tempo. Ma la tendenza - e il silenzioso clamore - che si è registrato sin dall’inizio della pandemia è che un insieme di categorie di lavoratori sempre più vasta può e potrà lavorare da casa. Lo descrive il rapporto annuale presentato lo scorso 24 novembre via social da ‘Svimez’, l’associazione per lo sviluppo industriale dell’industria nel Mezzogiorno, realizzato in collaborazione con ‘Datamining’ - una società capitolina che, sin dal 2006, si occupa di indagini di mercato e studi statistici riguardanti i più svariati settori di ricerca - e l’associazione ‘South Working’, (associazione di promozione sociale volta a diffondere la possibilità del ‘lavoro agile’ da dove si desidera, in particolare dalle regioni del sud o dalle aree interne del Paese, ndr). Secondo la ricerca, sono 45 mila gli addetti che, sin dall'inizio della pandemia da coronavirus, hanno cominciato a lavorare in ‘smart working’ dal sud d’Italia per le grandi imprese del centro-nord. Lo studio prende in considerazione 150 grandi aziende con oltre 250 addetti, che operano nelle diverse aree dell’Italia centro-settentrionale nei settori del manifatturiero e dei servizi. Tenendo conto anche delle Pmi con oltre 10 addetti, molto più difficili da rilevare, la 'Svimez' stima che il fenomeno potrebbe aver riguardato, già nel corso del primo lockdown, un totale di circa 100 mila lavoratori meridionali. Ovvero, una fetta rilevante dei circa due milioni di occupati del sud stimati che, attualmente, lavorano da Roma in su. Dall'indagine emerge, inoltre, che considerando le aziende che hanno utilizzato lo ‘smart working’ nei primi tre trimestri del 2020, o totalmente o comunque per oltre l'80% degli addetti, circa il 3% ha visto i propri dipendenti lavorare in ‘south working’. Avere la possibilità di operare dai rispettivi territori di origine potrebbe costituire un inedito strumento per la riattivazione di quei processi di accumulazione di capitale umano, per il Mezzogiorno e per le aree periferiche del Paese. I principali vantaggi riconosciuti dai lavoratori sono il minor costo della vita e una maggior possibilità di trovare abitazioni a basso costo. Per quanto riguarda gli svantaggi, spiccano i servizi sanitari e di trasporto, di minor qualità, la scarsa possibilità di fare carriera e una minore offerta di servizi per la famiglia. Dal punto di vista delle aziende, la maggior parte delle imprese intervistate ritiene che i vantaggi principali del ‘south working’ siano la maggior flessibilità degli orari di lavoro e la riduzione dei costi fissi nelle sedi fisiche. Tuttavia, la perdita di controllo sul dipendente da parte dell'azienda, il necessario investimento a carico dell'impresa per dotarsi di nuovi mezzi di produzione e alltre innovazioni, insieme ai problemi di sicurezza informatica, rappresentano i principali svantaggi espressi dalle varie ditte. Secondo il direttore della Svimez, Luca Bianchi, “il ‘south working’ potrebbe rivelarsi un'interessante opportunità per interrompere i processi di ‘deaccumulazione’ di capitale umano qualificato iniziati da un ventennio a questa parte (circa un milione di giovani ha lasciato il Mezzogiorno senza più tornarci) che stavano irreversibilmente compromettendo lo sviluppo delle aree meridionali e di tutte le varie zone periferiche del Paese. Il pacchetto di interventi proposto dal rapport", aggiunge Bianchi, “si concentra su quattro capsouth_working_03.jpgitoli: 1) incentivi di tipo fiscale e contributivo; 2) creazione di spazi di co-working; 3) investimenti sull'offerta di servizi alle famiglie (asili nido, tempo pieno, servizi sanitari); 4) infrastrutture digitali più diffuse, in grado di colmare il ‘gap’ nord/sud e tra le aree urbane e quelle periferiche”.
In questo scenario, l’altra faccia della medaglia è il progressivo svuotamento delle città del centro-nord, che prima attiravano la forza lavoro dal sud d’Italia. Solamente a Milano, si stima che i lavoratori ‘fuori sede’ fossero centomila. E ogni anno, più o meno intorno al mese di settembre, studenti e lavoratori si contendevano in media 3 mila - 3 mila e 500 appartamenti o stanze in affitto. Quest’anno, invece, tra i vari ‘lockdown’ regionali e l’incertezza dell’immediato futuro si contano molti ‘posti-letto’ e appartamenti sfitti. Lo stesso succede a Bologna, città universitaria per eccellenza, con l’offerta di posti-letto nelle bacheche di facoltà quasi quadruplicata. Ma anche a Roma, Napoli, Torino, Padova e Firenze sta avvenendo il medesimo fenomeno. C’è chi ha deciso di “restare giù” come minimo fino a dicembre 2020, disdicendo contratti di affitto anche dopo cinque o sei anni. E c’è chi ha richiesto all’azienda di accorpare i giorni di lavoro in presenza in un’unica settimana, in modo da tornare in città solo una volta al mese, utilizzando gli affitti brevi. Non solo il comparto immobiliare del centro-nord, ma anche tutta l’economia di prossimità dei grandi centri finanziari ed economici, dovrà indubbiamente fare i conti con la nuova realtà ‘post-pandemia’. Una situzione ‘post Covid 19’, che non potrà non essere influenzata dalle restrizioni umane, sociali e finanziarie di cui siamo, già oggi, spettatori. Insomma, con il 5G alle porte, la prima grande svolta digitale è avvenuta in modo accelerato e in un momento storico in cui le infrastrutture digitali sono state pressoché fruibili per la maggior parte dei potenziali utilizzatori. La pandemia ha messo alla prova le nostre abitudini forzandole, mettendoci di fronte alla necessità di trovare necessariamente nuove soluzioni informatiche e in breve tempo. Mentre il suono dell’intelligenza artificiale ammalia con il suo canto seducente il moderno Ulisse, noi e il nostro lavoro non saremo più gli stessi.
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