Il mensile di informazione e approfondimento che
intende riunire culturalmente il nostro Paese nel pieno rispetto di tutte le sue tradizioni, vocazioni e ispirazioni ideologiche e politiche.
diretto da Vittorio Lussana
Area Riservata
14 Aprile 2021

Alfredo Zucchi: "Il rito è una ripetizione dal carattere sacro"

di Pietro Pisano
Condividi
Alfredo Zucchi: "Il rito è una ripetizione dal carattere sacro"

L’autore del romanzo ‘La bomba voyeur’, fondatore della rivista letteraria ‘CrapulaClub’, ci spiega gli elementi chiave del suo ultimo libro: una raccolta di racconti molto ben costruita

Un libro molto convincente quello di Alfredo Zucchi, pubblicato da Polidoro Editore a novembre dello scorso anno. ‘La memoria dell’uguale’ offre al lettore un’esplorazione dei temi del tempo, della memoria e del rito, in una perfetta ricorsività espressiva che unisce i nove racconti secondo una precisa logica formale e un caratteristico ‘colore’. Lungo i solchi tracciati da alcuni maestri della letteratura latinoamericana, primi fra tutti Julio Cortàzar e Jorge Luis Borges, questo nuovo lavoro di Zucchi sembra voler mettere al bando ogni certezza sul reale, per far emergere, invece, il campo delle possibilità proprio della fisica quantistica. Il lettore è chiamato a partecipare a una investigazione serrata di questa nuova realtà, diventando egli stesso un 'detective': non a caso in racconti quali 'L’esatto' e 'La memoria dell’uguale' viene messa in funzione una pratica investigativa che cerca di fare luce sull’origine di alcuni strani delitti. In questa intervista, Alfredo Zucchi ci spiega come sono nati i testi della sua nuova pubblicazione, illustrandoci gli 'elementi-chiave' del libro.

Alfredo Zucchi, leggendo i suoi racconti ci è sembrato di sperimentare - in positivo - il dubbio e lo smarrimento degli stessi personaggi per una realtà che si spalanca, con le sue nuovi leggi, come un abisso di fronte al lettore, mostrandosi come per la prima volta. Clelia Attanasio, a tal proposito, ha parlato di “uno spostamento netto, uno slittamento del limite del reale, oltre il quale esiste solo il luogo della possibilità”. Questo sprofondamento in un mondo ‘altro’ non viene raccontato, bensì mostrato: è il processo attraverso cui la pagina ci scaraventa dentro “una galleria, un tunnel o un insieme di cunicoli sotterranei (un errore di mira)”. Ma nel far questo, i testi ci forniscono comunque tutti gli indizi necessari per ricavare le nostre conclusioni. Ci è sembrato di scorgere, dunque, uno ‘show don't tell’ che, tuttavia, opera in maniera molto differente rispetto ai canoni dell’industria culturale egemone. Una modalità di narrare insolita, per lo meno nel panorama italiano, se si escludono alcune eccezioni: da cosa scaturisce questa sua poetica? E quali autori sono stati fondamentali nella sua formazione e quali l’hanno influenzata nella stesura dell’opera?
“L’idea principale, cioè la convinzione che mi ha guidato nella stesura di questi racconti, avvenuta per lo più nel 2017, è quello che Julio Cortázar chiama “il sequestro del lettore”. Il quale avviene, nei limiti del patto sociale che evitano allo scrittore il carcere e al lettore una lunga e sfiancante prigionia, secondo due linee guida: l’intensità (tagliare e saltare ogni scena e passaggio intermedi, andare dritti al succo, al cuore del conflitto) e la tensione (l’atmosfera è tutto: non si sa, non si capisce cosa stia accadendo, tuttavia c’è qualcosa, è appena dietro di te e sta per assalirti). Questi due elementi, secondo Cortázar, si escludono. Nel suo saggio intitolato ‘Alcuni aspetti del racconto’, egli associa il primo a Poe, per esempio e il secondo a Henry James e Kafka. Si tratta, in ogni caso, secondo lo scrittore argentino, di elementi che inquadrano l’effetto del racconto, della ‘forma breve’, rispetto al lettore: questo vuol dire che il destinatario del libro, il ‘fantomatico lettore’, diviene il fulcro del ragionamento. 
Su questa linea c’è una riflessione di Ricardo Piglia, scrittore e teorico argentino, in ‘Formas breves’, che mi ha molto colpito anni fa. Piglia si chiede, a proposito di uno degli ultimi racconti di Borges, ‘La memoria di Shakespeare’, in cui un uomo riceve da un altro la memoria privata del ‘bardo’ e comincia a sognare come se fosse il poeta inglese - Piglia si chiede: in che modo si produce l’effetto fantastico in Borges? La sua risposta è: nel modo più semplice e diretto”.

‘La memoriala_memoria_dell_uguale.jpg dell'uguale’ sembra mettere in risalto, in maniera originale, il conflitto. Uno tra i più vistosi è quello che si verifica tra una visione scientificamente esatta del reale ed un'altra allucinatoria, assurda, onirica: cosa rappresenta per lei e quale ruolo ha nel ‘gioco letterario’ nei suoi racconti?
“Vorrei restare sul conflitto specifico tra esattezza scientifica e allucinazione. Entrambi gli elementi fanno parte del modo in cui lo sguardo dell’uomo, dell’uomo che parla, vede, immagina e desidera, guarda il mondo. E mi è parso che, isolandoli ed estremizzandoli, cioè mettendoli l’uno contro l’altro, si potesse creare un campo di forze con un altissimo tasso di potenziale elettrico – che potesse cioè venirne fuori un incendio. L’idea di base, tuttavia, come nel romanzo che precede ‘La memoria dell’uguale’, ovvero ‘La bomba voyeur’, è che queste due visioni o attitudini dello sguardo si appartengano”.

Il rito è uno dei temi che ricorre maggiormente nei testi de ‘La memoria dell’uguale’: può dirci cosa rappresenta per lei il rito e quale funzione assume nei racconti?
“Ogni volta che il pensiero si sforza – e non può farne a meno – di rincorrere all’indietro la figura dell’origine, si trova confrontato a un paradosso insolubile: quando ha avuto inizio il linguaggio, cioè il mondo nominato dall’uomo? La funzione rituale, nei racconti del libro, ha a che vedere con un limite, oltre il quale (o al di qua del quale) non c’è niente: non ci sono parole, non c’è Storia. Il rito è una messa in scena, una ripetizione dal carattere sacro, del momento ipotetico in cui i primi legami sono stati sanciti. I personaggi del libro sono spesso costretti a ricorrervi, a mettere in atto questa discesa o percorso all’indietro, fino all’immagine del patto fondamentale, perché si trovano confrontati a situazioni e conflitti che operano sul loro sguardo una ‘tabula rasa’ radicale: sono costretti a mettere in discussione tutto e a tornare al momento ipotetico in cui hanno detto per la prima volta: “Sì, io sono un uomo e questo è il mondo”.  

Nella lettura del libro abbiamo percepito una forte impronta ‘lynchiana’ nell’atmosfera e nella struttura dei racconti, che portano alla luce una serie di paradossi temporali (uno tra tutti ‘La memoria dell’uguale’ che dà il titolo all’intera raccolta): in che modo lei ritiene di aver assimilato la lezione di David Lynch? C’è una analogia tra i suoi racconti e il celebre nastro di Moebius?
“David Lynch è un maestro e un esempio, prima di tutto, di quello che Roberto Bolaño - e Federica Arnoldi con lui, come si può leggere su Doppiozero.com (cliccare QUI) - ha chiamato “spirito della fantascienza”: una testarda, inscalfibile volontà di futuro radicata in un’immersione totale nel presente. La storia della produzione del film ‘Mulholland Drive’ è emblematica: quello che ora è il primo troncone, la prima metà del film, avrebbe dovuto essere l’episodio pilota di una serie tv. La produzione della serie ‘salta’. E quella lunga porzione di film diventa la metà esatta di un’opera costruita come uno specchio distorto, con al centro, proprio nel mezzo, “l’ombelico del sogno” come direbbe Freud: il punto in cui la storia raccontata nella prima parte del film finisce per essere inghiottita, scompare e riappare riarticolata nella seconda metà, come in un universo ribaltato. Questa maniera di maneggiare le variabili materiali, gli imprevisti della produzione (cosa fortemente in gioco anche in ‘Twin Peaks’), gli elementi logistici, infrastrutturali ed esterni alla storia, facendo di essi momenti e leve della composizione della storia, dunque elementi interni – questo modo di giocare con il divenire del processo di composizione, insomma, è la traccia e forse il ‘tesoro’ che Lynch ha lasciato a chiunque voglia inventare, comporre e raccontare storie”.

La ‘trilogia del Ghetto’, costituita da 3 racconti collegati tra loro – ‘Il ponte’, ‘Esecuzione’ e ‘Il luogo ovvero il caso’ - a nostro avviso è una delle ‘vette’ del libro. E riteniamo molto efficace, in questi testi, la ‘reinvenzione’ delle persecuzioni delle comunità ebraiche nell'Europa centrale: in qualche modo è come se arrivasse amplificato dallo stile ellittico e surreale un forte contenuto simbolico di denuncia, a differenza di quanto cercano di fare alcuni tipi di narrazione, lineare e a carattere storiografico. Ci riferiamo, soprattutto, ai romanzi sulle rievocazioni della seconda guerra mondiale che non sempre riescono a centrare il bersaglio: da dove è scaturita la scelta di raccontare la persecuzione del popolo ebraico? E quali particolari reazioni voleva suscitare nel lettore?
“Io vivo a Vienna dal 2014. E da allora, certe questioni proprie di quell’area geografica – mi viene da dire di quella ‘porzione’ di durata spazio-temporale e storico-geografica che ormai non esiste più – denominata Mitteleuropa o Europa centrale, hanno preso a parlarmi con più incisività. Tra queste, c’è la storia delle comunità ebraiche dell’Europa centrale. Vienna non è certo la città dell’Europa centrale in cui questa storia risuona più a fondo (a Budapest e Praga, mi pare che i fantasmi del passato ballino una danza più affascinante per strada). E non sto parlando dell’Olocausto, ma di storie e fantasmi che lo precedono. In ogni caso, le vicende delle comunità ebraiche, nei tre racconti del ‘ciclo del Ghetto’, sono utilizzate come traccia di partenza, come una specie di ‘pathos della Storia’: forse è questo il senso di una delle accezioni possibili della parola ‘memoria’. A questa traccia, tuttavia, se ne aggiunge una personale: sono un uomo del sud, un meridionale. E forse, lo spunto – la fitta – di scrivere storie del genere, storie di sommosse simboliche, si è aggirato per il mio immaginario fin dalla prima volta, molti anni fa, in cui ho sentito pronunciare, in mia presenza, la parola ‘terrone’…”.

L’AUTORE
Alfredo Zucchi ha vissuto, studiato e lavorato a Napoli, Bruxelles e Barcellona. Dal 2014 abita a Vienna. Ha fondato e co-diretto la rivista letteraria digitale 'CrapulaClub' (2008-2019). I suoi testi (racconti, interviste, traduzioni, saggi,  recensioni e altri) sono apparsi anche su 'Nazione Indiana', 'Sotto il vulcano', 'Cattedrale', 'Verde Rivista', 'The Catcher', 'Neutopia', 'Fillide' e 'Doppiozero'. Membro del Commando Interpolazioni, socio di Wojtek. 'La bomba voyeur' (Rogas, 2018) è stato il suo primo libro, che ha preceduto 'La memoria dell'uguale' (Polidoro, 2020).


Periodico Italiano Magazine - Direttore responsabile Vittorio Lussana.
Registrata presso il Registro Stampa del Tribunale di Milano, n. 345, il 9.06.2010.
EDITORE: Compact edizioni divisione di Phoenix associazione culturale