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10 Agosto 2020

Federico Maria Monti: "Non esiste grande ingegno senza un briciolo di follia"

di Marcello Valeri - mvaleri@periodicoitalianomagazine.it
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Federico Maria Monti: "Non esiste grande ingegno senza un briciolo di follia"

Lo scrittore capitolino racconta il suo ultimo libro e suggerisce nuovi punti di vista, per comprendere meglio la società che ci circonda


In questo periodo di ‘distanziamento sociale’, al di là delle ‘fake news’ che dai social network inondano i nostri browser e attirano la nostra attenzione, abbiamo più tempo per riflettere. Noi di ‘Periodico italiano magazine’ ne abbiamo approfittato per fare quattro chiacchiere con Federico Maria Monti, il talentuoso scrittore di ‘Les crétins créateurs’, edito da Alter Ego - la cui recensione può essere letta qui) - per scoprire qualche dettaglio in più su questo suo lavoro e cercare di comprendere meglio l’idea alla base del libro. Un piccolo ‘gioiello’, che ci ricorda come la cultura non sia un mero bagaglio, ma un patrimonio di princìpi e di valori da applicare ogni giorno, in ciò che si crede e in tutto quel che si fa.

Federico Maria Monti, ci spiega di cosa parla il suo libro 'Les Crétins Créatures', edito da Alter Ego?
“Riassumere una trama tanto complessa è impresa ardua, alla quale vorrei sottrarmi. Lo stimolo che ha reso possibile il racconto è stato in parte casuale, in parte invece suggerito da alcune riflessioni ‘semiserie’ che mi occupavano in quel periodo, soprattutto in ambito critico-letterario e filosofico. Etica, religione, filosofia hanno conosciuto, a partire dalla fine dell’800 e per tutto il novecento, una profonda revisione critica: una radicale ‘transvalutazione’ per dirla in termini tecnici. Dai cosiddetti ‘Maestri del sospetto’, ovvero Nietzsche, Marx e Freud, fino ad Heidegger e al ‘decostruzionismo’, proseguendo poi con la linea di pensiero aperta dall’ermeneutica della ‘Nietzsche reinassance’ nel secondo dopoguerra: Deleuze, Bataille, Derrida, Klossowski tanto per citare alcuni nomi. Le proposizioni assolute che la metafisica per millenni ha tentato di edificare subiscono una ‘relativizzazione assiologica’, un capovolgimento di posizioni a spese della categoria del ‘kalòs kai agathòs’, del ‘bello e del buono’ e, aggiungerei, del ‘vero’, dell’alètheia (dal greco: rivelazione o verità, ndr). Avevo in mente di scrivere qualcosa sul tema della bellezza e della bruttezza nell’arte. Bello e brutto sono ancora un residuo metafisico, oppure no? Alla luce delle esperienze dell’arte contemporanea, ha ancora senso parlare di bellezza e bruttezza assolute? L’interrogativo, formulato così, non è di certo di stringente attualità. Il ‘post-moderno’ ha già dato le sue risposte da decenni. I parametri contrapposti di bello e brutto sono stati messi in discussione con le avanguardie storiche: espressionismo, cubismo, surrealismo. Tuttavia, m’incuriosiva l’idea di ripensare il bello e il brutto non separatamente contrapposti, quanto piuttosto nella forma ‘dialettico-monologica’ di una dinamicità ‘hegeliana’. Ipotizzare, cioè, la possibilità di passare da una categoria all’altra con una capriola estetica: dalla bellezza alla bruttezza, semplicemente intensificandone i tratti caratteristici. Ovvero: se parto da una cosa bella, è teoricamente possibile che, aumentando la bellezza di questa cosa, portandola cioè fino al suo massimo grado e oltre, superando un supposto limite del bello, che la stessa cosa alla fine si rovesci circolarmente nel suo contrario, vale a dire nel brutto? Stessa procedimento con la bruttezza: intensificando quest’ultima fino ad assottigliarla e purificarla, può essa convertirsi in bellezza? BellCopertina_Les_cretins_creatures.jpgezza e bruttezza possono essere considerate, dunque, un ‘loop ermeneutico’ (iterazione interpretativa, ndr), un ‘diallele di gusto’ (ragionamento circolare, ndr), una provvisoria variazione del medesimo, una forma circolare di patologia ed epidemia di ritorno? In buona sostanza, sono queste le tematiche che innervano il mio racconto. La forma di genere che poi ho scelto è quella della satira ‘grottesco-alchemico-surrealista’, interamente declinata all’interno di una struttura in cui prevale stilisticamente l’ironia barocca e paradossale tipica di una certa tradizione letteraria. In particolare - e non solo - mi riferisco a quella inglese del ‘700: su tutti ‘The Dunciad’ (La Zucconeide), poema epico-satirico di Alexander Pope. Come pure non gli è estraneo un certo spirito caustico che gronda dalle produzioni letterarie dello ‘Scriblerus Club’, quindi Swift, Arbuthnot, ma anche Sterne e Carlyle. Per quanto riguarda, invece, il gusto per il fantastico e il macabro ‘Les crétins créateurs’, è senz’altro un atto d’amore nei riguardi di Jarry, Roussel, Artaud e Ionesco”.

In una società in cui sembrano ormai circolare umori di pancia irrazionalisti e irregolari, non le sembra un controsenso parlare di 'cretini'?
“In realtà c’è 'cretino' e 'cretino': è sempre bene fare delle distinzioni, anche in questo caso. Nel mio libro tento di abbozzare una variante ‘nobile’ dello stesso. Ne consegue che la categoria ‘socioantropologica’ del ‘cretino’, o per lo meno del mio ‘cretino’, non è della tipologia seguace delle dispense della ‘Dea Dulness’, la Dea della stupidità. E non ha per ‘patrono’ San Grobiano (il santo della fantasia di origine medioevale, protettore di persone volgari e grossolane, ndr). Esiste, invece, un ‘cretino’ aristocratico, solitario, mistico, di genealogia platonica, di ascendenza dionisiaca, che è tutt’altra cosa. Prescindendo da alcune interessanti ipotesi etimologiche caricate sulla parola ‘cretino’, che per il tramite della lingua francese lo affilia al ‘cristiano’ nel senso ‘commiserativo’, cioè di persona svantaggiata, di ‘povero Cristo’, l’uso che faccio del trascendentale retorico della cretineria trova dei precedenti nei ‘folli’ e nei grandi eresiarchi dei sistemi ‘gnostico-religiosi’ del passato, nei fondatori di sette ‘dualistico-emanazionistiche’ (che cioè ammettono la coesistenza di due forze, o principi distinti e contrastanti: l’emanatismo è una dottrina filosofica e religiosa secondo la quale il molteplice trae origine dall’Uno, prima di esprimersi con assoluta libertà, una tematica sviluppata dal neoplatonismo e dalle correnti di pensiero che ne sono state influenzate, ndr) come i ‘Colarbasiani’, gli ‘Ematiti’, gli ‘Ascodrodupiti’, gli ‘Ofiti’, i ‘Carpocraziani’, i ‘Barbelognostici’, i ‘Mandei’, i ‘Sethiani’, gli ‘Elcasaiti’…”.

Qual è la tesi alla base di questo suo lavoro?

“Più che una tesi, si tratta di una nostalgia: ancora oggi, l’accezione del ‘cretino’ è appiattita su di una sola ‘corda semantica’, impoverita attorno a un’unica ‘referenzialità’. Il cretino comunemente inteso è definito tale dalle società sedicenti ‘savie’, sulla base di un’eteronomia motivata da logiche di prevalenza. La negatività del cretino è affermata, prospetticamente, sul riconoscimento di una differenza ‘inomologabile’. Detto in soldoni: su un modo di fare e pensare, quelli del ‘cretino’ appunto, percepiti come discrepanti rispetto al pensiero unico, omologante e massificato. Il numero getta e determina le condizioni della normalità, come ne ‘Il Rinoceronte’ di Ionesco (opera teatrale scritta nel 1959, che si inserisce nell'alveo del ‘teatro del’assurdo’, ndr). Il ‘cretino’, invece, può essere ‘l’assolutamente altro’: l’irriducibile, l’idiosincratico originale e originario. E’ colui che non si comprende solo perché restio a lasciarsi assimilare dai paradigmi del ‘segno’ prevalente. A guardar bene, in quest’ottica parallela, cretini e folli sono stati tutti gli uomini di genio. Il genio si è manifestato in gran spolvero nella Storia solo nelle sintassi paratattiche e nelle balbe glossolalie (balbuzie, vocalizzi e sillabe senza senso, ndr) del ‘cretino’. Fare qualcosa che porti avanti, o indietro, il genere umano richiede alcuni requisiti: visionarietà, ossessione, furore ‘bruniano’ (da Giordano Bruno, all'anagrafe Filippo Bruno, filosofo, scrittore e frate domenicano italiano vissuto nel XVI secolo, ndr), capacità e, soprattutto, follia. Senza la follia, senza l’eresia, senza la depravazione delle secrezioni del ‘buon senso razionale’, senza la deviazione del ‘clinamen’ (concetto introdotto da Epicuro con il termine greco ‘parenclisi’, successivamente tradotto da Lucrezio con il termine latino ‘clinamen’, che nella fisica epicurea è la deviazione spontanea e casuale, sia nel tempo, sia nello spazio, degli atomi nel corso della loro caduta nel vuoto in linea retta, permettendo agli atomi di incontrarsi, ndr) non c’è e non può esserci arte, né scienza. ‘Nullum magnum ingenium sine mixtura dementiae fuit’ (lett.: non ci fu nessun grande ingegno senza un briciolo di follia, ndr), era già Seneca a dirlo, nel I secolo dopo Cristo”.

Su cosa pensa di lavorare in futuro? Ha già un nuovo libro in 'cantiere'?
“Sto lavorando agli altri due capitoli del romanzo: l’intero progetto è infatti pensato come una trilogia. Il discorso sulla bellezza e sulla bruttezza viene portato avanti in tre capitoli. Il primo, ‘Les crétins créateurs’, immagina una società, quella confinata nell’isola di Pous-Pus, in cui nessuno sa più esprimersi creativamente. Una società senza poesia, musica, pittura: una società caratterizzata dall’assenza di arte. Il secondo capitolo del libro, con altri personaggi e altre situazioni, dovrebbe descrivere le conseguenze di una società chiusa, di un modello politico in cui l’arte c’è ed è praticata, solo che il valore del gesto creativo, delle opere, si concentra non sugli originali bensì, un po’ ‘benjaminianamente’, sulle copie degli originali ‘scilicet’ (sul vale a dire, ndr) sul falso e sulla contraffazione dei manufatti artistici. Una società, quindi, in cui impera l’imitazione, la riproduzione seriale e la falsificazione. Il terzo capitolo, infine, ipotizza un regime in cui l’opera d’arte e la bellezza vengono sistematicamente perseguitate e annichilite dal potere. Tre tappe, insomma: assenza di arte, falsificazione dell’arte e negazione dell’arte”.

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NELLA FOTO QUI SOPRA: FEDERICO MARIA MONTI

AL CENTRO: LA COPERTINA DI 'LES CRETINS CREATURES'

IN APERTURA: LO SCRITTORE IN UNA FOTO DI PROFILO



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