Un ex investigatore, un cadavere tra gli ulivi e un serpente di coscienza: il noir ligure di Daniele G. Genova tra lutto, corruzione e verità sepolte
Nelle notti in cui il vento di ponente raschia i muri e le persiane tremano come palpebre insonni, il silenzio sa farsi più rumoroso del mare. E’ in questo respiro trattenuto che prende corpo 'Silenzio a ponente', il nuovo romanzo 'noir' di Daniele G. Genova, pubblicato da Edizioni del Delfino Moro. Presentato in anteprima al Festival 'Ag Noir' di Andora (Sv), rassegna che l’autore stesso contribuì a fondare insieme all’amico fraterno, Andrea G. Pinketts, il libro ha il passo del ritorno e l’odore del debito mantenuto. Dopo oltre un decennio di silenzio, Genova torna alla narrativa per onorare una promessa fatta proprio a Pinketts. E, come spesso accade nei 'noir' autentici, la parola data pesa più di qualsiasi legge. Il romanzo è immerso in un paesaggio che sembra respirare, una Liguria trasfigurata in Ventomorto, luogo reale e irreale allo stesso tempo, borghi come ossa scoperte, uliveti che scricchiolano sotto il sale, improvvisi squarci di luce che non redimono, ma svelano. In questo scenario sospeso, Libero, ex investigatore privato in pensione, trascina la sua stanchezza come un cappotto troppo lungo. Non cerca guai: sono loro che conoscono bene il suo indirizzo. Nel suo uliveto, tra le foglie che brillano come lame, trova il corpo senza vita di un giovane. Da quel momento, l’indagine lo reclama, riluttante e necessario come l’alba dopo una notte che non vuol finire. Libero non è un eroe. E il 'noir' non chiede eroi. È un uomo spezzato, consumato dal lutto per la morte della figlia, che il tempo non lenisce, ma incide. A guidarlo, o forse a perseguitarlo, è un serpente simbolico, coscienza e condanna, che striscia tra sogno e veglia, insinuandosi nelle pieghe della memoria. L’indagine diventa, allora, un doppio cammino verso la verità su una morte violenta e verso le stanze più buie di se stesso. Ogni traccia conduce fuori e dentro allo stesso tempo, come se Ventomorto fosse un labirinto costruito con la materia del rimorso.
La trama procede come una marea che non perdona e, nel rifluire, emergono demoni personali, amori impossibili, viltà ordinarie. Genova evita la predica, ma non l’accusa: nel romanzo si affacciano il dramma dei migranti, la violenza di genere, la corruzione, lo spopolamento dei borghi, il degrado ambientale. Sono ferite aperte, che non cercano consolazione: solo u
no sguardo che non distolga gli occhi. Le recensioni già parlano di "un’atmosfera densa", di un "tocco metafisico", che avvolge la vicenda come una foschia persistente. Qui il mistero non è solo chi ha ucciso, ma cosa resta in piedi quando tutto il resto crolla. Non è un caso che l’autore conosca bene l’odore delle stanze dove si trattano i segreti: Daniele G. Genova è stato davvero un investigatore privato, oggi in pensione. Ma è anche poeta, scrittore, ricercatore spirituale, ultima scoperta di Raffaele Crovi, che lo indicò come erede di Francesco Biamonti per temi e tonalità linguistiche. Il suo percorso attraversa la poesia degli anni ‘90 del secolo scorso: 'Canzoni per Martine Olvière'; 'Diario per Nina'; il racconto lungo 'Nora' (Giunti-Camunia, 1997); i noir 'Il nido dei gabbiani' e ‘La campana di Rivara’, fino ai romanzi 'Alla morte si arriva vivi' e 'Hanno ucciso Lucio Dalla'.
Tra antologie, finali di festival e racconti apparsi su quotidiani e riviste, la scrittura di Daniele Genova sembra aver sempre cercato lo stesso punto: il confine dove l’ombra dice più della luce. In 'Silenzio a ponente' ritorna anche una dimensione iniziatica. Tra le righe affiorano riferimenti simbolici a una 'Confrérie de la Libre Pensée', non nominata apertamente, ma percepibile come traccia sotterranea. Segni, riti, allusioni, più che un segreto da svelare: un alfabeto da intuire. Il borgo metafisico di Ventomorto diventa, così, custode di verità sepolte. Le sue pietre assistono senza parlare, mentre Libero scende sempre più a fondo, costretto a indagare nonostante il peso degli anni, la stanchezza del cuore, la sensazione precisa che la verità non salvi nessuno. L’indagine lo condurrà a sfiorare la propria vita, a misurarsi con le oscurità interiori, del tutto ignaro della terribile scoperta che lo attende. Nel frattempo, il serpente continua a muoversi, non per spaventare, ma per ricordargli che la coscienza non smette mai di mordere. Genova intreccia il mistero poliziesco con il racconto di formazione tardiva: non c’è un’età in cui si smetta di imparare a perdersi. L’andamento è teso, ma introspettivo, capace di far convivere il dettaglio dell’indagine con l’abisso dell’anima. Il mar ligure non consola, i borghi non accolgono, bensì osservano. Cambiano luce all’improvviso, come certi pensieri che non si possono più non avere. E mentre 'Silenzio a ponente' approda ai lettori, l’autore guarda al prossimo approdo. Egli, infatti, sta già lavorando al seguito, che porterà un titolo programmatico: 'La notte del serpente'. Come se la storia di Libero e del suo rettile interiore avesse ancora molto da sussurrare nel buio. Alla fine resta il silenzio, sì, ma un silenzio che parla. E parla di noi, delle promesse mantenute ai morti, delle parole non dette ai vivi, dei luoghi che ci abitano più di quanto noi abitiamo loro. In questo romanzo 'noir', la Liguria si fa specchio, il serpente diventa guida e la morte del giovane nell’uliveto è solo l’innesco di una domanda più grande: quanto di ciò che chiamiamo verità siamo davvero disposti a sopportare?
