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20 Settembre 2017

Con gli orti urbani nasce il cittadino-contadino

di Gaetano Massimo Macrì
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Con gli orti urbani nasce il cittadino-contadino

Le nostre città reinventano la fruizione del verde pubblico mettendo a disposizione dei cittadini piccole aree per la coltivazione. Un'esperienza che va ben oltre il concetto di moda e che potrebbe rivoluzionare il concetto di ecosostenibilità metropolitana.

Nati già da qualche anno in Italia, gli orti urbani costituiscono un fondamentale polmone verde per le città e contribuiscono spesso al recupero di aree degradate, sporche e abbandonate della metropoli. Ma se fino a pochi anni fa coloro che si dedicavano maggiormente a questa pratica erano gli anziani (nel 2009, il 60% dei coltivatori degli orti urbani aveva un'età compresa fra i 60 e i 70 anni, il 30% ne aveva più di 70), oggi il fenomeno interessa anche le famiglie e i giovani, grazie alle numerose iniziative avviate dall'amministrazione pubblica. In molte città, i cittadini che desiderano cimentarsi col pollice verde possono far richiesta e mettersi in lista di attesa, in caso di disponibilità non immediata, per l'assegnazione del proprio orticello. Non si tratta di un vezzo radical chic, o di un’ idea in stile new age, bensì di una saggia trovata che non soltanto riconcilia la gente con la natura, ma trasforma gli spazi cittadini in piccoli polmoni verdi, sulla cui utilità nulla si può eccepire. Le ville, si sa, rappresentano bene quello spazio sociale 'verde' da condividere e usare per una passeggiata, una sana corsetta, un primo appuntamento su una panchina isolata, ma questi orti, invece, offrono qualcosa in più. Soddisfano esigenze più 'primitive', come quelle di piantare, scavare buche, innaffiare piante e seguirne la crescita. Per la serie 'il verde lo faccio io', si torna contadini, ci si riappropria di gesti antichi, del rapporto con la terra e madre natura. Le esperienze all'estero, in tal senso, sono tante. A New York, ad esempio, dal 1978 esiste Green Thumb, un’associazione patrocinata dal Dipartimento dei Parchi che, forte di 600 membri e un mercato di 20.000 persone, ha l’obiettivo di risanare zone degradate riconvertendole in orti urbani, i quali forniscono prodotti ortofrutticoli per mercatini biologici comunitari; oltre a questo, l’esperienza di Green Thumb (letteralmente Pollice Verde) fornisce spazi sociali per gli anziani, organizza feste per le comunità di quartiere ed elabora progetti di studio a contatto con la natura per bambini e ragazzi. In Italia, il contadino-cittadino può apprendere le tecniche di coltivazione persino con corsi a distanza, da seguire con una semplice connessione internet. F.OR.TEC. (Formazione Orticola Tecnologica), ad esempio, attraverso una serie di lezioni gratuite spiega le tecniche di base per la creazione del proprio spazio verde. (Per chi volesse saperne di più, www.ortiurbani.net). Le richieste di aiuto dei novelli agricoltori sono numerosissime e testimoniano il grande interesse e l’alto grado di diffusione del fenomeno. A Roma, la Regione Lazio, in accordo con Legambiente, Roma Natura e Arsial, ha messo a disposizione dei cittadini oltre 200 orti biologici e sta creando una sorta di manuale della buona pratica attraverso il Regolamento generale degli Orti Urbani, di prossima pubblicazione. La capitale ha deciso di puntare su questa novità per salvaguardare aree rurali all’interno della città destinante all’abbandono e al degrado. Altri 150 appezzamenti, un po' più ampi,  saranno messi a disposizione dei cittadini romani nei prossimi mesi, purché si costituiscano in Associazioni o Circoli. Un discreto inizio, per una città che conta oltre 3 milioni di residenti. Niente a che vedere con la dotta Bologna che è in testa alla classifica biologica, con i suoi 2.700 orti comunali. Sono 30 anni, a dire il vero, che i bolognesi coltivano il proprio spazio verde. Tutto era iniziato per offrire spazi agli anziani, poi i tempi sono cambiati. E oggi l’orticello è amorevolmente curato anche da ragazzi e immigrati che trovano, in questo modo, un modo per sentirsi ‘parte’ di un territorio che stanno contribuendo a migliorare. Anche i cittadini milanesi non sono da meno e possono trascorrere parte del loro tempo libero nella cura di un orto. Il senso dell'organizzazione di cui i ‘lumbard’ sono massimi esponenti, non manca neanche in questo caso. È il caso dell'imprenditore e architetto Claudio Cristofani che ha trasformato quella degli orti urbani in una vera e propria attività coordinata e gestita in modo efficiente: 180 aree coltivabili dai 75 agli 85 metri quadri che vengono dati in affitto per un prezzo che varia dai 375 ai 580 euro l’anno (iva inclusa) senza porre graduatorie per l’accesso. Un costo che comprende l'offerta di un pacchetto completo (terreno recintato, acqua di falda per innaffiare, magazzino per le attrezzature necessarie e un’area verde per i giochi dei bambini). Non certo un'impresa con fini di lucro, bensì un sistema creato per “regolamentare” quelle attività umane positive, che se vengono svolte in regime di anarchia normativa risultano negative per il disordine oggettivo e la litigiosità delle relazioni (per saperne di più scrivere a: info@cristofani.net). Anche il comune meneghino, comunque, attraverso il progetto  ‘ColtivaMi’ affida aree verdi ad associazioni di cittadini, di volontariato, onlus e cooperative sociali. I costi di allestimento degli orti sono a carico degli assegnatari.Secondo Cristofani "rispetto alla richiesta di qualità organolettica del cibo, connessa alla possibilità di consumo entro tempi molto brevi dal raccolto, la proposta dell’orto urbano è assolutamente gratificante”. Ma se da una parte coltivare direttamente consente di adottare scelte biologiche, dall'altra chi ci assicura che lo smog non incida profondamente su frutta e verdura di questi orti? Secondo uno studio della Technical University di Berlino si è accertato che i vegetali, per via della continua esposizione allo smog, assorbono metalli pesanti dal suolo (cadmio, zinco, piombo). Nulla di grave, dicono gli esperti. Se il terreno fosse particolarmente inquinato, si potrebbe sopraelevare di alcuni centimetri l’orto, sfruttando una base di legno, con del terriccio nuovo. Così come sarebbe buona regola porre delle barriere di plexiglass davanti al un orto ubicato in prossimità di una strada ad alto tasso di traffico. Piccoli accorgimenti, che eliminerebbero sensibilmente il rischio di contaminazioni. Al di là degli allarmismi ambientalisti, l'orto urbano ha dimostrato di essere una sperimentazione felice. Certo, la spinta alle esperienze di coltivazione all’interno delle città, in questo momento, è in larga parte dovuta a una riflessione di tipo culturale e al crescente interesse del cittadino medio per le tematiche legate al verde e alla sostenibilità. Ma sarebbe sbagliato limitare la visione del fenomeno a una questione generica di “tendenza”. Secondo le Nazioni Unite, sono 800 milioni le persone che praticano agricoltura urbana, assicurando dal 15 al 20 per cento della produzione mondiale di cibo. I contadini urbani di oggi, se si ragiona sul lungo termine, non possono che essere considerati l’avanguardia di una serie di esperienze con cui in prospettiva si potrebbe rendere sostenibile la crescita demografica del pianeta.


Periodico Italiano Magazine - Direttore responsabile Vittorio Lussana.
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