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25 Settembre 2020

Addio ‘cuore matto’ del rock ‘n roll italiano

di Vittorio Lussana
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Addio ‘cuore matto’ del rock ‘n roll italiano

Dispiace dover salutare un personaggio popolare come Little Tony, nome d'arte di Antonio Ciacci, scomparso in questi giorni dopo una dura lotta contro una malattia terribile. Esprimiamo, dunque, una sincera solidarietà nei confronti della sua famiglia e di tutti i suoi cari. Tuttavia, una serie di puntualizzazioni in merito al suo stile artistico vanno anche sottolineate, al di là del doveroso rispetto che si deve riservare, in questi casi, a tutti quei cantanti italiani che hanno ricoperto un ruolo importante nel corso del nostro recente passato. Innanzitutto, Antonio Ciacci ha rappresentato – non si sa quanto consapevolmente e quanto per obbedire alle esigenze dettate dal mercato musicale italiano – quel genere di americanismo ‘spicciolo’ tendente a ‘scimmiottare’ tendenze indotte da culture totalmente ‘esterne’ alla nostra, in un mondo della produzione discografica italiana che non si è mai fatta scrupoli nel riproporre, in una versione puramente ‘maccheronica’, fenomeni dotati di caratteri assai peculiari e originali. Elvis Presley, infatti, con la propria carriera ha descritto uno stereotipo ben preciso di artista statunitense, quello del giovane sottoproletario il quale, grazie al proprio bell’aspetto e alle sue grandissime capacità vocali, riuscì a farsi accettare dai salotti del puritanesimo americano, fino a diventare prigioniero e vittima di quello stesso ruolo e dei suoi malefici meccanismi. I fratelli Cohen, tanto per citare un esempio di quanto vado asserendo, lo hanno inserito genialmente nel loro film-capolavoro ‘The Hudsucker Proxy’, facendolo apparire all’improvviso in una festa di gala del grande capitalismo americano, al fine di evidenziare le ‘svenevolezze’ di certe anziane signore o delle tante mogli americane trascurate, le quali, attraverso il ‘modello’ che Presley stesso rappresentava, cercavano di subliminare la propria repressione sessuale surrogando il proprio stato di abbandono rispetto a un maschio americano degli anni '50 totalmente dedito al mantenimento di giovani segretarie in carriera o di vere e proprie prostitute d’alto bordo. Presley, allorquando si vide superato dai fenomeni musicali successivi, fu tra i primi artisti a risultare abbandonato a se stesso, finendo col riempire il proprio disorientamento personale di fenomeno ‘consumato’ come “una lattina di Coca-Cola” sino alla consunzione definitiva del proprio ‘Io interiore’. Nel caso di Little Tony, tutta questa carica critica evidenziata dai fratelli Cohen di certo non è presente, poiché il nostro Ciacci ha rappresentato, in fondo, solamente la propria onesta passione giovanile verso un genere musicale, il rock ‘n roll americano, inquadrato nell’ingenua e provinciale ottica della piccola borghesia italiana. Dopo l’esplosione dei suoi primi successi nazionalpopolari, una fortunata tournée in America Latina e qualche ‘filmetto’ musicale, nel giro di un decennio si ritrovò anch'egli sorpassato dalla nuova moda dei cantautori e della musica d’autore, che in effetti riuscì a esprimere concetti, sogni e nuovi modelli poetici spostando l’ottica culturale di un’intera generazione verso orizzonti più pensosi e sofferti. Tutto ciò finì con l’imprigionare il ‘povero’ Ciacci nell’odiosa camicia di forza del ‘c’era una volta’, del fenomeno da esporre come un’anticaglia quasi esclusivamente a un pubblico di ‘tardone’ nostalgiche del boom economico degli anni ’60. A quel punto, il delitto del nostro contorto sistema di produzione musicale e più generalmente artistico - da sempre malato di un opportunismo rozzo e offensivo - era pienamente perpetrato: Little Tony divenne il mero prodotto culturale che definiva ‘ad libitum’ il mito dell’adolescenza che esorcizza, attraverso il rock ‘n roll, l’avvento dell’età adulta, stracolma di obblighi e doveri. Così come per Edoardo Vianello, Tony Santagata e lo stesso Bobby Solo, suo fraterno amico e ‘competitor’ nell’imitazione italica del mito di Elvis Presley, Antonio Ciacci entrò presto a far parte della schiera di ‘soggiacenti’ ai riti del miracolo economico italiano. Ma la questione, in realtà, è sempre stata assai più controversa: i cantautori italiani si erano resi portatori di un ‘malessere’, di una generica ostilità verso le mitologie consumistiche, contro le ipocrisie e il falso perbenismo dei padri. Le loro canzoni, di volta in volta disperate e beffarde, tenere o addirittura imploranti, cominciarono finalmente a trattare temi quali la solitudine, gli amori infelici, l’amore in quanto unico vero antidoto contro la vuota condizione giovanile (“Mi sono innamorato di te, perché non avevo niente da fare…” sono i fondamentali, quanto significativi, versi di Luigi Tenco, che identificano pienamente tale contesto sociale). Con il suicidio sanremese di Luigi Tenco, che letteralmente giunse come un meritato schiaffo in piena faccia nei confronti di quell’italianità discofila e pudibonda rappresentata dalla nostra cultura medio-popolare, si comprese che il problema stava assumendo contorni maledettamente seri. La musica italiana stava cominciando a esprimere una vera e propria tensione verso altri valori e stili di vita, una certa carica di anticonformismo, un’ansia di rinnovamento che costrinse il povero Ciacci - il quale in verità di tutto ciò rappresentava, a suo modo, una sorta di ‘precursore’ o di simpatico ‘progenitore’ - nel ‘dimenticatoio’. La storia successiva fu infatti quella di un vero e proprio scontro generazionale: mentre la televisione italiana si ostinava a proporre al pubblico innocui ‘pastiches’ di rock edulcorato, orrendamente fusi con la più nauseabonda tradizione neomelodica italiana (Gianni Morandi e Rita Pavone), una minoranza sempre meno esigua di giovani era già stata ‘intercettata’ dall’intimismo spoglio e malinconico di Gino Paoli e Fabrizio De Andrè, evocatori di un mondo che cominciava a sognare un utopico ‘altrove’ o a rovistare tra le nostre miserie quotidiane. Lo stesso Giorgio Gaber iniziò a ritrarre con toni affettuosi e garbati gli squallidi personaggi della banlieue milanese - ciclisti falliti, maniaci del biliardo, bevitori di Barbera, pregiudicati “usciti da poco” - mentre Enzo Jannacci ci raccontò, con grande ironia, gli sfortunati approcci amorosi dei timidi frequentatori di balere, le gaie prostitute che amavano la musica sinfonica, o i barboni coi piedi doloranti che passeggiavano sotto la finestra della loro innamorata calzando “scarp de tennis”. Anche il sommesso ed esangue Sergio Endrigo, prima di lasciarsi trascinare dalle ridondanze della propria vena più ‘crepuscolare’, seppe descrivere la disillusione preventiva degli immigrati meridionali, costretti a trasferirsi al Nord per riuscire a rimediare un lavoro dignitoso. Tutto ciò ha generato una frammentazione drammatica, priva di ogni autentica identità culturale, del mondo giovanile italiano, il quale ha finito col crescere immerso in una confusionaria cultura musicale che ha svariato dalle nenie lamentose di Giliola Cinquetti al rock duro e spavaldo dei Rolling Stones, dalle raffinate partiture ‘gregoriane’ di Gino Paoli agli strilli vagamente ‘swing’ di Caterina Caselli e Adriano Celentano, componendo un quadro complessivo del Paese che non solo tende a cannibalizzare ogni fenomeno artistico che appare all’orizzonte in nome di un mercantilismo ‘mordi e fuggi’ - tipico di una mentalità da ‘pezzenti’ -  ma che da sempre si prostra acriticamente verso ogni imposizione del mercato senza mai riuscire a dominare - o quanto meno a governare - il mondo dei consumi e della produzione di massa attraverso bussole di orientamento e di giudizio che non siano né da ‘apocalittici’, né da ‘lobotomizzati’. Questa ‘guerra totale’ avvenuta in Italia ha finito col determinare l’assoluta mancanza di ogni ‘via di mezzo’, espellendo definitivamente da ogni genere di evoluzione artistica una schiera infinita di personaggi che, invece, meritavano una carriera ben diversa e che, spesso, hanno dovuto limitarsi a servire da ‘spunto’ per programmi televisivi appositamente dedicati al ricordo sguaiato e ‘ridanciano’ di autentiche ‘meteore’ artistiche, oppure ancora alla creazione di veri e propri generi plasmati attorno alla nostalgia di un target di pubblico composto quasi esclusivamente da ‘rintronati’, considerati come tali e sottilmente insultati proprio da questo tipo di rappresentazioni. E’ questo il mostruoso meccanismo che è riuscito a ‘stritolare’ un cantante dotato di un timbro vocale potentissimo come Antonio Ciacci, utilizzandolo per mere finalità commerciali senza che alcun tipo di suggerimento artistico potesse reindirizzarlo - come fortunosamente accaduto ad altri artisti, quali Gianni Morandi e Massimo Ranieri - verso orizzonti ‘altri’, in grado di favorirne nuovi successi, rigenerandone l’immagine. Ed è questa, in fondo, l’amarezza che ci ha colto in questi mesi, già caratterizzati dalle dolorose scomparse di Enzo Jannacci e Franco Califano. Si può anche continuare a discutere, oggi, su ciò che quest’antica generazione di artisti abbia rappresentato, nel merito della loro ingenuità stilistica o di una quasi stucchevole, ma genuina, semplicità. Ciò che tuttavia non possiamo perdonare è un ‘sistema-Paese’ che continua a trattare gli artisti e il pubblico dall’alto in basso, in base a un’inculturazione di massa che appiattisce ogni genere di qualità individuale e professionale a mero fenomeno di prostituzione, artistica e intellettuale, ‘usa e getta’. Tutto questo, scusateci tanto, ma non riusciamo proprio a digerirlo.


Periodico Italiano Magazine - Direttore responsabile Vittorio Lussana.
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