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8 Dicembre 2021

Corrado Coccia: "L'importanza delle parole in musica"

di Michela Zanarella
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Corrado Coccia: "L'importanza delle parole in musica"

Undici storie d’amore racchiuse in un progetto discografico in cui la presenza femminile è essenziale

Per un cantautore, la scrittura dei testi è fondamentale. Lo sa bene l’artista milanese, Corrado Coccia, che in ogni canzone compie un lavoro accurato di ricerca per le immagini e il linguaggio. Muove i primi passi nella musica studiando pianoforte: è da adolescente che compone il suo primo brano. Capisce subito che la strada è già tracciata. Negli anni prosegue con determinazione gli studi e il suo stile diventa più maturo e strutturato. Nel 2009 arriva la vittoria al Festival di Castrocaro Terme, nella sezione 'musica inedita'. Dopo quattro album e due pubblicazioni letterarie esce ‘3/4 d’amor’ con Edizioni Musicali Crotalo: un disco quasi tutto al femminile, che racconta l’amore nelle sue espressioni più autentiche. Sono infatti tutte donne le musiciste che lo accompagnano, chi ha curato la grafica e l’autrice della raccolta di poesie omonima che si è ispirata alle sue canzoni. La poesia è la nota costante dell’autore: le parole sono in perfetta sintonia con la musica, accarezzano e avvolgono chi ascolta. Il tempo è in 3/4: ci troviamo in un romanticismo da ‘valzer’, che affascina. Gli strumenti: solo pianoforte e violoncello. Una voce originale, riconoscibile dal timbro. In ‘Dannato mio amor’, la Luna diventa testimone di un sentimento e gli elementi della natura emergono dalle assonanze creative. ‘Fiocchi di neve’, liberamente ispirata a una favola, dimostra la volontà dell’autore di immergersi in una dimensione fantastica, che rievoca ricordi ed emozioni trascorsi, ma pur sempre vivi e attuali nella sua coscienza. Lo abbiamo incontrato per voi.

Corrado Coccia, ti definisci un cantautore surreale? Per quale motivo? E come è iniziato il tuo percorso nel mondo della musica?
“Penso che la definizione di cantautore surreale sia quella che più mi si addica. Anche se, a volte, penso di essere più un ‘cantastorie’. La parola stessa ‘cantautore’ sta a significare che l’artista parla di sé. Nel mio caso, il più delle volte, parlo di quello che osservo. Possono essere storie di strada o frutto di una conoscenza. Di solito, ascolto una storia, la faccio mia e la rendo fantastica, proprio per non essere didascalico. Penso che ci siano altri mezzi di comunicazione, che possano raccontare la verità. Preferisco essere un romantico bugiardo. Quando ho iniziato? Oddio, a dire il vero la cosa mi sfugge: penso nei primi anni ‘80. In quel periodo, pur non conoscendo la musica, cercai di scrivere quella che poi diventò la mia prima canzone. Un brano assolutamente semplice, considerando l’età: se non erro avevo quindici anni. Approfondii gli studi di pianoforte grazie a una cugina di mamma, che insegnava al conservatorio Giuseppe Verdi di Milano e, così, iniziai ad apprendere i primi rudimenti. Più in là con l'età, mi iscrissi a un corso serale di pianoforte al conservatorio di Milano e mi diedero un mini-diploma di frequenza, che non servì a nulla. Più gli anni passavano e più mi rendevo conto di essere più portato nella scrittura, piuttosto che nell'esecuzione. Lasciai quindi gli studi di classica dentro a un cassetto e cominciai ad approfondire la mia ricerca con la musica scritta da me. Ecco il motivo per il quale sono diventato cantautore-cantastorie”.

Uno dei risultati più significativi della tua carriera artistica è la vittoria al Festival di Castrocaro Terme nel 2009, nella sezione musica inedita: che ricordi hai di quell’esperienza?
“La cosa che ricordo di più è stato l'incontro con Lucio Dalla. Con Lucio bevvi un’aranciata al bar del Grand Hotel che ospitava gli artisti. Quello fu l’incontro per eccellenza. Per il resto, ricordo un gran fermento nel dietro le quinte: persone impazzite che non facevano che truccarsi o pettinarsi, una grande attenzione per l’estetica e meno per la sostanza. Ovviamente, fu una bella esperienza, perché prima di allora le mie esibizioni si limitavano all’oratorio del mio quartiere. Trovarmi in diretta Rai, davanti a tantissimi ascoltatori, fu una cosa che, in qualche modo, mi ha segnato e mi ha fatto passare la ‘vergogna’. Quella che non è passata è l’emozione: quando salgo su un palco è sempre come se fosse la prima volta. Una cosa che mi diede soddisfazione è che, grazie alla mia presenza nella veste di cantautore, dovettero inventarsi un premio come miglior brano inedito. Ancora oggi mi risulta che a Castrocaro ci sia quel tipo di riconoscimento, che mai era stato assegnato. Il festival di Castrocaro ha lanciato solo interpreti e mai autori”.

In questi giorniCorrado_verticale.jpg è uscito ‘3/4 d’amor’, il tuo nuovo album con Edizioni Musicali Crotalo: come è nato il progetto discografico e come mai hai scelto tutte donne per questo lavoro?
“Il progetto è nato in piena emergenza sanitaria. Nonostante ‘Santi e disfatti’, il mio penultimo disco edito da Pachamama, abbia visto la luce giusto un anno prima, decisi di scoperchiare nuovamente il pianoforte per ricominciare a scrivere. Mi prudevano le dita e dal cielo piovevano nuove parole. Il disco sopra citato, nacque sotto una ‘cattiva stella’: fu faticoso pensarlo, scriverlo e realizzarlo. Sentivo che alcune scelte prese non erano frutto del mio pensiero, ma del pensiero altrui. Decisi quindi di pensare, scrivere e realizzare un disco interamente ‘made in Corrado’. Volevo che nessuno interferisse. E così fu. In ‘3/4 d'amor’ ho scritto undici storie d'amore non per forza rivolte a una lei. Dopo una attenta riflessione fatta tra me e me, scoprii o presi coscienza che non avevo quasi mai scritto canzoni d’amore. Ecco il perché di questa scelta: un disco minimalista al 100%. I due soli strumenti impiegati sono stati il pianoforte e il violoncello. Ho scelto una squadra di donne, perché è grazie alle donne che esiste l'amore. Una risposta che potrebbe sembrare sbrigativa, ma che racchiude in sé tutta la gratitudine che provo per la figura femminile. Se me lo consentite, vorrei citarle, queste meravigliose fanciulle: Ornella D’Urbano, pianista, arrangiatrice, e produttrice; Giovanna Famulari, violoncellista; Eliana Sanna, cantante italo argentina, con la quale ho duettato nel brano ‘Lei fu per me’; Anna Redaelli, pittrice e scultrice, che ha realizzato la meravigliosa copertina; Claudia Gaetani, poetessa. Claudia ha realizzato una silloge poetica liberamente ispirata alle mie canzoni, intitolata come il disco stesso. Il libro da lei realizzato avrà anche la forma del compact disk: cosa assai strana, se si pensa alla classica forma del libro. Vorrei però spendere una parola per l’unico uomo, a parte il sottoscritto, che ha preso parte a questo progetto. Sto parlando del ‘voice over’ bolognese, Paolo Balestri. La sua meravigliosa voce legge prima di ogni canzone dei piccoli fari narrativi da me scritti”.

3/4 corrisponde al tempo del valzer lento: cosa ti lega a questa danza?
“Quando iniziai a studiare musica classica con la mia insegnante privata apprezzai molto il tempo ternario: il valzer, in altre parole. Pur non essendo un amante di Chopin, restai molto colpito dai suoi valzer. Fu quindi Chopin che mi diede l'input, nonostante preferissi Schubert e Bach. Successivamente, cominciai ad ascoltare musica francese. Sono un amante di quasi tutto il cantautorato francese: la cantautrice Emily Loizeau fu forse colei che mi diede la spinta per pensare a questo disco. Fu infatti protagonista di una lunga tournée teatrale in giro per l’Europa, presentandosi con il solo pianoforte e un violoncellista a dir poco virtuoso. C’è anche una cosa decisamente strana che mi caratterizza: se devo scrivere un testo, lo penso in 3/4. Questa cosa è decisamente bizzarra, lo so, ma è ciò che mi accade. A distanza di anni, penso che avermi fatto nascere con il forcipe abbia causato non poche stranezze. Questa insieme alle altre”.

C’è un brano nel disco dedicato al circo, ce ne parli?
“I brani dedicati alla famiglia Sterza, in realtà, sono due: ‘Chi non sorride non sorriderà’ e ‘Senza trucco questo amor’. Conobbi la famiglia circense Sterza diversi anni fa: fu amore a prima vista. Essendo un grandissimo cultore dell’arte circense, mi misi alla ricerca di un circo che potesse essere a misura d'uomo. Amo molto i posti piccoli, mi danno sicurezza. Curiosando su internet, apparve il nome Sterza. Andai a Cremona ad assistere a un loro spettacolo e, da semplice spettatore, divenni amico fraterno. Per loro ho scritto questi due brani, ma anche altri in alcune mie passate produzioni. Spesso e volentieri apro i loro spettacoli cantando mentre il clown si trucca. L’ho detto spesso e lo ripeto anche a voi: se mi chiedessero di scegliere una professione, forse sceglierei quella del circense, pur sapendo quanto sia faticoso esercitarla. Il circo mi dà gioia: guardare gli occhi stupiti dei bimbi è una cosa impagabile. Per un paio d'ore il mondo si colora e i problemi non esistono più. ‘Chi non sorride non sorriderà’ è semplicemente il loro spettacolo, descritto attraverso una canzone. Si parte dal trucco di Liliano, il clown Pipino, e si finisce con il lancio dei coltelli, che lascia tutti con il fiato sospeso. ‘Senza trucco questo amor’ racconta, invece, la storia d'amore tra Liliano e sua moglie Patrizia, anche lei circense. Cerco di descrivere il loro primo incontro in una delle tante piazze polverose, dove si parcheggiano le carovane e dove i circensi vivono”.

Un altro testo è ispirato a ‘L’amore ai tempi del colera’ di Gabriel Garcia Marquez: cosa ti ha portato verso questa scelta?
“Speravo arrivasse questa domanda. Penso di aver letto centinaia di libri. E uno di quelli che più mi ha colpito è stato proprio quello di Marquez. Pensare a un amore epistolare è cosa anacronistica di questi tempi. L’amore si consuma con la stessa velocità di un ‘like’ su Facebook. I protagonisti di questa sensazionale opera letteraria si scrissero per cinquant’anni, sapendo benissimo che ognuno di loro avrebbe comunque vissuto la vita che gli si sarebbe presentata e che, forse, non si sarebbero mai incontrati. Questa è la forza dell'amore: amare vuol dire non poter fare a meno dell’esistenza dell'altro. Le loro vite rinchiuse in centinaia di lettere dove c’era la sola promessa d’amare”.

Nelle tue canzoni c’è molta poesia e spesso inviti poeti a collaborare ai tuoi progetti: cosa rappresenta per te?
“Lo dico spesso: l’invidia è un peccato che non mi appartiene. E di questo ne sono felice. Non mi interessa chi è più bravo di me, chi ha più denaro, chi suona o canta meglio del sottoscritto. Solo recentemente ho annusato il cattivo odore dell’invidia. Ebbene, sì! Invidio i poeti. Questi meravigliosi artisti hanno la capacità di descrivere in pochissime parole la vita intera. Mi è capitato di leggere poesie dove, in poche righe, si racconta un’esistenza. Io ringrazio se nella mia scrittura è stata individuata della poesia. Di sicuro, non era mia intenzione emulare figure ben più colte della mia. E nemmeno entrare in ambienti che non mi competono. Quello che so di sicuro è che, quando scrivo, cerco di far suonare le parole. Vorrei che avessero la valenza del tessuto musicale. Se si potesse aggiungere un rigo a una partitura, aggiungerei quello per scriverci dei versi. Se si fa l’autore di canzoni si ha il dovere di dare importanza alle parole. Nel mio caso, ho la presunzione di volerle far suonare. Quando sono versi grevi, come un basso tuba; quando sono allegri, come una tromba o un organetto da parrocchia”.

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QUI SOPRA: CORRADO COCCIA AL PIANO

AL CENTRO: IL CANTAUTORE/CANTASTORIE IN UN MOMENTO DI RIFLESSIONE

IN APERTURA: L'ARTISTA DURANTE LA REGISTRAZIONE IN VOCE


Periodico Italiano Magazine - Direttore responsabile Vittorio Lussana.
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