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2 Ottobre 2020

I Sottopassaggio: "Venite a cantare a Torbella"

di Andrea Termini
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I Sottopassaggio: "Venite a cantare a Torbella"

Intervista al duo ‘rap’ romano composto da 'Quinto', al secolo Ivano Di Serafino e da 'Er Foco', alias Giovanni Sabellico: una coppia di ragazzi di Tor Bella Monaca, che si sono distinti in ambito sociale in un quartiere di ‘frontiera’ della capitale d’Italia

Per quanto si possa 'dirne male', il quartiere capitolino di Tor Bella Monaca si dimostra sempre molto caratteristico e assai vivace, poiché produce personaggi nuovi, arte e cultura. E’ questo il caso de ‘I Sottopassaggio’, un duo di ‘rappers’ che si stanno facendo strada con il loro stile spiritoso, ma alle volte serio e impegnato. La dura vita della periferia romana fornisce stimoli e grandi ispirazioni. E forte diviene l’esigenza di esprimersi in forme originali, che sappiano descrivere una capitale d’Italia che, da un po’ di anni a questa parte, sembra ‘ripiombata’ negli anni ’70 del secolo scorso, soprattutto sotto il profilo dei crudi fatti di cronaca quotidiana. Ecco, dunque, il resoconto di un ‘dibattito a tre’, che abbiamo voluto organizzare con questi simpatici musicisti romani nei giorni di uscita del loro ultimo album, intitolato: ‘Bbe’, ragazzi’.

Quinto ed Er foco, innanzitutto: perché questi nomi di ‘battaglia’?
Quinto: “Quinto è nato quando frequentavo il secondo o il terzo superiore, il periodo nel quale si inizia a scegliere lo pseudonimo da usare nel mondo del ‘rap’. All'inizio avevo scelto 'Rogho', ma non aveva alcun senso. Poi è diventato 'Element', che ne aveva ancora meno, benché ci fosse un nostro fan, sentendolo, lo associò con ‘Il quinto elemento’, il film di fantascienza. Per un paio d'anni ho dunque mantenuto quesot nome d’arte, che poi si è ridotto solamente a 'Quinto'. Il significato di quest'ultimo lo trovai nell'associazione con 'Foco', uno dei cinque elementi, appunto”.
Er Foco: “Anche 'Er Foco' nasce nel periodo delle superiori, quando ascoltavamo i ‘Flamio Maphia’, un gruppo rap romano. Ai tempi, andava molto 'Bada', una loro canzone nella quale c'erano i seguenti versi: ‘Bada 'sto secco, c'ha er foco, er foco’. Così, mi venne l'idea di questo nome, che trovo anche molto semplice e sento che mi rispecchia molto”.

E i ‘Sottopassaggio’, invece? Come vi è venuta l’idea di questo nome?
Quinto:“I ‘Sottopassaggio’ come nome nasce perché, all'inizio, volevamo fare musica ‘underground’: tutta ‘roba’ politica, che viene dal ‘basso’. E il termine ‘sottopassaggio’ è proprio la traduzione di ‘underground’, insomma”.

Abbiamo ascoltato il vostro ultimo album, intitolato ‘Bbe' ragazzi’ e abbiamo notato che alternate momenti goliardici con altri assai più critici: quale pensate che sia la vera 'missione del rapper'? Si differenzia molto da quella del cantante 'non rap'?

Er Foco: “Essenzialmente, il rapper e ogni altro cantante, di qualsiasi  genere, ha lo scopo di esprimere se stesso, di comunicare un concetto, un'opinione. Il rapper nasce per esprimere un disagio: basti guardare agli ambienti nei quali questa figura muove i suoi primi passi”.
Quinto: “Uno dei punti ‘cardine’ del movimento ‘Hip Hop’  e del ‘rap’ è anche l'autocelebrazione, perché tutto nasce in strada e, quindi, hai bisogno di rispetto per non farti mettere i ‘piedi in testa’ dagli altri”.
Er foco: “Infatti, una rima fatta bene o con dei buoni 'incastri', può essere autocelebrativa: si ricercano ‘virtuosismi’ in questo senso, insomma”.

Nel brano ‘Il nostro dovere’ si parla di una manifestazione nella quale imperversa lo slogan: “Difendere la gente è il nostro dovere/creare un criminale è il vostro potere”. In un’epoca di populismo ‘montante’ non vi sembra che una visione del genere sia un po' troppo semplicistica, priva di elementi intermedi?
Er Foco: “Hai colpito nel ‘segno’. Però, questo ‘ritornello’ è ambivalente, potrebbe cioè essere una frase detta sia dal manifestante che dal ‘celerino’. In questo modo, si vengono a creare due verità distinte, appartenenti a due schieramenti opposti: sta a chi ci ascolta e alla gente che assiste agli scontri, scegliere quale sia quella effettiva”.
Quinto: “Quando creiamo queste frasi, siamo spinti, soprattutto, dall’idea di arrivare dritti al punto, senza usare mezzi termini, altrimenti si rischia di non colpire chi ci ascolta”.

In campo sociale avete partecipato al progetto ‘Io ci metto la faccia’ contro la violenza di genere ideato da Stefania Catallo, la presidente del Centro antiviolenza ‘Marie Anne Erize’ di Tor Bella Monaca: non sarebbe più corretto parlare di violenza in senso generico, dato che il 'di genere' presuppone una differenziazione fra uomo e donna che, nella società contemporanea, non dovrebbe esistere?
Er Foco: “Sicuramente, sarebbe meglio parlare di violenza in generale, perché è la differenziazione stessa a dar vita alla violenza di genere. È un dilemma che ci siamo posti noi per primi, soprattutto quando abbiamo composto il ‘pezzo’ per la petizione. Penso che partire, almeno, da una frazione della violenza, ossia la violenza di genere, sia già un punto d'inizio. Pian piano, poi si può arrivare a parlare di violenza anche in senso generale”.
Quinto: “Inoltre, avendo avuto amici che sono trovati in queste situazioni, io l'ho percepito come un tema molto attuale. Ovviamente, la violenza di genere può essere ambivalente: la donna può essere la vittima, ma anche il carnefice, almeno in qualche caso. Tendo tuttavia a prendere più le parti delle donne, perché a livello fisico, tranne situazioni particolari, è meno forte dell'uomo. A livello sociale, è chiaro che non ci dovrebbero essere differenze. Ma, d'altro canto, a livello fisico ce ne sono, per cui è importante fare questa differenziazione”.

In ‘Pioggia, sangue e sale’ affermate che “La merda che si impara a scuola si porta a casa”: il sistema scolastico italiano è proprio così carente, secondo voi?
Quinto: “Non parlavamo della scuola in sé per sé: il riferimento è al periodo adolescenziale, difficile per tutti. Quello che vivi a scuola, lo proietti anche in casa e tendi a chiuderti in te stesso. Ultimamente, stiamo tenendo un corso di ‘rap’ in una scuola superiore di Frascati e abbiamo notato delle criticità, soprattutto a livello delle strutture”.
Er Foco: “Secondo me, la scuola italiana, più che riformare il metodo di istruzione o quello pedagogico, se vogliamo, dovrebbe cambiare alcuni professori e alcuni ‘meccanismi’ interni: ci sono docenti che stanno lì e, ormai anziani, hanno sicuramente perso la voglia di insegnare, mentre ci sarebbero moltissimi insegnanti giovani che non vedono l'ora di trovarsi, finalmente, di fronte a una classe...”.

Quale modello dovrebbero seguire, secondo voi, i giovani?
Quinto: “Secondo me, devono imparare a pensare con la propria ‘testa’ e a non entrare in qualche ‘giro sbagliato’, tipo la ‘gang’ degli amici, i soldi ‘facili’, la droga come principale oggetto di divertimento. La generazione attuale, però, è tutta un'altra cosa rispetto alla nostra, cioé quella che ha concluso gli studi 6 o 7 anni fa”.
Er Foco: “Infatti, io ricordo che quando noi andavamo a scuola, Facebook era appena esploso, come fenomeno: prima dovevi avere un computer a casa e non tutti lo avevano; in secondo luogo, non potevi essere sempre connesso”.
Quinto: “La vera differenza è l’eccessiva 'istantaneità' nel ricevere. Qualsiasi cosa, noi l'abbiamo ‘sudata’, mentre ora c'è il 'tutto e subito', che ti fa perdere tante emozioni, la bellezza della ricerca che aiuta a capire cosa ti piace veramente. Oggi, siamo ‘bombardati’ da talmente tante informazioni che diviene praticamente impossibile elaborarle tutte in maniera corretta”.
Er Foco: “Concordo: a me, per esempio, piace molto chiacchierare. E mi è capitato di viaggiare in metropolitana senza telefono cellulare, mentre tutti, in quel vagone, erano ‘chini’ sullo smartphone, intenti a ‘chattare’ o a ‘navigare’. Così, per passare il tempo, ho cercato di parlare con qualcuno, con l'unico risultato di essere scambiato per un matto, o come uno con evidenti problemi psicologici...”.

Esiste, oggi, la tendenza ad autofregiarsi del titolo di artista. Rimane tuttavia il problema di chi effettivamente debba stabilire se un individuo appartenga o meno a tale categoria: con chi coincide, per voi, tale figura?
Quinto: “Il manuale vuole che sei un artista quando riesci a vivere con la tua arte. Noi potremmo anche definirci artisti, ma non c'è un chiaro confine fra artista e persona normale. Dal punto di vista del mercato, l'artista è colui che produce, vende, compra e scambia arte. Però, anche il ‘poveraccio’ di strada che dipinge quadri a poco prezzo, come fai a dire che non sia un artista”?
Er Foco: “In ciò, noi abbiamo una visione un po' diversa. Per me, l’essere artista viene deciso soltanto dall'artista stesso. Tu sei artista nel momento in cui fai una canzone e, di conseguenza, ti reputi tale. L’artista vive di arte, ma non in un senso esclusivamente economico. Diciamo che se vivi ‘per’ l'arte, ecco: allora sì, che sei un artista...”.

Quindi, la tecnica con la quale un artista esprime le proprie emozioni non è poi così importante?
Er Foco: “Questo è lo stesso discorso della differenza che c'è fra il cantautore e il cantante: il cantante ha una bella voce, ma non canta brani suoi; il cantautore è uno che interpreta i suoi testi. Quest’ultimo è l'artista, secondo me. Il cantante, quando non canta testi suoi, è un talentuoso che utilizza le qualità della propria voce, non un artista. Un po' come quei pittori bravissimi che riescono a fare delle copie perfette di quadri famosi, ma di loro ‘pugno’ non riescono a creare nulla. L'artista è colui che crea l'arte, in cui il lato creativo è quello preponderante, o più importante”.
Quinto:
“Io non so se riesco a reputarmi un artista. Tuttavia, penso che conti sia il riscontro in termini di successo, sia la creatività”.

A cosa puntate con le vostre canzoni? Fama? Soldi?
Er Foco: “In primis, cantiamo per noi stessi, anche perché abbiamo iniziato a farlo soprattutto come ‘sfogo’. All'inizio volevamo fare ‘pezzi’ esclusivamente sul sociale, o che trattavano di politica. Quando li riascoltavamo, però, c'era qualcosa che non andava. Così abbiamo iniziato a scrivere anche brani più leggeri, alterandoli con quelli più meditati o impegnati”.
Quinto: “Chiaramente, se vi fosse una via di mezzo fra soldi e validità artistica, sceglieremmo quella. Diciamo che non ci piace molto l’aspetto 'commerciale' che ruota attorno a certe canzoni, ecco tutto...”

Prima avete accennato a un progetto che state tenendo in una scuola della provincia di Roma: ce ne volete parlare?
Er Foco: “Si chiama 'Scuola di rap' e lo stiamo tenendo presso il ‘Michelangelo Buonarroti’ di Frascati. E’ nato l'anno scorso come un corso alternativo e supplementare di italiano per studenti stranieri. L'idea piacque e fu esteso anche ai ragazzi italiani”.
Quinto: “Insegniamo ai ragazzi ad aprirsi e a rapportarsi con gli altri mediante il ‘rap’, che costituisce un eccellente ‘strumento’ in tal senso. È un momento di aggregazione, molto utile nello sviluppo della propria personalità, per rendere i ragazzi più sicuri di sé stessi”.
Er Foco: “Poi, se possiamo contribuire a far avanzare dei ragazzi anche sul piano ‘tecnico’, non possiamo che esserne felici”.


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NELLA FOTO: I SOTTOPASSAGGIO


Periodico Italiano Magazine - Direttore responsabile Vittorio Lussana.
Registrata presso il Registro Stampa del Tribunale di Milano, n. 345, il 9.06.2010.
EDITORE: Compact edizioni divisione di Phoenix associazione culturale