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12 Luglio 2020

Stolen Apple: gli anni '70 nutrono il 'post rock'

di Emanuela Colatosti
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La band punk indipendente fiorentina propone un disco dalle sonorità ‘vintage’, in cui l’esperienza dei musicisti non cede a virtuosismi gratuiti

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All’origine erano in due. Ex componenti dei ‘Nest’, i chitarristi, Riccardo Dugini e Luca Petrarchi, diventano prima i ‘Buzz On’ e, in seguito, gli ‘Stolen Apple’, dopo la collisione con Massimiliano Zatini e Alessandro Pagani, rispettivamente bassista e batterista. Dal 2011 a oggi, il quartetto fiorentino ha ‘macinato’ una considerevole quantità di concerti ‘live’ e prodotto tre album. L’ultimo è uscito lo scorso febbraio di quest’anno, rigorosamente autoprodotto. Erano trascorsi 2 anni di silenzio dall’uscita di ‘Trenches’, pubblicato per Audioglobe. Con ‘Wagon songs’, questo gruppo indipendente conferma di aver venduto l’anima al punk, cosa vera sin dal primo disco. Schizofrenico il ‘sound’, che sembra indeciso da quale lato dell’Atlantico stare, se in Inghilterra o negli States. Ma la chiarezza delle radici negli anni ’90 di ‘Wagon Songs’, invece di contaminarsi con il post rock italiano, così devoto alle atmosfere sintetiche, si distingue per un afflato internazionale, attraverso una riscoperta delle radici anglosassoni del genere. Insomma, per tutte quelle orecchie che non sanno scegliere tra il ‘grunge’ ruvido dei Pearl Jam e le suggestioni graffianti dei Joy Division, l’ultimo disco degli Stolen Apple costituisce un buon compromesso,stolen_apple_cover.jpg che sventa l’altrimenti dolorosa rinuncia. L’inizio è un flashback, non dal punto di vista del genere, ma della scrittura: un incipit che abitua piuttosto velocemente agli scatti repentini, con una ‘Suicide’ immediatamente esplosiva. Il retrogusto blues che c’è dietro la composizione di basso, il cui suono si gonfia insieme alla cassa della batteria, non lasciando troppo sola la chitarra in primo piano, rende alcune tracce delle confessioni, sul filo di lana della ‘ballata’, come nel caso di ‘It’s up your mind’. Non poteva essere altrimenti, perché l’unica ‘ballad’ nel senso più rigoroso del termine, invece, è ‘A looking behind kids’, salvo poi rompere la magia dell’intimità, restituendo l’ascoltatore al mondo circostante, come in ‘Out of fashion’. I brani composti dalla band toscana si infilano nell’ambiente circostante prima di soppiatto, mimetizzandosi, per poi creare interferenze che interrompono lo stato di alienazione. Esattamente come la civetta nella copertina, che risulta un elemento curioso, destando l’attenzione per la dissonanza. Allo stesso modo, le virate armoniche e ritmiche degli Stolen Apple all’interno di ‘Easier’ rendono l’esperienza dell’ascolto assolutamente non conforme. Formato da musicisti d’esperienza, gli effetti di produzione della band non vengono portati avanti come ‘scusa’ per non far emergere una struttura più complessa della canzone, ma si accompagnano l’un l’altra, per completarsi. In breve: gli Stolen Apple non sono semplicisti del ‘grunge’, né del ‘post rock’, ma una realtà indipendente italiana che si connette, in piena continuità, con l’evoluzione musicale internazionale, senza prone induzioni e con notevoli ‘spunti’ di originalità.

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