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21 Maggio 2019

Un Venditti inutilmente nostalgico

di Vittorio Lussana
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Un Venditti inutilmente nostalgico

Con l'uscita del suo nuovo album dal titolo "Unica", il cantautore continua a riproporre una romanità scontata. Ma la canzone d’autore dovrebbe fare di più.

Dispiace tornare su determinati argomenti, soprattutto in circostanze che dovrebbero essere liete come quella dell’uscita discografica del nuovo album di Antonello Venditti, intitolato ‘Unica’. Si tratta dell’ormai banale replica del più classico ‘venditor-imbalsamatore’ di una romanità scontata, più preoccupata per delle emerite corbellerìe che dei devastanti problemi di una capitale in piena paralisi e stracolma di inefficienze. Una sana riflessione intorno ad alcuni fenomeni di costume, inerenti ai settori artistici e musicali, rappresenta, infatti, una di quelle questioni talmente sottovalutate da incidere, più di quanto non si creda, sul già profondo solco divisorio esistente tra Stato-governo e Stato-comunità di questo nostro Paese. Venditti è sempre stato un ottimo cantante, una delle voci più calde e interessanti del nostro panorama musicale. Eppure, anch’egli ha voluto cedere allo stereotipo che da tempo gli è stato appiccicato addosso: quello del romanista ‘sfegatato’, simpatizzante comunista, che continua a rimpiangere gli anni del liceo, il ‘dolce’ Berlinguer, l’ultima storia d’amore vissuta e i ‘cannoni’ delle sei che “non fanno male”. Un nostalgico di tutto: della ‘grattachecca’ del Trionfale, del servizio militare, dell’uscita 25 del Grande Raccordo Anulare, del ‘paninaro’ notturno di piazza Santa Maria Maggiore, degli amici che si divertono nonostante il mondo sia in mano “ai ladri e agli eroi”. Lo schematismo culturale a cui sto facendo riferimento è quello che vorrebbe legare il successo di un attore o di un cantante ai consueti stereotipi ideologizzati della massificazione, quando non a quelli della pura mercificazione commerciale. E, infatti, anche in quest’ultimo album Venditti non introduce innovazione alcuna, come ormai già accaduto nelle ultimissime produzioni di un cantautore ormai in avanzato stato di declino, se non di vera e propria decomposizione. Le sue donne sono sempre ‘uniche’, segno evidente di come si continui a sottovalutare il tema antropologico di una femminilità che risponde a modelli completamente soggettivi, originali, personali. Le donne non sono oggetti, bensì persone: sarebbe ora di accettarlo e di comprenderlo definitivamente. Esse non possono essere distinte seguendo modelli estetici ed edonistici, in una continua quanto offensiva classificazione tra ‘figone’ anoressiche e ‘ciccione’ simpatiche, casalinghe disperate e precarie che fanno ‘sesso in città’. Un certo ‘maschilismo di sinistra’ rimane un’ambiguità di fondo che si continua a far finta di non vedere. Con autentica presunzione si nega persino che la questione esista, poiché a certi ambienti imborghesiti e ‘salottieri’, quelli delle ‘terrazze’ di Ettore Scola tanto per intenderci, non piace ‘sbavare’ di fronte all’opulenza dei corpi, bensì si preferisce teorizzare delle bellezze algide, eteree, filiformi, ‘iconizzabili’. Ma di quale ‘tipo’ di donna si tratta, alla fine? Di un modello idealistico posto sopra a un piedistallo? Di una Giovanna d’Arco? Di una ‘figa di legno’? Di una ‘santa’ in pubblico inaspettatamente ‘trasgressiva’ in privato? Le donne non possono continuare a sentirsi giudicate tramite categorizzazioni astratte: la bravissima Geppy Cucciari, tanto per fare un esempio, non ha soltanto il merito di essere una eccellente attrice-monologhista, bensì di riuscire a rappresentare un ‘genere’ di donna al contempo nuovo e diverso: quello della ‘robusta e pur sexy’, della ‘mediterranea calda’ e intelligente, quasi d’altri tempi. Un ‘modulo’ di ragazza che corrisponde a canoni generalmente discriminati, i quali tuttavia esistono, nonostante vengano sistematicamente ‘oscurati’ proprio dalla cosiddetta ‘unicità’ della bellezza femminile proposta, soprattutto, in televisione. Geppy Cucciari, ma anche, per altri versi, Luciana Littizzetto, ci stanno costringendo a prendere atto, giustamente, che esiste una ‘molteplicità’ di bellezza femminile, ovvero che non esiste solo quella delle ‘veline’ in pieno ‘delirio di onnipotenza’. Continuare a teorizzare l’unicità di una donna, l’esclusività della sua bellezza, l’imprevedibilità del suo carattere, persino l’egoismo di fondo della sua stessa ‘stronzaggine’ rappresenta un’emerita ‘minchiata’. Perché le donne, a loro modo, sono tutte ‘uniche’. E non esiste alcun modello ‘subliminale’ o idealizzabile di esse. E’ un concetto ideologico, quello espresso da Venditti, una mera ‘masturbazione cerebrale’, che non aderisce affatto a un romanticismo popolare, bensì a una semplice ‘dabbenaggine arruffona’. Non siamo più ai tempi in cui la ‘pariolina’ di destra si innamorava del figlio di operai di sinistra, ricchi solamente di ingenuità e sani princìpi. Nel bel mezzo di questi ultimi decenni sono nate tutta una serie di nuove condizioni sociali, di innumerevoli ‘sfumature di grigio’. E invece, ‘questo qui’ continua a ‘cantarcela su’ con la storia degli amori impossibili, quelli che “fanno dei giri immensi e poi ritornano”: ma quando mai? E se anche tornassero, certi amori, caro Venditti, sai i ‘vaffanculo’ che si sprecherebbero? Da una parte e dall’altra, sul fronte maschile, come su quello femminile: su quello delle donne, perché nei loro “giri immensi” esse continuano, imperterrite, a ‘sgomitare’ alla ricerca del solito ‘principe azzurro’, il classico ‘pollo coi soldi’ che poi, alla fine, si rivela un autentico ‘essere inferiore’; su quello degli uomini, invece, poiché essi proseguono nel loro volersi prendere per i ‘fondelli’ da soli continuando a sentirsi ‘machi’, forti, maschi, grandi ‘conquistadores’ di ‘squinternate’ pur di non ammettere come l’unica che aveva un filo di cervello li abbia psicologicamente ‘malmenati’ e abbandonati, lasciando agli amici l’ingrato compito di ‘raccattarli col cucchiaino’. L’Italia rimane un ben strano Paese: ora totalmente prono a infatuazioni e a contributi assolutamente esogeni rispetto alla propria tradizione culturale, ora decisamente avvinghiato intorno ad arrugginiti stereotipi nazional-popolari, a cantanti ‘nasali’ e a ‘gola stretta’, sintomo di repressione culturale e anche sessuale. Caro Venditti, io non so più come dirtelo: ‘caccia’ due soldi, per favore, e vedi di fondare una scuola di giovani autori e musicisti, al fine di tirar fuori qualcuno con un minimo di talento, perché qui, tra ‘Amici’ e ‘X-factor’, voialtri ‘sinistroidi’, come al solito, continuate a farvelo mettere, tranquillamente e serenamente, ‘in quel posto’…


Periodico Italiano Magazine - Direttore responsabile Vittorio Lussana.
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