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21 Ottobre 2019

Il giusto peso delle parole

di Vittorio Lussana
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Il giusto peso delle parole

Dalla cultura illuminista siamo stati abituati a considerare il termine laico soprattutto in riferimento allo Stato. Ma questa parola, in verità, proviene dalla cultura religiosa dell’antica Grecia e possiede un’origine spirituale, non empirica. In teologia, per esempio, ancora oggi i laici sono coloro che non hanno preso i ‘voti’, cioè che non sono né preti, né suore, né frati. Come si può ben comprendere, in campo teologico essere laici rappresenta una definizione che si ottiene per sottrazione, tesa cioè a definire soprattutto quello che non si è. Pertanto, al fine di chiarire con esattezza cosa significhi essere laici, diviene necessario ricorrere all’antica radice greca della parola: laicòs, ovvero ‘appartenente al popolo’. Lo Stato viene infatti contrapposto, in molte riflessioni e ragionamenti, in quanto realtà ‘terza’, esterna o addirittura estranea al popolo. Dimenticando, invece, che lo Stato promana proprio dal popolo e non è affatto una sovrastruttura ‘astratta’, puramente intellettuale. Lo Stato è la manifestazione stessa della volontà popolare e della sua autodeterminazione. Esso non deve rispondere a nessuno, non deve chiedere autorizzazioni ad altro soggetto, tantomeno alla religione. A quest’ultima, lo Stato non deve chiedere alcun permesso nelle sue scelte o la sua organizzazione, poiché esso è aconfessionale e non può prendere una religione come ‘fonte’ dei princìpi che lo regolano. Non possiamo definire lo Stato ‘cristiano’, per esempio, nemmeno se cristiani lo fossero tutti quanti i cittadini senza alcuna esclusione, a meno che questi non prendessero, in assoluta unanimità, una decisione in tal senso. In ogni caso, in linea di principio lo Stato non può far riferimento a una religione di per sé, qualunque essa sia. Lo Stato decide di volta in volta i principi che lo regolano, ma non può farlo ‘a monte’, proprio perché esso è laico, ovvero appartenente al popolo, proveniente dal popolo. Non solo non si possono stabilire a monte i princìpi di una religione, ma neanche di un’ideologia. Nessuna filosofia può esser messa a fondamento di uno Stato, ma solo ciò che costituisce l’oggetto di un accordo collettivo tra i cittadini. In molte ideologie, come nelle religioni, ci sono rigore, inquadramento, eteronomia. Ma quale rapporto deve avere lo Stato laico per esempio con la chiesa? E qui per chiesa s’intende la sua organizzazione, non la comunità dei fedeli. La gerarchia cattolica da millenni possiede un compito: quello di essere la ‘custode’ dei princìpi del cristianesimo. Ovvero, nella Chiesa cattolica, apostolica e romana, storicamente ha sempre prevalso più che l’autodeterminazione dei princìpi dei fedeli, la custodia stessa di questi principi: neanche il Papa ha diritto di cambiare le ‘carte in tavola’. Egli è custode e interprete della sua stessa fede. Troppe volte, invece, nasce una certa confusione tra ciò che un membro della chiesa dice e chi lo dice, quasi che i membri della Chiesa fossero obbligati a parlare in quanto, appunto, rappresentanti della chiesa e non perché, in quel momento e su quel problema, essi esprimono, come tutti gli altri, la loro soggettività. Il cardinal Bertone esprime il suo parere su una questione sociale o morale o politica. E siccome parla in quanto uomo della chiesa, generalmente si pensa che tutta la fondatezza del suo ragionamento si basi sul richiamo evangelico. Ma questo non è affatto vero: si tratta di un’emerita banalità, un dare per scontato che deriva da nostre superficialità e astrattezze. All’interno della Chiesa, raramente capita che una discussione venga argomentata su una base totalmente dogmatica, secondo l’assunto: “Lo ha detto Dio, quindi la discussione si chiude qui”. Certamente, nei vari ‘scontri interni’ alla Chiesa si parte da una verità rivelata, ma poi si prosegue argomentando, discutendo, approfondendo, secondo la più classica ‘ragion pura’ di derivazione ‘kantiana’. Quindi, non è del tutto vero che, all’interno della Chiesa cattolica una posizione venga esclusa da una discussione solo perché questa non trova origine nella fede. O, per lo meno, non è sempre così. Lo Stato non è altro che la forma e la sostanza dell’associarsi tra singole persone, gruppi, associazioni e famiglie. Quest’associazione tra persone, che si danno degli obiettivi comuni, facilita il raggiungimento degli obiettivi stessi. Ma oggi, in Italia, a causa di una cattiva, anzi inesistente, cultura dello Stato, prevale una forma di distacco tra cittadini e Stato medesimo. Da parte dei cittadini è in atto una forte polemica nei confronti dello Stato che nasce da un non riconoscimento da parte del popolo nei confronti della sua stessa classe politica, la quale, ricordiamolo, deve ‘promanare’ dal popolo. Promanazione da alcuni anni impedita da una legge elettorale che ha sostanzialmente tolto al popolo la possibilità di esercizio del diritto ‘attivo’ di eleggere i propri rappresentanti. Dunque, l’attuale classe politica non promana del tutto dal popolo, al quale è stato dunque fornito un ulteriore alibi per accusare la classe politica medesima di aver tradito l’annuncio di un grande rinnovamento, a cui non sono seguiti fatti conseguenti. In pratica, è stata proprio la politica a darsi la ‘zappa sui piedi’ da sola, diciamocelo francamente. Chi vi scrive, pur avendo momenti di profonda delusione politica, non è un qualunquista e crede ancora nei Partiti. Ma per poter ritirare la mia personale mozione di sfiducia nei loro confronti, essi debbono sapersi dare un nuovo assetto di equilibrio e di condivisione culturale che, come nella chiesa, pur traendo origine da una serie di princìpi condivisi, possano poi distinguersi nelle diverse argomentazioni. Per poter far questo, innanzitutto bisogna fare in fretta, al fine di evitare che il sistema rimanga ‘esposto’ a minacce contrarie alla propria natura, ovverosia quella di una laicità da cui discende l’idea stessa di democrazia. Ma, in secondo luogo, deve risultar ben chiaro a tutti che l’Italia corre anche il rischio di non avere più nemmeno un popolo realmente esistente, poiché il prevalere dell’individualismo, della chiusura egoistica e del narcisismo autoreferenziale ha posto in crisi ogni genere e tipo di sistema associativo. La partecipazione democratica oggi ha assunto caratteristiche assai più vicine alla partecipazione del ‘tifo’ da stadio, o alle ‘mode’ che aggregano attorno alla futilità, o addirittura al nulla. Sono le capacità aggregative, la possibilità di formare un gruppo di persone attorno a dei progetti comuni il dato posto in discussione. Bisogna pertanto recuperare una laicità intesa come popolarità, poiché non possiamo essere popolo senza riuscire a definire la nostra identità e le nostre radici. Altrimenti, siamo solamente dei singoli individui ‘atomizzati’. Ciò che costruisce l’identità di un popolo è la sua Storia collettiva. È un concetto impoverente e arretrato quello di voler salvaguardare unicamente il singolo individuo, affinché questo se ne resti da solo: non è liberalismo questo, sia chiaro, ma solamente stupidaggine, stoltezza, sterilità morale e materiale. L’individuo da solo si omologa alle mode e assume comportamenti che non sono autonomi, bensì indotti dalla società che lo circonda. La chiesa cattolica ancora oggi è un soggetto dotato di una propria capacità aggregante, poiché essa riesce comunque a rappresentare una comunità organizzata con livelli assai diversificati di adesione, una struttura in grado di proporre un’identità al popolo, non transeunte e non virtuale. E’ questa la cosa inquietante, poiché il sottoscritto pretende di definirsi innanzitutto come cittadino italiano ed europeo, prima ancora che appartenente a una comunità religiosa in quanto ‘battezzato’ a suo tempo. Ho tutto il diritto di richiamare ai miei lettori, a tutti gli italiani, a tutto il mondo se necessario, le nostre radici e la nostra Storia. La religione, soprattutto nei tempi passati, ha rappresentato un sostegno a popolazioni altrimenti destinate alla disperazione, poiché le ha riscattate dal pericolo della perdita di ogni dignità. Princìpi che oggi ci appartengono, come la giustizia, la carità, il rispetto delle leggi e persino l’impegno intellettuale, sono stati spesso contraddetti, ma anche ‘sorretti’, dalla fede cristiana. Quindi il cristianesimo ha rappresentato comunque un segmento molto importante della nostra Storia. Ma la stessa identica cosa rimane valida per l’antifascismo e la Resistenza: essi hanno formato dei valori, hanno fornito un carattere al nostro Paese nel senso della libertà, della lotta, del sacrificio e della devoluzione di sé per andare verso una maggiore giustizia tra i cittadini. In seguito, c’è stato il dopoguerra, in cui si è sviluppata l’economia e si è realizzata la scolarizzazione di massa: dunque, anche quest’ultima è stata una stagione che ci ha donato un carattere, un ciclo in cui il movimento sindacale ha dato forza e identità. Chiunque abbia Storia e identità da offrire ha diritto di proporle e di cercare di convincere gli altri: questa è la vera essenza di fondo della laicità. Essa è una radice libertaria, non violenta, non criminogena, altissimamente democratica, di un popolo sovrano che deve imparare a dar peso alle parole di chi parla, foss’anche il Papa. Poiché il peso alle parole di un Papa, o anche di un leader politico, lo dà chi lo ascolta, non chi parla. E chi deve dare il ‘giusto peso’ alle parole dev’essere proprio la classe politica, che dunque è tenuta a riprendersi la capacità di far questo. Poiché tutto ciò che è stato, per noi laici è Stato. E tutto ciò che è, esiste con noi.


Periodico Italiano Magazine - Direttore responsabile Vittorio Lussana.
Registrata presso il Registro Stampa del Tribunale di Milano, n. 345, il 9.06.2010.
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