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diretto da Vittorio Lussana
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19 Agosto 2019

Sul cinema d'impegno

di Vittorio Lussana
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Più sensibile verso l’analisi antropologica della nostra vita quotidiana, il cinema italiano ha saputo spesso rappresentare uno specchio assai fedele dei cambiamenti avvenuti nel nostro Paese: la ‘commedia all’italiana’, per esempio, ha donato al pubblico spunti satirici e verità ‘squarcianti’ che hanno letteralmente illuminato le ordinarie vergogne della nostra cieca corsa verso un benessere grettamente materialista. ‘Divorzio all’italiana’ di Pietro Germi tramite una ‘scettica eleganza’ ha saputo scherzare sull’assurdità di un codice penale che non puniva i ‘delitti d’onore’ del ‘maschio italico’, mentre ‘Una vita difficile’ di Dino Risi ha affrontato di petto il dramma di quegli italiani che hanno creduto negli ideali della Resistenza e che si sono visti travolti dalla iattanza cafona di tanti ‘neo-ricchi’. Sempre Dino Risi, ne ‘Il sorpasso’, ha saputo ritrarre, attraverso un ritmo filmico tutto ‘a singulti’, la ‘giornata tipo’ di uno dei tanti parassiti che raccolgono le briciole delle nuove modalità di vita imposte da una modernità vacua, canagliesca e, alla fine, amarissima. Ma anche in questo settore, le leggi del successo e della commercializzazione alla fine sono riuscite a imporre la superficialità e l’involgarimento. Alcune pellicole di buona fattura hanno infatti preteso di ‘intonacare’ la nostra ‘Storia–Patria’ diffondendo ideologie giustificazioniste e autoassolutorie: ‘La grande guerra’ di Mario Monicelli e ‘Tutti a casa’ di Luigi Comencini hanno presentato figure di italiani i cui tratti più indolenti sono addebitati esclusivamente alla nostra tradizionale ‘arte di arrangiarsi’, mentre la satira ha spesso degenerato nel ‘macchiettismo’ e nella bonaria presa in giro – mi sto riferendo, in particolare, al film ‘Il vigile’ di Luigi Zampa – di costumi e modi di vivere accettati con eccessiva indulgenza. Fortunatamente, qualcuno, a un certo punto, si accorse che certe nostre ‘istituzioni’ non tenevano più: con tocco assai delicato, il grande Luchino Visconti, in ‘Rocco e i suoi fratelli’, ha saputo splendidamente fotografare una famiglia di immigrati la cui esigua manciata di valori morali finisce col venir letteralmente ‘bruciata’ dai labirinti della grande città, mentre il geniale e fantasioso Federico Fellini, ne ‘La dolce vita’, è stato uno dei pochi a raccontarci una Roma stordita e corrotta, dove ogni compostezza sprofonda in un paganesimo provinciale che celebra i propri riti goderecci senza nemmeno saper attingere a una ‘grandiosa malvagità’. Poi giunse l’epoca del cinema ‘di denuncia civile’, dalla chiara impronta politica. Su tale versante, decisamente ‘accecanti’ si sono rivelati i film di Francesco Rosi (‘Le mani sulla città’ e ‘Il caso Mattei’), addirittura ‘radiografici’ quelli di Elio Petri (‘A ciascuno il suo’, ‘La classe operaia va in Paradiso’), dolorosamente poetici quelli di Pier Paolo Pasolini (‘Uccellacci e uccellini’ e ‘Mamma Roma’), mentre a rammentare che l’istituzione maggiormente priva di tenuta è proprio la famiglia ci hanno pensato Marco Bellocchio (‘I pugni in tasca’), il ‘crudo’ Salvatore Samperi (‘Grazie zia’) e il quasi ‘onirico’ Marco Ferreri (‘Dillinger è morto’) i quali hanno appuntato i propri ‘strali’ contro le atrocità del matrimonio, le ipocrisie del ‘familismo’ all’italiana e gli egoismi dei moderni rapporti di coppia. In ogni caso, tranne queste eccezioni, in linea generale la nostra produzione cinematografica ha sempre dato l’impressione di intrattenere con la realtà italiana un rapporto sovrastato dalle bronzee leggi degli schematismi ideologici: da una parte si è riprodotta un’Italia arcaica, pervasa da forme di sfruttamento e di sopraffazione che lo sviluppo economico non sempre è in grado di ‘intaccare’ o, quanto meno, di correggere; dall’altra, si rincorrono i volti di una borghesia concepita nel più idealtipico dei modi, come un banale epifenomeno la cui ‘coscienza storica’, quando c’è, rappresenta solamente un mero ‘rivolo di spurgo’. E’ stato sostanzialmente questo il giudizio espresso sulla società italiana dal predominio comunista sulla nostra cultura. Ed è quindi giunto il momento di affermare a chiare note che l’italo-marxismo è sempre stato trattenuto da un perdurante giudizio anti-industrialista, incapace di aprirsi a una critica ‘superatrice’ del capitalismo. Ciò è avvenuto a causa proprio della politica culturale del Pci, un Partito che ha coltivato a lungo la paura dello sviluppo economico giudicando il ‘congelamento dei dualismi’ e delle permanenze pre-industriali il viatico migliore per la crescita delle forze produttive al fine di una transizione democratica al socialismo. Ma questo errore è disceso, a sua volta, dai ‘filtri’ cui è stata sottoposta, qui da noi, la dottrina di Karl Marx dai due autori più amati, Antonio Gramsci e Gyorgy Lukacs, i quali, per ragioni diverse, sono sempre stati assai poco attratti dai problemi della modernizzazione: il primo, poiché era un pensatore sostanzialmente ottocentesco; il secondo, perché non è mai riuscito ad andare oltre una concezione assai rigida della ‘totalità dottrinaria marxiana’. I tentativi migliori di riannodare i fili della riflessione di Marx all’evoluzione della società industriale – come per esempio quelli di Galvano Della Volpe, che ha sempre insistito sul metodo ‘galileiano’ del filosofo di Treviri, tentando di aggirare autentici ‘macigni concettuali’ quali quelli di ‘Rivoluzione’ e ‘Socialismo’ postulando una ‘transvalutazione normativa’ della democrazia che passasse attraverso una serie di coraggiose ‘riforme di struttura’ – sono sempre stati ‘stroncati’ da bruschi richiami all’inammissibilità dei ‘saperi eclettici’. Di fronte a simili ‘lumi di luna’, la conseguenza più devastante è risultata quella di una vera e propria messa in ‘quarantena’ delle cosiddette ‘scienze sociali’: mentre in tutti gli altri Paesi occidentali venivano regolarmente pubblicati i grandi classici della sociologia, da Weber a Durkheim, da Tonnies a Thomas e Znaniecki, da Aron a Kelsen, da Fromm a Galbraith, in Italia si è continuato a ‘setacciare’ la letteratura marxista e post-marxista internazionale proponendo Baran, Braveman, Lukacs, Sweezy, Horkheimer, Adorno, Marcuse e persino Mario Tronti. Un’egemonia di tal genere è derivata da una classe intellettuale a dir poco vergognosa, che ha voluto gettarsi ‘a capofitto’ nell’applicazione della teoria del materialismo storico alle arti e alle scienze al fine di rompere il proprio ‘accerchiamento’ e avvinghiare se stessa a una snobistica immagine di ‘intellettualità’ totalmente autoreferenziale.


Periodico Italiano Magazine - Direttore responsabile Vittorio Lussana.
Registrata presso il Registro Stampa del Tribunale di Milano, n. 345, il 9.06.2010.
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