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20 Settembre 2017

Addio a Balfour Zapler

di Fabrizio Federici
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Il ricordo di un collega e amico, magnifico giornalista ebreo-italiano che fece grandi cose: tra i primi inviati speciali a intervistare Fidel Castro a capo dei suoi guerriglieri nella Sierra Maestra, fu portavoce dell’Esercito israeliano durante la guerra del Kippur
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Ho appreso, purtroppo tardivamente, della scomparsa, avvenuta alcune settimane fa negli Stati Uniti dove risiedeva stabilmente da anni, di Balfour Zapler, giornalista, intellettuale a tutto tondo, già direttore, dal 2003 al 2006, di ‘Shalom’, il mensile della comunità ebraica di Roma. Ho perso, prima ancora che un validissimo collega, un carissimo, fraterno amico, quasi un padre che negli anni in cui diresse ‘Shalom’ (cui da diverso tempo collaboro) e in seguito, mi è stato sempre affettuosamente vicino, spesso aiutandomi nella vita di tutti i giorni dandomi sempre consigli validissimi. Dietro un carattere e dei modi di fare apparentemente burberi, Balfour celava (ma tutti lo sapevano, conoscendolo da anni) un cuore d’oro: uno spirito sempre pronto alla comprensione, alla solidarietà umana, all’empatia col vicino, spinta spesso alla condivisione dei suoi problemi. Nato a Bari nel 1930, ebreo italiano di formazione e mentalità laica, Balfour, così chiamato dai genitori in omaggio a quel ministro degli esteri britannico, Arthur Balfour, che esattamente cento anni fa, nel 1917, aveva rilasciato la storica Dichiarazione del Foreign Office che riconosceva ufficialmente il diritto degli ebrei a ricreare un “focolare nazionale” in Palestina, senza per questo calpestare i diritti degli arabi palestinesi, aveva studiato discipline diverse, frutto di più interessi (medicina, regia cinematografica, comunicazione di massa), laureandosi poi in Scienze politiche. Reporter da campo durante varie rivoluzioni nell’area dei Caraibi, fu tra i pochi a intervistare Fidel Castro ancora combattente nella Sierra Maestra: un’esperienza professionalmente assai rischiosa, poiché proprio quel giorno, appena rientrato a L'Avana, venne ‘acciuffato’ dagli ‘sgherri’ di Fulgencio Batista, venuti a sapere della cosa. Fu inviato speciale di settimanali brasiliani in Europa, Medio ed Estremo Oriente e in Africa. Aveva collaborato e diretto varie riviste, quotidiani e programmi radiofonici in lingua inglese, spagnola, portoghese e italiana, in Venezuela e in Brasile. È stato tra i fondatori della ‘Dante Alighieri’ ad Haifa. Comandante dell’Unità di collegamento con la stampa estera del portavoce dell’esercito israeliano e, nel 1982, consigliere personale per i media dell’allora ministro della difesa, Ytzhak Rabin, poi tragicamente assassinato, nel novembre 1995, a Tel Aviv, da un ebreo nazionalista fanatico. Da Balfour, ho imparato molto come giornalista, sia nella collaborazione a ‘Shalom’, sia nella realizzazione di ‘Genesi’, rivista di cui ho ricoperto il ruolo di coordinatore editoriale, sempre con lui come direttore, incentrata sul dialogo interreligioso e interculturale tra nord e sud del mondo, redatta in più lingue (italiano, inglese, ebraico, arabo). Un esperimento che ci arricchì molto, arenatosi purtroppo troppo presto, dopo soli due anni di pubblicazione. Con me come giovane collaboratore, Balfour non aveva mai fatto pesare la sua grande statura professionale: parlandomi spesso, in grande amicizia, dei suoi problemi di salute e familiari e della  carica di gioventù e di speranza che gli aveva dato - un po' come ai patriarchi biblici -  diventare nuovamente padre a 77 anni di uno splendido bambino. E raccontava spesso di quando, a soli 18 anni, aveva partecipato alla difesa di Gerusalemme nella guerra d’indipendenza d’Israele del maggio 1948: “Ci portarono su delle colline immediatamente a est di Gerusalemme, contro gli arabi che avanzavano: come gli altri, ho ‘sparacchiato’ un po’ a casaccio: non so cosa ho combinato…”. O di quando, molto tempo dopo, nell’ottobre del 1973 a Londra, si era immediatamente presentato all’ambasciata israeliana appena saputo dello scoppio della guerra del Kippur. A quel tempo portavoce dell’esercito, Balfour Zapler in seguito avrebbe ricordato, minuto per minuto, le ore che avevano preceduto l’attacco e persino “il durissimo sfogo di Yitzhak Rabin (a quei tempi ambasciatore di Golda Meir a Washington, ndr) contro la miopìa del suo primo ministro”, il quale, pur avendo saputo in anticipo dell’imminente attacco siro-egiziano contro Israele, programmato per il 6 ottobre, che poteva significare la Pearl Harbour del Medioriente, non aveva voluto proclamare immediatamente la mobilitazione generale per non togliere tanti padri israeliani alle loro famiglie nel giorno, appunto, della festa del Kippur. Vicino ai laburisti, poi spostatosi, negli ultimi anni, sulle posizioni del nuovo Partito centrista Kadima, Balfour aveva sempre creduto nella cultura del dialogo con tutte le persone e le forze ragionevoli, al punto che mi disse, un giorno, di essere pronto – se fosse stato possibile – a un confronto persino con Hamas. Occhi vivacissimi, la battuta arguta sempre pronta, Zapler fisicamente ricordava un poco Ytzhak Shamir, il premier israeliano che nel 1991, dopo la prima guerra del Golfo, alla conferenza di Madrid aveva avviato la storica svolta del dialogo con l’Olp di Arafat. Alla moglie, Maria Vittoria, cardiologo di fama, ai figli più grandi e all’ultimo, ora decenne, Ezra (Balfour era fiero del nome dato a quest’ ultimo figlio: il nome del sacerdote che nel 459 a. C. aveva guidato il ritorno del secondo contingente di ebrei dall’esilio babilonese) le nostre più sincere e profonde, seppur tardive, condoglianze. Addio, caro Balfour, nell’aldilà, dove come minimo dovranno affidarti la direzione del principale quotidiano: spero proprio che potrai trattenerti piacevolmente con Mosè e Maimonide, Spinoza e Kafka, Einstein e Freud, Dayan e Rabin.

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NELLA FOTO: L'ESERCITO EGIZIANO ATTRAVERSA IL CANALE DI SUEZ (6 OTTOBRE 1973)

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