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28 Ottobre 2021

Bobo Craxi: “Expo Milano 2015 non è una fiera di gastronomia internazionale”

di Carla De Leo
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Bobo Craxi: “Expo Milano 2015 non è una fiera di gastronomia internazionale”

Dopo l’inaugurazione di ‘Expo Milano 2015’, incontriamo uno dei personaggi politici che si rilevarono fondamentali, nel 2008, per portare a casa presso il Bie (Bureau internazional des expositions) la vittoria del grande capoluogo lombardo contro la città turca di Smirne: l’ex sottosegretario di Stato agli Affari Esteri del Governo Prodi, on. Bobo Craxi. Abbiamo infatti cercato di capire se il vero tema ‘portante’ di questa grande manifestazione, ‘Nutrire il pianeta – Energia per la vita’, non fosse un concetto filosoficamente ben diverso, di carattere ‘terzomondista’, rispetto all’impressione di enorme ‘vetrina’ per aziende e grandi multinazionali le quali, attraverso scambi ineguali e forme di concorrenza neo-colonialista, tendono a distruggere i mercati interni dei Paesi più poveri del nostro pianeta.

Onorevole Craxi, partiamo dall’Esposizione universale di Milano, in corso in questi mesi nel grande capoluogo lombardo: è esattamente la manifestazione che si aspettava ai tempi in cui lei fece più volte il giro del mondo alla ricerca dei voti per ‘battere’ Smirne?
“Innanzitutto, non posso che compiacermi del successo dell’Esposizione, nonostante essa abbia avuto un ‘varo’ funestato da gravi tumulti di piazza. Sullo sfondo, vedo e apprezzo il lavoro portato a termine in questi anni, quello spirito innovativo e multilaterale che è proprio dell’Expo. Anche l’ex sindaco di Milano, Letizia Moratti, ha parlato di uno snaturamento dell’identità del ‘nostro’ Expo e non intendo ripetermi. Tuttavia, non posso che confermare come vi sia stata una ‘deviazione’ troppo decisa in direzione della gastronomia più che verso la nutrizione e la produzione  agro-alimentare, che era il vero tema di fondo della nostra campagna. In ogni caso, penso che, attraverso iniziative pubbliche di riflessione e di convegnistica, nonché tramite una promozione non rituale della ‘Carta di Milano’, si possa fare una correzione in corso d’opera, al fine di rendere memorabile l’Expo italiano. Mi spiace di non aver potuto partecipare, né io, né il Commissario Claudio Moreno, all’apertura: uno ‘sgarbo’ del quale avrei volentieri fatto a meno…”.

In pochi hanno sottolineato come il Governo Berlusconi abbia perduto, sostanzialmente, 4 anni su Expo, facendone levitare i costi: non ritiene grave questa scarsa memoria degli italiani, a cominciare dagli establishment?
“La gestazione delle Esposizioni universali è sempre assai complicata e contestata. E’ accaduto anche in Spagna e ritardi si sono registrati a Shanghai. In Italia, gli scandali ne hanno condizionato sia la tempistica di realizzazione, sia l’impatto sulla fiducia e l’opinione dei cittadini. Penso che, anche in questo caso, si possa rimediare lungo questo semestre. È vero che la gestione politica dell’Expo finì in mani diverse rispetto a quelle di coloro che lo avevano pensato e ‘portato a casa’: la Regione Lombardia prese il sopravvento sul Comune; nel Governo centrale i lavori pubblici presero il sopravvento sul ministero degli Esteri, snaturando l’impatto internazionale dell’iniziativa; sono stati cambiati due Commissari. Insomma, non è stata certo una ‘passeggiata’, ma alla fine il risultato è sotto i nostri occhi ed è difficile decretarne il fallimento. Le lotte di potere clandestine e la gestione degli appalti chiavi in mano sono stata la prassi classica di un regime che si ritiene incontrastato. E Cantone rischia di fare la guardia al ‘bidone’…”.

Anche il ‘fenomeno Renzi’, secondo lei, è frutto di un cattivo rapporto degli italiani con la politica?
“Matteo Renzi ha il merito di aver in parte ‘riagganciato’ il favore popolare proprio perché ha fatto della sfiducia e dell’antipolitica tradizionale il suo ‘cavallo’ di battaglia: né più e né meno quello che fece Berlusconi nel 1994. Ora, è atteso alla prova dei fatti che, si sa, hanno la ‘testa dura’. E i risultati dell’economia sono lì da vedere: non si sono fatti particolari passi in avanti”.

A prescindere dall’Italicum, porre la questione di fiducia su una materia squisitamente parlamentare non è stato, in realtà, un atto di debolezza da parte del premier?
“E’ stato un atto di vera e propria ‘iattanza’ spregiudicata. Il modello è perfettibile, come ogni sistema elettorale, ma è figlio di questa stagione politica e della certezza che, per anni, non vi saranno reali alternative al dominio del Partito democratico. Penso addirittura che si entrerà in una fase di regime, anche se non so, questo regime, quale fisionomia assumerà. Il contrappeso, tuttavia, è nell’opinione pubblica, nella stampa più libera, nei sindacati e nelle istituzioni religiose”.

Pippo Civati ha deciso, nei giorni scorsi, di lasciare il gruppo parlamentare del Pd: questo gesto può essere considerato una prima ‘falla’ nel progetto del cosiddetto ‘Partito della Nazione’? E quali prospettive si aprono?
“Pippo Civati viene dalla mia regione. E noi lombardi, abitualmente, guardiamo alla sostanza delle cose e alla loro praticità. Ha indugiato fino al momento in cui le cose si sono spinte troppo oltre. E quel momento, a un certo punto, è arrivato. Non so se sia possibile interpretare in senso più ampio un sentimento di singola insoddisfazione, o di temporaneo dissenso interno. Ma tutto ciò sembra opporsi al ‘nuovo’ e viene classificato come ‘conservatorismo’. In realtà, ciò che Renzi e il Pd non riescono a interpretare è il riformismo, che è cosa ben diversa dal ‘cambismo’. Pur di fare, si cambia, o si stravolge, immaginando che si possa intervenire con l’accetta anche in mondi sensibili e complessi: il caso della scuola è abbastanza esemplare. L’assunto: “Gli italiani ci hanno votato per fare e non per conservare” è fallace, perché chi, nel 2013, ha sostenuto il centrosinistra ha votato il programma del ‘Bene comune’, che aveva basi teoriche e programmatiche assai diverse. Bisogna ricucire, a mio parere, lo ‘strappo’ a sinistra, evitando derive massimaliste e inconcludenti riorganizzando un’area riformista più ampia, che preveda una soggettività che non sia di mera testimonianza, ma che rappresenti, come nel caso dei liberali inglesi, una forza che mantiene delle salde radici nella cultura politica del nostro Paese. Per questo motivo, il problema di noi socialisti non è quella di ‘intrupparci’ in un campo di profughi democratico, ma di risolvere, assieme alla diaspora della sinistra italiana, una ripresa politica utile per gli anni a venire”.

Come andranno le prossime elezioni regionali? La debolezza e la confusione che, in questa fase, sembrano imperare nel centrodestra porterà a nuovi goal a ‘porta vuota’ da parte di Renzi?
“Le regionali sono certamente un banco di prova governativo. Esse si svolgono, tuttavia, in un quadro di disgregazione dell’alternativa a Renzi. Inoltre, prevalgono logiche e consuetudini locali. Certamente, il Pd non replicherà il suo 40% e questo lo giudico assai utile. E’ disdicevole, per esempio, che vi siano Partiti del centro-sinistra che risulteranno decisivi per la sua vittoria in molte regioni. Partiti verso i quali il Pd ha rivolto il ‘benservito’, cancellando il sistema di coalizione per il Governo centrale. Il voto regionale dimostrerà ampiamente che, in Italia, il ‘bipartitismo’ non esiste e che è in crisi persino il bipolarismo. E il nuovo regime ne dovrà prendere atto”.

Il suo Partito, il Psi, sta dando un'immagine di totale appiattimento al progetto 'renziano' per la creazione del Partito della Nazione: da cosa dipende tale subalternità?
“Nencini si appresta ad aderire di fatto al Partito della Nazione, ma sarà un’adesione individuale. Ci sono, d’altronde, illustri precedenti di compagni fiorentini ‘bio-degradati’ dentro il ‘corpaccione’ Pds-Pd. Se si voleva dare vita e forma a una capacità di movimento autonoma, bisognava assumere atteggiamenti differenti, sapendo mantenere ben saldo il rapporto con il Governo. Invece, si è scelta la strada di accettare a ‘scatola chiusa’ ogni decisone di Renzi (salvo rare occasioni), anche quella che più si allontanava dal nostro modo tradizionale di vedere le cose. La subalternità non nasce da un’impostazione culturale, ma da uno stato di necessità imposto da una consapevolezza dei limiti delle proprie forze. Una condizione che si trasforma facilmente in una stanca rinuncia all’autonomia. Da qui, il ‘Patto federativo’ col Pd, che sanciva la definitiva subalternità. In un anno sono cambiate molte cose: Renzi ha detto che vuole cambiare il nome del Partito socialista in Europa e punta chiaramente al ‘Partito della Nazione’. L’obiettivo degli alleati minori diviene perciò quello di aggregarsi per poi negoziare con il Pd qualche ‘testa di lista’: una mera ‘politica di sopravvivenza’, senza contenuto, che non può affascinare o interessare alcuno, tranne il ceto politico che ricerca questa clausola di salvaguardia personale”.

Le voci critiche sollevatesi al vostro interno, tra cui la sua, in merito a questo ‘schiacciamento’ di Nencini su Renzi, sono in grado, eventualmente, di tentare qualcosa di diverso? Come? E, soprattutto, con chi?
“Noi abbiamo davanti due strade: la prima è quella di arrivare a un chiarimento politico interno definitivo, cercando di rovesciare la maggioranza interna e chiedere a Nencini, nuovamente, di fare un passo indietro per il bene del socialismo italiano, che lui non è più in grado di rappresentare. Innamoratosi com’è del suo ruolo governativo ha esercitato quello di Segretario ‘part-time’, sguarnendo un punto di riferimento per tanti socialisti in Italia, persino quelli che non sono iscritti al Psi ma che continuano a mantenere una fede ideale intatta, anche nelle svariate tendenze della nostra tradizione. La seconda, invece, è quella di avviare un processo più lungo, che punti alla soglia minima del 5% e che si rivolga a tutti gli elettori riformisti della sinistra democratica e laica - ma anche cattolica… - di esperienza associazionistica, civica e sindacale, capace di rappresentare delle istanza che, evidentemente, il ‘Partito della Nazione’ o la rinnovata destra populista italiana non sono in condizione di rappresentare. Già si stanno formando le basi di questa nuova tendenza politica. Penso che il risultato elettorale delle regionali accellererà il processo di composizione e scomposizione del quadro politico, favorendo in tal guisa, anche la ripresa di una nuova iniziativa socialista e riformista”.


Periodico Italiano Magazine - Direttore responsabile Vittorio Lussana.
Registrata presso il Registro Stampa del Tribunale di Milano, n. 345, il 9.06.2010.
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