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28 Ottobre 2021

Enrico Berlinguer: una brava persona

di Vittorio Lussana
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Enrico Berlinguer: una brava persona

Per chiudere un dibattito politico francamente interminabile, che troppo spesso ha congelato ogni tipo di dialettica e di confronto all’interno della sinistra italiana, basterebbe dir questo: è sul versante umano e antropologico che possiamo riconoscere al leader sassarese sincerità e buona fede nel denunciare, in Italia, una ‘questione morale’ assai radicata nel tempo

Sul trentesimo anniversario dalla scomparsa di Enrico Berlinguer non vorremmo scrivere moltissimo: già in passato e in altre sedi abbiamo espresso il nostro parere in merito agli esiti e agli errori della sua vicenda politica. E non intendiamo dilungarci oltremodo intorno a tutto ciò. Berlinguer era un uomo buono, timido, educato. Ciò lo ha portato a incarnare una figura di leader ‘diversa’ dai soliti esponenti politici italiani. Ma l’equivoco che sorge molto spesso è proprio quello di una ‘diversità’ antropologica scambiata per caratteristica ideologica. Se il merito principale di Berlinguer fu quello di essere un comunista ‘diverso’, già ciò dovrebbe offrire il fianco a numerose interpretazioni su un dibattito che, a sinistra, è stato fondamentalmente rimosso. Se, invece, ribaltassimo il ragionamento fermandoci sul confine antropologico, ci accorgeremmo, con maggior chiarezza e precisione, che Enrico Berlinguer, prima di ogni altra cosa, è stato un esponente politico apprezzabile sotto il profilo della propria umanità: una persona instancabile, generosa, altruista, comprensiva. Per chiudere un dibattito politico francamente interminabile, che troppo spesso ha congelato ogni tipo di dialettica e di confronto all’interno della sinistra italiana, basterebbe dir questo: è sul versante umano e antropologico che possiamo riconoscere al leader sassarese sincerità e buona fede nel denunciare, in Italia, una ‘questione morale’ assai radicata nel tempo. A questo punto, diviene corretto sottolineare come, tutto sommato, fosse piuttosto semplice per il segretario di un Partito storicamente sostenuto dall’Unione sovietica, proporsi come il predicatore di una politica onesta. Ma anche quest’ultima obiezione dovrebbe essere incardinata nel contesto storico di un mondo, quello di Yalta e della ‘guerra fredda’, diviso in blocchi contrapposti. Oggi che quella divisione non esiste più possiamo prendere per ‘buona’ la riflessione ‘berlingueriana’, per lo meno nella sua parte più sincera e motivata. Ma ciò può valere solo ed esclusivamente per quell’Enrico Berlinguer che il presidente della Repubblica, Sandro Pertini, pianse come “un amico fraterno, un figlio, un compagno di lotta”. E non certamente per altri esponenti storici del comunismo italiano, i quali non solo non hanno mai incarnato il ‘verbo azionista’ dei fratelli Rosselli, come dichiarato di recente da Eugenio Scalfari, ma che per lungo tempo hanno preteso di imporre a tutto il mondo politico e intellettuale italiano un’egemonia culturale e un’ortodossia di pensiero tanto stucchevole, quanto immotivata sotto il profilo scientifico. Un’egemonia ‘chiusa’ all’interno di bronzei e immutabili schematismi, che ha reso la politica del Pci strumentale e classista, dogmatica sino al misticismo ateo. Si tratta di un giudizio che pesa come un macigno all’interno della sinistra italiana, la quale ancora oggi fatica a razionalizzare e a storicizzare con il giusto grado di onestà intellettuale molte figure del mondo laico, socialista e radicale, le loro sacrosante battaglie e il ruolo che questi ambienti hanno svolto in una condizione di assoluta minoranza. Nonostante ciò, salvando dal Pantheon ‘italo-marxista’ Antonio Gramsci, Pier Paolo Pasolini e gli ‘strappi’ di Enrico Berlinguer, riteniamo di fornire un parere importante sotto il profilo della distensione, una via d’uscita definitiva dalle tante, troppe, diatribe esplose a sinistra. Crediamo doveroso, insomma, ricollocare la figura di Enrico Berlinguer nel comune alveo di una sinistra laica e umanitaria, paziente e comprensiva, razionale e altruista, impegnata a interpretare la politica in quanto finalizzata al raggiungimento dell’interesse generale del Paese, come attività dello spirito in quanto Stato. Lo facciamo serenamente, senza chiedere nulla in cambio, senza cioè pretendere pacificazioni e superamenti ideologici particolari, che contraddirebbero la presente analisi rendendola strumentale. Anche se, con la stessa sincerità, si attendono, in futuro, nuove e più approfondite riflessioni per il bene dell’intera politica italiana.


Periodico Italiano Magazine - Direttore responsabile Vittorio Lussana.
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