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3 Ottobre 2022

Beatrice Lorenzin: “La leadership europea deve essere politica”

di Carla De Leo – cdeleo@periodicoitalianomagazine.it
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Beatrice Lorenzin: “La leadership europea deve essere politica”

La Brexit è solo l’ultimo atto del fallimento della politica europea che, invischiata in tecnocrazie, si è gradualmente allontanata dai cittadini e dai lori reali bisogni, alimentando sfiducia e paura. La creazione di una Costituzione e l’adozione di misure volte al sociale sono le uniche basi per una ripartenza

L'abbiamo incontrata presso la sede della nostra diplomazia, nella capitale, in occasione del seminario economico 'Villa Mondragone'. Ma, tutt’altro che diplomatica, Beatrice Lorenzin ha sfoggiato un intervento infuocato, animato dal sentimento e dalla rabbia, certamente condizionato anche dagli esiti del referendum nel Regno Unito, giunti proprio il mattino del seminario. La Brexit ha designato la fuoriuscita dell’Inghilterra dall’Europa e questo, per il nostro ministro della Salute, è un evento grave, che deve farci riflettere seriamente sullo scenario ‘schizofrenico’ in cui ormai versa il vecchio continente, causato in primis dalla mancanza di una forte leadership (e Cameron, per la Lorenzin, incarna il fallimento tipico di un leader europeo che, in piena crisi, indice un referendum per poi presentare le sue dimissioni) e, in secondo luogo, dall’inadeguatezza della politica delle tecnocrazie, che non può funzionare perché non risponde alle reali esigenze dei cittadini, li allontana sempre di più creando delusione, paura e avversione nei confronti del 'sistema-Europa'. Il quadro, già di per sé complesso, si complica ancor di più alla luce delle lezioni politiche, che sia per la Francia, sia per la Germania, sono ormai alle porte. Il momento è quindi delicato, ma anche più che maturo per ‘rimboccarsi’ seriamente le 'maniche', puntando alla creazione di una leadership politica e non di funzionari, che riporti al centro l’uomo. Italia, Francia, Spagna e Germania sono i principali Paesi che devono assumersi questa responsabilità, sebbene il peso più incisivo in questo momento di forte instabilità possa provenire proprio dall’Italia. Ma in che modo? E quali le misure comuni da perseguire? Ce lo spiega, a margine dell’incontro, Beatrice Lorenzin.

Ministro Lorenzin, lei ha sottolineato il peso incisivo che può avere l’Italia in questo momento così delicato per l’Europa: ci può spiegare in che modo?
“Il ruolo politico che l’Italia può avere, in questa fase, in Europa è enorme. In primis, perché siamo uno dei Paesi del G7 e secondariamente perché, con l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea, i grandi Paesi fondatori restano Italia, Francia, Germania e Spagna. Ma la Francia e la Germania si apprestano alle elezioni e, quindi, vivono una fase interna di fibrillazione enorme. Inoltre, se guardiamo all’Italia togliendoci di 'dosso', per un attimo, l’ossessione del nostro debito pubblico, vedremo i dati fondamentali: il nostro Paese ha fatto un percorso, in questi anni, davvero molto importante rispetto, per esempio, ai francesi. Abbiamo avuto, in questi tre anni in Europa, chiarezza di intenti: non solo dimostrando il coraggio di dire come stavano esattamente le cose, battendoci per l’allentamento del fiscal compact, del patto di stabilità e di altre normative, ma anche schierandoci in prima linea sul tema dell’immigrazione e del sociale. Quindi, oggi, il Paese che può ‘richiamare’ gli altri a un ragionamento diverso è l’Italia. Soprattutto con la Germania”.

Quali le priorità di questo ‘richiamo’?
“Innanzitutto, bisogna riportare maggiormente l’attenzione su tematiche sociali, soprattutto in Francia, dove le problematiche interne sul tema sono molto importanti. In secondo luogo, cercando di cambiare velocemente tutte quelle normative che ci stanno facendo da 'gabbia', una delle quali è il trattato di Lisbona. Io ho parlato della Costituzione, ma non dei fallimenti, per costruire un’Europa realmente dei popoli e non semplicemente delle tecnocrazie. Ma la non approvazione della Costituzione è stato il vero fallimento, perché essa rappresentava veramente la grande 'chiave' politica. E qui abbiamo visto tutta la miopia delle classi dirigenti europee di questi anni”.

Secondo lei, qual è il significato profondo della Brexit e cosa comporta per l’Europa?

“La Brexit rappresenta un fatto drammatico, dal quale però dobbiamo prendere stimolo: come se fosse un’ultima chiamata ai Paesi europei per ripensare se stessi. Ora più che mai è necessario trovare un meccanismo di vicinanza con le popolazioni, una traiettoria rispetto alla globalizzazione e a dei cambiamenti così veloci dei processi economici, che fanno paura, soprattutto alle persone più anziane. In Inghilterra abbiamo proprio assistito a questa dinamica generazionale: gli inglesi giovani hanno scommesso per rimanere in Europa, mentre gli anziani hanno avuto paura e hanno votato per l’uscita”.

La consapevolezza di molti interventi cosiddetti 'tempestivi' cozza, spesso, con l’immobilismo pratico: quali potrebbero essere, secondo lei, le conseguenze di mancate risposte da parte europea?
“Difficile intuire cosa potrebbe accadere. Per l’Italia, le conseguenze di tipo economico sono molto labili, poiché noi non siamo un Paese esposto nei confronti dell’UK e non lo sono le nostre banche: abbiamo un’esportazione verso l’Inghilterra di alta qualità, quindi gamme di prodotti che non dovrebbero risentirne. Cosa completamente differente rispetto, per esempio, alla Germania o all’Olanda, che sono Paesi più coinvolti da questa fuoriuscita. In ogni caso, ritengo che le conseguenze più preoccupanti siano quelle che ho definito ‘psicologiche’, che si possono innescare sulla qualità dei mercati e su fenomeni speculativi, che nulla hanno a che fare con la parte reale. Ma sappiamo come l’aspetto irrazionale abbia avuto e abbia un peso enorme, in quel che è accaduto negli ultimi anni. Le risposte veloci sono innanzitutto politiche: serve una ‘roadmap’ di rivisitazione dei trattati che vadano incontro alle esigenze di sviluppo e di crescita dei Paesi. A partire da Lisbona e rimettendo in piedi una nuova Costituzione, che è l’àncora per un ‘sentimento’ comune. Le misure concrete per essere più vicini ai Paesi devono essere pensate insieme”.

La politica dei funzionari allontana e scoraggia la gente: dal punto di vista sanitario, cosa ha comportato questo tipo di approccio?
“La politica dei funzionari ha creato un problema morale ed etico, oltre ad aver accentuato le diseguaglianze: come si fa a ‘distinguere’ e a ‘scegliere’ tra i malati perché, altrimenti, aprendo l’accesso alle cure e ai nuovi farmaci  a tutti, questo comporterebbe un enorme impatto sul bilancio dello Stato? Oggi non è possibile avere questo tipo di approccio – anche perché una vita non ha prezzo –  e non si può quantificare tutto in base al bilancio dell’anno. Quindi, anche in questo caso, bisognerebbe considerare, fuori dal 'fiscal compact', tutta una serie di farmaci (come quelli innovativi che curano l’epatite C, per esempio), adottando delle misure che non incidano in modo significativo sui bilanci europei, ma che diano un segnale molto forte alla popolazione, che faccia cioè capire che i politici sono vicini ai bisogni reali della gente. Proprio sulla salute è stata fatta la ‘mattanza’ europea: in Italia non lo abbiamo fatto, ma pagando dei grandissimi sacrifici. Se pensiamo che in alcuni Paesi scandinavi dopo i 70 anni alcuni farmaci non li danno più, capiamo il meccanismo mentale completamente diverso nei confronti dei diritti umani”.

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