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29 Maggio 2022

Corradino Mineo: “Renzi è un neo-centralista”

di Giorgio Morino
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Corradino Mineo: “Renzi è un neo-centralista”

Il dibatto sulla riforma del Senato è da più di un mese al centro del palcoscenico politico. La riforma costituzionale prevista dal Governo Renzi prevede la più grande opera di riscrittura dell’ordinamento politico italiano, il cui nodo cardine è l’eliminazione del sistema parlamentare di bicameralismo paritario (o perfetto, nel senso che entrambe le Camere del parlamento godono degli stessi poteri). Centro nevralgico della riforma sarà la trasformazione del Senato in una sorta di “Camera delle Autonomie territoriali” (il nome previsto, al momento, è proprio Senato delle Autonomie) i cui membri saranno i sindaci e i rappresentanti degli enti locali. Non più, quindi, senatori nominati per elezione diretta, la cui funzione legislativa sarebbe ridotta alla semplice espressioni di pareri e proposte di modifica sui disegni di legge, salvo poi lasciare l’approvazione finale alla Camera dei deputati. Nelle intenzioni del premier Renzi e del ministro Boschi, che della riforma è la principale ispiratrice, questa riscrittura Costituzionale consentirebbe, attraverso tagli al numero dei senatori e alle loro indennità, un netto risparmio sui costi della politica. Oltre al fatto, sicuramente importante, che un Senato che non deve votare su ogni disegno di legge presentato garantisce una maggiore velocità di approvazione delle norme e un ruolo più forte del Governo, che dovrebbe confrontarsi con una sola Camera. La speranza che possa finalmente iniziare un iter di riforme che snellisca l’oramai mastodontico sistema italiano, apportare un taglio netto agli sprechi e alla burocrazia farraginosa cui siamo purtroppo abituati, è alta. E lo stesso premier non ha mai rinunciato a legare la propria permanenza a palazzo Chigi all’approvazione di tali riforme. Non tutti però vedono nel ddl Boschi una buona riforma Costituzionale: non sono poche le proposte di cambiamento che sono state avanzate. Tra tutti i testi presentati in sede di commissione, quello che ha attirato maggiormente l’attenzione è il ddl proposto da un gruppo di 22 senatori del Pd, tra cui spiccano il primo firmatario della proposta, Vannino Chiti, e l’ex direttore di Rainews24, sen. Corradino Mineo. Proprio al Senatore Mineo abbiamo chiesto delucidazioni su questa proposta di riforma alternativa.

Senatore Mineo, può spiegarci da dove nasce la necessità di proporre questo disegno di legge alternativo alla proposta avanzata dal Governo e quali sono i contenuti del ddl da voi avanzato?
“Abbiamo scelto di presentare un nostro disegno di legge costituzionale, a prima firma Chiti, per evitare un dibattito pasticciato e insincero. Prima di esaminare una proposta del Governo per un Senato delle Autonomie, ci sembrava, infatti, indispensabile chiarire quali contrappesi e quali garanzie si volessero porre in essere per proteggere la Costituzione, la Corte costituzionale, il Csm e la funzione del presidente della Repubblica dal possibile arbitrio di una maggioranza di Governo costituita in forza di una legge elettorale, quella approvata dall’assemblea di Montecitorio, che prevede ben tre soglie di sbarramento, il premio al 37% e la nomina partitica dei deputati. Con tale legge elettorale per la Camera, il Senato non può che restare Senato delle Garanzie, deve trovare la sua legittimazione nel voto popolare diretto, deve mantenere poteri paritari sulle leggi costituzionali, quelle elettorali, i trattati internazionali e le leggi che eventualmente mettano in questione diritti personali previsti dalla nostra Carta fondamentale”.

Il ddl Chiti/Mineo prevede comunque il superamento del bicameralismo perfetto, dato che alle due Camere saranno affidati compiti diversi?
“Sì, il disegno di legge Chiti propone il superamento del sistema bicamerale, affidando il voto di fiducia, le leggi di bilancio e l’intera legislazione ordinaria alla sola Camera dei deputati”.

Vista da fuori, questa situazione di stallo che si è creata sembra un tentativo di mantenere le cose così come sono sempre state, senza che nessuno ci rimetta la poltrona: come risponde a questa affermazione?
“Alla calunnia secondo cui avremmo dato battaglia per conservare la poltrona, rispondiamo con i fatti: la nostra proposta prevede in tutto 421 parlamentari, cioè 315 deputati e 106 senatori. La proposta Boschi 630 deputati. Il taglio alle diarie e alle velleità di rielezione è, dunque, assai più drastico nel ddl Chiti”. 

Come risponde invece alla critica mossa da Michele Ainis sulle pagine del Corriere della Sera, il quale, affermando che votare le leggi che incidono sui diritti di fatto è come votare ogni legge, accusa la vostra proposta di scarsa coerenza?
“Ainis deve aver letto la proposta Chiti piuttosto in fretta. I casi in cui il Senato possa considerarsi competente in fatto di diritti è rigidamente limitato. In modo pignolo si indicano gli articoli della Costituzione, comma per comma. Anche qui c’è un problema di garanzie. Mettiamo al riparo Costituzione e Corte costituzionale e possiamo risparmiarci le competenze in materia del Senato. Ma se qualcuno decidesse di abolire l’inviolabilità del domicilio e convincesse di questo il capo Partito che controlla la maggioranza della Camera, cosa succederebbe? Che una fantascientifica psico-polizia possa entrarti in casa come crede?”.

Quale sarebbe l’impatto della riforma da voi proposta in termini di risparmio sui reali costi della politica?
“Sui costi, il conto è presto fatto: passando dai 630 parlamentari della Boschi ai 421 di Chiti, il risparmio è del 30%. A questo va sommato il risparmio per le mancate trasferte a Roma di sindaci e consiglieri  promossi senatori”.

In un tweet dell’8 aprile lei ha affermato che avreste provato a votare insieme al M5S le riforme: pensa che questa posizione possa portare a una rottura all’interno del suo Partito?
“Non ho detto “che avremmo provato a votare le riforme con M5S”: ho solo detto che se il M5S avesse partecipato al processo, se cioè l’apertura che aveva ventilato non si fosse rivelata ancora una volta strumentale, questo sarebbe stato un fatto positivo. È Renzi che ha sempre detto che le riforme andrebbero fatte con tutti. Con Berlusconi e, se possibile, anche con Grillo”.

Qual è la sua posizione sulle altre riforme avanzate dall’esecutivo che riguardano le autonomie territoriali e la riforma del Titolo V della Costituzione?
“A proposito del Titolo V, il disegno di legge Boschi prevede una neo-centralizzazione, togliendo alle Regioni la legislazione concorrente e istituendo una clausola di supremazia in favore dello Stato. Anche qui mi sembra che si sia approfondito poco. Credo che il problema delle Regioni non sia l’eccesso di potere legislativo, quanto piuttosto la possibilità di spendere per la Sanità senza attenersi a costi standard e a controlli sulla legalità e la correttezza che abbiano identica forma, da Trieste a Trapani”.

Se il ddl Chiti non fosse approvato in commissione, si potrebbe ipotizzare una vostra fuoriuscita dal Pd?
“Il disegno Chiti non sarà approvato in commissione. Dopo una molto partecipata discussione generale toccherà ai relatori, Anna Finocchiaro e Roberto Calderoli, presentare un ‘testo-base’ che tenga conto anche dei 52 testi presentati (quelli Boschi e Chiti sono solo i più noti). In seguito, si partirà con gli emendamenti. Voto finale in commissione e testo che passa in aula, per la discussione, gli emendamenti e l’approvazione: così funziona la democrazia”. 


Periodico Italiano Magazine - Direttore responsabile Vittorio Lussana.
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