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28 Ottobre 2020

Mauro Felicori: "Con Bonaccini porterò l'Emilia Romagna a competere con Roma e Milano"

di Maria Elena Gottarelli
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Mauro Felicori: "Con Bonaccini porterò l'Emilia Romagna a competere con Roma e Milano"

Tre elementi contraddistinguono la piattaforma politica dell’ex ‘superdirettore’ della Reggia di Caserta: la creatività del visionario, la lucidità di un manager e, soprattutto, l'amore smisurato per la cultura in tutte le sue sfaccettature

Schietto, ironico, irrimediabilmente creativo: Mauro Felicori, già ‘superdirettore’ della Reggia di Caserta dal 2015 al 2018 è il capolista scelto da Stefano Bonaccini (Pd) per l'ormai prossima battaglia alle elezioni regionali del 2020 in Emilia Romagna. Certo, nella terra di Guglielmo Marconi e del Parmigiano Reggiano, il manager culturale bolognese era un viso noto anche prima dell’incarico che gli è valso la fama nazionale, grazie a una pluridecennale esperienza da accademico e dirigente del Comune di Bologna nel settore del Marketing, della Cultura e del Turismo. Dopo il successo di Caserta, in cui le visite alla Reggia sono raddoppiate - da appena 400 mila visitatori annui a 800 mila, “ma si poteva fare molto di più”, insiste Felicori - eccolo scrollarsi di dosso il pensionamento forzato e indossare per la prima volta la divisa politica con lo slogan: “La cultura capolista in Emilia Romagna”. Lo abbiamo seguito dal suo banchetto sotto le Due Torri di Bologna, sino allo storico locale serale ‘L’Enoteca Italiana’, dove il candidato 67enne ha incontrato i suoi elettori e simpatizzanti (fra i presenti: un esponente di Italia Viva, Salvatore Puzzo e Giambattista Borgonzoni, padre della candidata presidente della Lega, Lucia Borgonzoni). Tre elementi contraddistinguono la piattaforma politica di Mauro Felicori: la creatività di un visionario, la lucidità di un manager e, soprattutto, un amore smisurato per la cultura in tutte le sue sfaccettature: “Economia e Cultura possono e devono crescere insieme” afferma più volte, rincarando: “La cultura deve diventare un elemento propulsivo dell’economia”. Di fronte a una situazione politica tanto incerta, viene da chiedersi se non possa essere proprio lui, “il direttore che lavorava troppo”, a fungere da ago della bilancia in una contesa il cui esito non è mai stato tanto incerto in questa regione, né così cruciale per l’intero Paese.

Mauro Felicori, come nasce l’idea di candidarsi con Bonaccini alle Regionali in Emilia Romagna?
“L’idea nasce da Bonaccini. E’ stato lui a propormi di candidarmi, poco prima di Natale. E io ho accettato di buon grado”.

Questa proposta l’ha sorpresa? Cosa l’ha spinta ad accettare?
“Devo dire che sì, mi ha sorpreso. Entrare in politica non era fra le mie ambizioni professionali: sono già impegnato come commissario della Fondazione 'Ravello Festival' e in altre iniziative. Alla fine ho accettato per difendere una tradizione che considero buona. Non penso che l’amministrazione di sinistra sia perfetta, in parte ne sono un critico, ma sono convinto che sarebbe un errore buttare a mare un modello che ha portato l’Emilia Romagna a essere fra le regioni più competitive non solo in Italia, ma anche in Europa. Mi sono candidato per lanciare un messaggio di innovazione, seppure nel solco della tradizione. Scegliendo me come capolista, Bonaccini ha voluto ribadire la centralità della cultura nel suo programma politico. In un Paese in cui gli ospedali chiudono per mancanza di fondi e il dissesto idrogeologico crea danni consistenti a strade e infrastrutture, investire nella cultura può sembrare un obiettivo politico marginale”.

Non è così?
“Sono convinto che economia e cultura possano e debbano crescere insieme. Anzi: la cultura è un fattore propulsivo dello sviluppo economico. Nel mondo globalizzato, l’Italia può competere solo attraverso la qualità estrema dei suoi prodotti e dei suoi servizi. Ma la qualità è creatività. E la creatività è cultura. Lei mi chiede se la cultura non sia un lusso della società, un orpello al quale tutto sommato si può anche rinunciare: io penso proprio di no. Ma allora è cruciale che la cultura venga trattata managerialmente. In Italia, non ci rendiamo conto che i beni culturali, che oggi rappresentano un costo, se gestiti diversamente possono trasformarsi in una ‘leva’ di notevole guadagno. Guardi l’esempio della Reggia di Caserta: In soli tre anni abbiamo raddoppiato i visitatori, passando da 400 a 800 mila. Se cominciassimo a concepire i nostri musei e le nostre imprese culturali come aziende, trasformeremmo molti costi in benefici, mentre i guadagni andrebbero a loro volta a nutrire altri ‘settori-chiave’ dell’economia, come il turismo. I nostri beni culturali sono un serbatoio di ricchezza ampiamente inutilizzato”.

Se sarà eletto, in che modo valorizzerà la produzione culturale, artistica e paesaggistica dell’Emilia Romagna?
“Penso che, innanzitutto, dobbiamo puntare sul miglioramento delle nostre strategie di comunicazione e di marketing. In Emilia Romagna, abbiamo tesori pressoché sconosciuti al grande pubblico, perché la maggior parte dei direttori di musei non hanno cultura manageriale e di comunicazione. In molti casi, non ne capiscono nemmeno l’importanza. Penso a città come Modena e Piacenza, piene di poFelicori_4.jpgtenzialità inesplorate, ma anche a tutta l’area appenninica, dove andrebbero creati percorsi adatti per il turismo che valorizzino i beni culturali che si trovano in quelle zone. Penso, inoltre, alla Valle del Reno: in soli cento chilometri troviamo l’unica chiusa medievale ancora attiva (Casalecchio). E a Sasso Marconi si trova la casa dell’uomo che ha inventato la comunicazione senza fili: Guglielmo Marconi. Un ‘brand’ praticamente inutilizzato: ci rendiamo conto? A Marzabotto abbiamo Montesole: una testimonianza unica della Seconda Guerra Mondiale. Sempre a Marzabotto, si trova una delle città etrusche meglio conservate al mondo. Sui monti di Savignano è arroccato un gioiello come la Rocchetta Mattei, che ora apre ai concerti dal vivo e alle macchine musicali. In pochi lo sanno. E ancora, la casa di Ontani e le sue opere metropolitane, ma anche un incredibile artista del ‘900 come Morandi, conosciuto in tutto il mondo. E di sicuro mi è sfuggito qualcosa! C’è bisogno di una strategia di marketing adeguata alla ricchezza di cui disponiamo”.

Lei spesso afferma di voler dare alla produzione culturale italiana una reputazione europea. Tuttavia gli scarsi investimenti dell’Europa nella cultura tendono a frustrare molte iniziative nazionali: è possibile agire a livello regionale per invertire questa tendenza?
“Per prima cosa, bisogna contestualizzare il problema. Storicamente, l’Europa considera la cultura come materia appannaggio degli Stati nazionali, per questo gli investimenti sono così bassi. Inoltre, quel poco che l’Unione spende in cultura lo investe nei termini di una competizione ‘infra-europea’, cioè fra Stati e fra regioni. Io propongo una rivoluzione concettuale orientata sull’export artistico: passare cioè dalla competizione infra-europea alla competizione extra-europea. I comuni non hanno bisogno dei 50 mila euro dell’Europa in fondi per la cultura, ma di una strategia di export artistico verso gli altri continenti. E’ nel nostro essere competitivi a livello intercontinentale che abbiamo bisogno dell’Europa. Io vorrei, per esempio, portare l’orchestra di Bologna in Cina. Se sarò eletto, porterò l’Emilia Romagna a competere con Roma e Milano nell’industria culturale. Per far questo, dobbiamo promuovere un cambio di mentalità: la cultura non deve più essere vista come un lusso per pochi privilegiati, bensì deve diventare uno ‘standard’ di vita e un settore economico trainante”.

In passato alcune delle sue iniziative sono state criticare in quanto ‘brandizzavano’ i beni culturali: lei cosa risponde a chi le ha mosso questa accusa?
“Io considero i musei come aziende, è vero. Ma con una differenza fondamentale: mentre il fatturato delle imprese non culturali coincide con il puro guadagno economico, nel caso dei musei dipende dal numero di visitatori moltiplicato per la cultura prodotta. L’approccio manageriale deve essere sempre finalizzato alla diffusione della conoscenza, poiché l’obiettivo è che i visitatori aumentino proporzionalmente alle cose che imparano”.

A proposito di musei, in diversi Paesi ‘infra’ ed ‘extra europei’ (per esempio, il Regno Unito) i biglietti sono gratis per tutti: lei è pro o contro questa politica?
“Si vive nel mondo reale e, in Italia, attualmente non è possibile realizzare il modello della piena gratuità, per quanto nei musei civici in cui è stata sperimentata si sia registrato un aumento annuo dei visitatori del 20%. In questo senso, il modello che preferisco è quello del pagamento a fine visita: il ‘Pay as you wish’. In base al livello di gradimento, i visitatori possono donare liberamente qualcosa, essendo informati in maniera trasparente su quanto costa il museo annualmente e a quanto ammontarebbe il loro biglietto. Penso che la gratuità dei musei sia importante non tanto per i turisti, che vengono solo una volta, quanto per i residenti, che avrebbero la possibilità di far entrare il museo nel loro quotidiano. Come ho sempre detto, la cultura deve rappresentare uno strumento di inclusione e di lotta contro le disuguaglianze sociali. Vorrei che la gestione dei beni culturali permettesse all’arte di uscire dalle ‘nicchie’ di intellettuali per entrare nel quotidiano, anche quello dei più svantaggiati e non sempre e solo quello di pochi privilegiati. In quanto ‘bene primario’ penso, che la cultura dovrebbe essere gratis. Finché questo non sarà possibile, bisognerà trovare un equilibrio fra finanziamenti pubblici e spese private, incentivando le agevolazioni”.

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