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28 Ottobre 2020

Bignè: l’amore è Cechov

di Carla De Leo – cdeleo@periodicoitalianomagazine.it
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Bignè: l’amore è Cechov

Vero protagonista di questo spettacolo grottesco e irriverente è il concetto di umana stupidità, eccentricamente simboleggiato da torte di bignè, dove il bignè è vuoto e quindi insapore e insipido. Tre personaggi si agitano sulla scena, assumendo pose statuarie o caricaturali, muovendosi come automi o burattini capricciosi e privi di personalità. Del testo ‘L’orso’ di Cechov, da cui lo spettacolo si origina, viene esaltata la vuotezza e la superficialità dell’essere umano che, trincerato dietro maschere di finzione e di etichette, va incontro ad un destino di finti sorrisi e di ruoli precostituiti. Una prigionia dell’animo, una gabbia dalla quale non si può fuggire, anche se a farne le spese è la propria esistenza, che si consuma in azioni e parole vuote, frivole, prive di consistenza. I dialoghi sono abilmente costruiti intorno a questo aspetto, dove la morte, il duello o l’amore sono avvertiti e affrontati allo stesso modo. Una leggerezza che è condanna e che interiormente logora i protagonisti. Un morso alla pasta friabile e vuota del bignè, tra un atto e l’altro della rappresentazione, testimonia come gli interpreti siano coscienti della propria condizione e rassegnati alla loro sorte. Un sogno bizzarro e stravagante. Una buffa fotografia della realtà. E una parodia della realtà stessa, come spronano la voce di Mina sulle note di “Sono come tu mi vuoi” o di Mario Merola con “Amarti è una fatica” che, andando ad ‘interrompere’ momenti di grande (e finto) pathos, suscitano grande ilarità nel pubblico, riducendo tutto quindi ad una ridicola caricatura. Un circolo vizioso di finzione, vuotezza e inconsistenza, che si estende fino alla fine dello spettacolo (e allegoricamente della vita), in cui trionfano, tra lacrime, pianti disperati e risate isteriche, i morsi famelici al bignè senza crema: la celebrazione e la vittoria del vuoto e dell’insipido vivere. Molto bravi gli attori in scena, attenti e precisi nel simulare, con il corpo, con impostazioni vocali di volta in volta differenti, e con molta mimica facciale, la prevaricazione dell’apparire sull’essere e intrinsecamente della loro esistenza scialba e sofferente. Ottima la regia e le combinazioni di luci e musiche, pensate per enfatizzare, completare o mettere in ridicolo le diverse situazioni suggerite dalla rappresentazione. Grottesco e irriverente. Consigliato a chi non ha paura di ridere sulle miserie umane.      

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Bignè. L’amore è Cechov
Palco C - 24 giugno h. 22,00 - 25 giugno h. 20,30 - 26 giugno h. 23,30

Tratto da L’orso di A. Cechov, lo spettacolo non si limita a proporre la vicenda della vedova insidiata, ma la esplora e la riadatta concentrandosi sulla catastrofe a cui i protagonisti sono destinati: un sogno buffo in cui i personaggi sono maschere e le maschere gabbie, dove i ruoli diventano etichette e le battute epitaffi. Una favola assurda in cui il dolore viene celato grottescamente dietro amari sorrisi e persino l’amore diventa condanna. Il vuoto di tre personaggi logorati da un’esistenza insipida. Tre bignè che s’agitano sulla scena. Vuoti, senza crema.

Regia: Daniele Menghini - Interpreti: Giodo Agrusta, Cristina Daniele,
Daniele Menghini, Ludovico Röhl
Scene: Manuel Menghini - Adattamento teatrale e scelte musicali: Daniele Menghini
Compagnia Malabranca Teatro  - Associazione Culturale Compagnia dei Fondegari
GENERE: commedia grottesca


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