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23 Novembre 2017

Noi che vi scaviam la fossa

di Michela Zanarella
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Noi che vi scaviam la fossa

Che cos’è la normalità? E’ una domanda ricorrente nell’opera teatrale ‘Noi che vi scaviam la fossa’, diretta da Vania Castelfranchi. La prima per la compagnia ‘La Crisalyde’, formata da allievi attori appena diplomati alla scuola di EsoTeatro ‘Ygramul’. Un’opera ispirata e tratta dal ‘Marat/Sade’ di Peter Weiss del 1964. Sul palco del Roma Fringe Festival 2016 la messa in scena di una rappresentazione sull’assassinio di Jean Paul Marat, ordito dal marchese De Sade, regista e drammaturgo, nel manicomio di Chatenton. Il teatro nel teatro, dove la pazzia muove i fili di tutta l’impalcatura testuale. Un teatro di ricerca e sperimentazione, molto apprezzato negli anni settanta, che oggi non incontra più di tanto i gusti di un pubblico reso, paradossalmente, meno sofisticato dalla televisione e dall’inculturazione di massa. La messa in scena è originale e va comunque seguita con attenzione. Prima di accedere alla ‘prison dei giullari’ al pubblico viene consegnato un foglietto informativo sulla schizofrenia: si è obbligati, cioè, a leggere una sorta di regolamento prima di passare la porta della cella. Siamo tutti schizofrenici. E’ vietato parlare e relazionarsi con i pazienti. Una volta entrati, inizia lo spettacolo, anticonvenzionale, dove Luca Lollobrigida, Mirco Orciatici e Matteo Paino, indossando abiti lerci, da internati, ci accompagnano a capire i personaggi. Marat, martire rivoluzionario, si presenta in preda al prurito, con la pelle giallognola, coperto di stracci, nella sua utopia visionaria, mentre De Sade, nella sua disarmante anarchia individualista, è il trasgressivo e il perverso. A mediare il loro confronto, il ‘banditore’ Jean Roux, che è un po’ il ‘trainatore’, colui che in qualche modo fa interagire il pubblico con gli attori rendendolo parte attiva. In un gioco di pensieri e riflessioni che si susseguono tra le pareti del manicomio, poiché “la morte trova sempre il suo corso” come la vita stessa. E si passa a parlare del “brutto vizio della libertà” e la normalità diventa un falso, perché alla fine non si è mai veramente liberi dalle convenzioni e dalle leggi sociali. Chi crede nella famiglia è un fallito, perché l’unica strada è quella del singolo. Il manicomio diventa ambientazione ideale per raccontare le inquietudini, le illusioni e le angosce di chi è considerato diverso e viene escluso dal cerchio della società. La scenografia, molto curata, di Domenico Latronico ci mostra un trono eretto su una montagna di volti e organi maschili scolpiti, uno scrittoio e un letto insolito. Tra questi elementi non casuali si muove la trama, in cui i tre personaggi scavano la fossa alla ‘normalità’, ché non esiste nulla di così selvaggio e crudele come la gente normale. Dalla rivoluzione francese, le parole libertà, fratellanza e uguaglianza danno forma, nella contemporaneità, a immagini mostruose, dove emergono la violenza, la sofferenza e la divisione tra i popoli. La parola “Bataclan” ci riporta all’attentato terroristico avvenuto a Parigi. Il pubblico che osserva viene stimolato a disobbedire alle regole: i protagonisti si fanno dipingere il volto, si fanno toccare, portano le persone presenti a compiere azioni, ad afferrare oggetti. E questo contatto diventa una particolarità costante di tutto lo spettacolo. L’uso delle maschere, invece, ci proietta nello scambio dei ruoli e delle identità: se i malati mentali non vengono considerati come persone, mascherati assumono una familiarità, diventano una realtà più piacevole, che fa sorridere e rende più sottile la linea tra attore e spettatore. E muniti di armonica a bocca, chitarra e un bastoncino di legno, i tre cantano e ballano come ‘buffoni’, ma dietro le loro parole si cela un messaggio profondo, che invita a imparare e ad ascoltare gli altri. S’instaura un nuovo codice di relazioni, dove se le regole sociali non funzionano: almeno, quelle del teatro ci riescono. Alla fine, gli spettatori vengono liberati dalla cella, ma a una condizione: dovranno applaudire e ci sarà un 'capro espiatorio', che dovrà rimanere rinchiuso insieme ai tre personaggi. La normalità, dunque, ha un ‘prezzo’. E spesso incarna la crudeltà. Nel complesso, lo spettacolo ha un buon ritmo e gli attori riescono a far percepire tutte le loro energie emotive e mentali, in un continuo disequilibrio. Alla follia, il compito di tracciare una verità: originale.

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Periodico Italiano Magazine - Direttore responsabile Vittorio Lussana.
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