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25 Settembre 2017

Palmina

di Michele Di Muro
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Palmina

Sono passati 35 anni da quell'11 novembre del 1981, quando Antonio Martinelli, tornando presso l’abitazione di famiglia nei casermoni popolari del comune di Fasano, in Puglia, trova sua sorella Palmina avvolta dalle fiamme sul piatto della doccia, ove si era rifugiata nel vano tentativo di sottrarsi agli effetti dell’incendio. Ne seguì una terribile e lunga agonia, che si è poi conclusa col decesso della quattordicenne, avvenuto il 2 dicembre dello stesso anno. Questo è il soggetto dello spettacolo scritto e diretto da Giovanni Gentile, il cui intento è quello di raccontare e denunciare la drammatica storia di cui fu, suo malgrado, protagonista la giovanissima ragazza, ‘colpevole’ di essersi opposta a un imminente futuro nella prostituzione al quale, peraltro, era già stata avviata la sorella Franca. Un caso irrisolto, di cui ancora malvolentieri si parla e per il quale non si sono ancora individuati i responsabili. Una diffusa connivenza e omertà, nonché la cecità dei giudici di fronte all’evidenza delle prove, sono indicati come causa della mai giunta condanna. Il testo, ben interpretato in forma di monologo da Barbara Grilli, opera quindi una ricostruzione dell’intera vicenda, umana e giudiziaria. Il tutto avviene in una Fasano, assolato entroterra campestre in provincia di Brindisi, non ancora raggiungibile dalla superstrada a quattro corsie. Un territorio nel quale la famiglia Martinelli risiede in un appartamento donato dal comune. Padre, madre e undici figli: troppi. L’infanzia di Palmina viene tinteggiata come violenta, priva di affetto, culturalmente arretrata, difficile e senza prospettive. Unica consolazione: la religione e il miraggio di una possibile fuga. Con stile ‘giornalistico-televisivo’ alla Carlo Lucarelli vengono presentati al pubblico i singoli protagonisti, attingendo alle testimonianze dell’epoca, che vengono fedelmente riportate, inflessioni dialettali incluse. Conosciamo così la signora Lorè, la quale, insieme ai figli Enrico Bernardi e Giovanni Costantini, gestiva a Locorotondo un giro di prostituzione in una chiesa sconsacrata. A essa è legato Cesare Ciaccia, cognato di Palmina. Tra le figure ‘positive’ troviamo il medico Pasquale Di Bari e Nicola Magrone, il pubblico ministero che ha condotto le indagini, giungendo a raccogliere la testimonianza della stessa Palmina, la quale, in punto di morte, riferisce i nomi dei suoi aguzzini: i figli della signora Lorè (tale registrazione viene trasmessa durante lo spettacolo). Con punte di amara ironia si passa, quindi, al crudo racconto dell’assurda vicenda giudiziaria, che vedrà infine gli imputati assolti in Cassazione con ‘formula piena’. Oltre al danno giunge così la ‘beffa’: avvallando l’ipotesi di un suicidio sono da ritenere ‘calunniose’ le accuse di Palmina. L’autore ha così voluto evidenziare tutta l’ingiustizia perpetrata nei confronti della giovane pugliese, la cui voce è rimasta inascoltata per tre decadi. Fino a oggi. A seguito, infatti, di nuovi rilievi scientifici e ricorsi, il caso verrà sottoposto alla Corte dei diritti dell’uomo di Strasburgo. Nel 2012, la piazza antistante il comando della Polizia municipale di Fasano è stata intitolata alla memoria di Palmina Martinelli: un gesto di parziale risarcimento, ma soprattutto di forte opposizione a un atteggiamento di ‘omertà collettiva’, che vorrebbe ‘sotterrare’ la memoria della giovane sfortunata. Il pezzo si conclude con l’esecuzione ‘a cappella’ del brano ‘Amara terra mia’, cantata da Domenico Modugno. Lo spettacolo propone una ricostruzione degli eventi fedele, minuziosa e attenta. Tramite anche il ricorso alle tipicità fonetiche del parlato pugliese, lo spettatore è trasportato all’interno del dramma e viene, infine, a trovarsi in rapporto naturalmente empatico nei confronti della vittima. Mirabile l’interpretazione fornita da Barbara Grilli nell’esaltazione dell’elemento fortemente drammatico. Il testo ha insomma il pregio di riportare alla luce i comportamenti abbietti, tipici di un degrado culturale che favorisce il proliferare dell’atteggiamento ‘mafioso’, che più che indignare, spaventa e verso il quale, normalmente, si reagisce col silenzio. Tutto questo appartiene certamente a un passato, che non è poi così lontano. Toccante.

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