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14 Agosto 2022

Right on!

di Michela Zanarella
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Right on!

Essere accusati di associazione sovversiva con finalità di terrorismo internazionale e finire 'dietro le sbarre' senza nessuna prova concreta. E’ successo la notte del 13 giugno 2012 a tre amici dell’autrice e attrice, Daniela Marcozzi, che ha scelto di portare sul palco del Roma Fringe Festival 2016, con il supporto artistico di Peter Rose, uno spettacolo performativo, ‘Right on!’, che nello 'slang americano' non è altro che un’esortazione all’azione e significa, appunto, reagire, combattere, nonostante tutto, anche se in preda alla rabbia più profonda, all’incomprensione e alla paura. Ispirandosi a questa realtà complicata, la Marcozzi entra in scena bendata e ci parla attraverso i movimenti del corpo, che bisogna seguire con una certa attenzione per cercare di entrare in sintonia con ciò che vuole farci intendere. Due piatti, o meglio due coperchi rovesciati, uno che sale e l’altro che scende e viceversa, ci danno il senso di una bilancia: in uno c’è una foto, nell’altro una mela e, in questa immagine, l’attrice vuole portarci a riflettere sul concetto di giustizia. Non è un caso, poiché la bilancia, che dovrebbe rappresentare il simbolo dello Stato di diritto, dell’equilibrio giuridico e della ricerca della verità, spesso diventa il 'metro' della colpa e della punizione. Ci troviamo di fronte a un teatro 'simbolista', dove la mela rappresenta la bellezza giovanile che viene divorata e annullata nella sua essenza dall'autorità, che afferra i malcapitati. In tutto questo vi è un adattamento piuttosto personale, liberamente ispirato a ‘La peste’ di Camus. E anche in questo caso, la scelta non è affatto dettata dalla casualità, ma ben ponderata e motivata: è una metafora del male, della negazione evidente della libertà nell’indifferenza. Un male dove è più facile arrendersi che lottare, in cui emerge la violenza e la perfidia dell’animo umano. Quando morde istericamente la mela, o mangia avidamente dal piatto come un cane rabbioso, l’artista ci mostra la brutalità, la bestia trionfante, la drammaticità di questa visione. Una buona parte della rappresentazione si concentra sulla danza. E tutta la tensione viene trascinata nelle linee del volto, nei passi che si fanno nervosi e, spesso, incomprensibili. Non è facile capire il testo, perché la Marcozzi ha scelto l’inglese, anche se ‘italianizzato’, forse per ‘calcare’ ancora di più la propria ‘mano’ su una situazione di 'barriere impenetrabili', dove non c’è nessuna spiegazione logica alla detenzione. Trovarsi improvvisamente in carcere per un anno, senza processo, diventa qualcosa di spaventoso e, allo stesso tempo, disarmante. Non sai più come comportarti, come uscire da quel tunnel infernale. Daniela Marcozzi tenta, insomma, un’operazione difficile e delicata, ma lo spettatore si sente disorientato, sia per le molteplici difficoltà nel cogliere il senso delle scene, sia per la lingua. Tra l’altro, il video che proietta il testo si segue faticosamente. Così, tra un ‘tell the truth’ e un ‘open the door’ è vero che si vive il controllo e la repressione propri del carcere, ma nulla appare così semplice e lineare. Concettuale.

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