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25 Settembre 2017

Erik Cocchetti: "Vi spiego perché c'è bisogno di più Europa"

di Andrea Termini
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Parla il medico italiano divenuto direttore di una struttura ospedaliera in Romania, la prima ad aver aperto uno sportello di assistenza per le donne che subiscono violenze in famiglia o vengono picchiate dai propri compagni, spesso ubriachi e senza alcuna prospettiva di lavoro

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Făgăras è una piccola città al centro esatto della Romania. Durante il regime di Ceausescu, questa località era un importante polo chimico della Transilvania. Per tale motivo, anche contando solamente 40 mila abitanti, la cittadina possiede un grande ospedale. Il direttore di questa struttura è un medico italiano: Erik Cocchetti. Lo abbiamo incontrato in occasione della festa della donna e ci ha spiegato le motivazioni che lo hanno indotto ad aprire il primo sportello di aiuto alle donne vittime di violenza in Romania proprio all'interno del suo ospedale. Al termine dell’intervista, il dottor Cocchetti ci ha poi condotti in una grande piazza al centro della città e ci ha spiegato che da lì partono i pullman pieni di migranti che vanno a cercare fortuna nel resto d’Europa. In Romania, malattie come la Tbc, che qui da noi sono praticamente debellate, ancora esistono e presentano tassi di incidenza molto alti. Le persone che fuggono da questi luoghi e che raggiungono anche il nostro Paese non sono sottoposte a controlli sanitari di alcun tipo. Cocchetti ci ha inoltre spiegato come abbia varie volte tentato di ottenere supporto dal Governo italiano, senza ricevere alcun tipo di assistenza. E ci ha parlato di come spesso la corruzione, ereditata dall'immenso ‘scheletro’ comunista che una volta teneva insieme il Paese, si insinui anche in campo sanitario; di come al suo arrivo all'ospedale servizi come quelli di anestesia erano praticati soltanto dietro previo pagamento di una tangente; del grande problema nella non-punibilità degli episodi di malasanità; di come molte strutture pubbliche risultino inadeguate al ruolo che si prefiggono di svolgere; del perché un chirurgo, se per distrazione uccide un paziente mentre lo sta operando, non possa essere condannato in alcun modo, poiché la legge non lo prevede. Eppure, la Romania fa parte dell'Ue. E non è raro incontrare lungo le strade dei cartelli che parlano di progetti in via di realizzazione grazie ai fondi europei. Evidentemente, il malgoverno non è un problema solo italiano. Come non è soltanto italiano quello relativo all'integrazione dei Rom, che in questo Stato costituiscono il 3,25% della popolazione, mentre da noi sono solo lo 0,30%: dieci volte meno, in rapporto al numero di abitanti. Riuscire a far comprendere come i problemi di ogni singolo Paese dell'Unione, di riflesso riguardino anche tutti gli altri non è cosa affatto scontata.

Dottor Cocchetti, lei da dove proviene esattamente?
“Dalla provincia di La Spezia: esattamente, sono di Molicciara, una frazione di Castelnuovo Magra”.

Ed è uno specialistica in?
“Sono odontotecnico: laureato in odontoiatria e protesi dentali”.

Perché ha deciso di venire a esercitare proprio qui, in Romania?
“Sono venuto in Romania perché ho conosciuto una ragazza romena: ci siamo innamorati e mi sono stabilito qui con lei. Abbiamo aperto uno studio dentistico insieme. Ora, purtroppo, ci siamo lasciati, ma la Romania mi è piaciuta talmente tanto che sono rimasto”.

Cosa le è piaciuto della Romania?
“Mi piace molto il fatto che la gente, qui, sia aperta e ospitale. Ci sono posti bellissimi, l'acqua è ancora buona, la carne idem, il latte è quello che avevamo anche noi una volta. Essendo una zona rurale, gli alimenti sono ancora genuini e non sono inquinati. Quindi, mangi bene, l'aria è buona, l'acqua è buona, si sta bene ed è brava gente: perchè dovrei andarmene? Mi son trovato così bene che non ho più sentito il desiderio di tornare indietro”.

In questa zona, quanto è diffusa la violenza di genere e, secondo lei, da dove trae origine?
“È molto diffusa: diciamo che è presente in più del 60% delle coppie. È un problema culturale, legato, secondo il mio punto di vista, a due problemi: il primPrimo_sportello_antiviolenza_Romania.jpgo è dovuto al fatto che c'è un consumo di alcolici eccessivo; il secondo, deriva dalla grande povertà di questo Paese: una povertà immensa. Le famiglie erano distrutte. Ancora adesso lo sono, ma soprattuto lo erano subito dopo la fine della dittatura. I genitori di una famiglia erano costretti ad andare a lavorare fuori, a fare tantissimi sacrifici per portare un pezzettino di pane a casa. Dunque, i figli sono cresciuti senza amore, così come i genitori e così come i nonni. Perché la solidarietà, l'amore e il rispetto lo impari innanzitutto in famiglia: quello è l'esempio che hai. Se vedi tuo padre ubriaco dalla mattina alla sera per dimenticare i problemi, che picchia tua madre davanti ai tuoi occhi e che molto spesso picchia anche te, quando sarai padre la tua normalità sarà bere, picchiare tua moglie e picchiare i tuoi figli. E i tuoi figli, a loro volta, prenderanno esempio da te. Non è vero che in Romania sono tutti così, tutti violenti o ignoranti: ho conosciuto degli intellettuali di prim’ordine, delle persone molto istruite. Purtroppo, però, esse sono una minoranza e non riescono a cambiare le cose. Certo, se non si inizia, non si arriva mai. Ci sono ancora gli analfabeti: incontri ragazzi e ragazze, anche molto giovani, che non sanno né leggere, né scrivere. Non c'è alcuna via di mezzo tra ricchi e poveri e solo negli ultimi anni si sta creando una classe media”.

Con lo sportello che state creando che genere di supporto intendete offrire?
“Noi riusciamo a offrire un supporto psicologico, un supporto a livello di assistenza sociale e anche un primo supporto logistico. Nel momento in cui arriva una persona vittima di una violenza familiare, che non per forza deve essere una donna, poiché può anche essere un figlio o un uomo, non puoi dirgli: “Sì, va bene: ti diamo questi consigli ma adesso torna a casa”. Non è possibile, perché dirgli di rientrare a casa significa tornare dal loro aguzzino. Essendo un ospedale grande abbiamo dunque previsto e organizzato anche una forma di ‘primo alloggio’ per queste persone. Troviamo sempre un escamotage: le facciamo passare dal pronto soccorso, diciamo che si sono sentite male e che abbiamo dovuto ricoverarle. Certamente, non possiamo andare avanti con questi metodi. Dovremmo creare una struttura di alloggio d’emergenza per queste persone, ma al momento ciò non è ancora possibile: non abbiamo i fondi, non abbiamo le apparecchiature per poter curare i malati o, per meglio dire, non abbiamo tutte le apparecchiature. Quelle che abbiamo potuto comprare, le abbiamo acquistate, ma non abbiamo altri soldi. Ma questo non significa che non abbiamo i letti o che non abbiamo i reparti: ce li abbiamo e, quindi, andiamo avanti in questo modo”.

Nel resto della Romania esistono strutture di questo tipo?
“Mi sono informato personalmente: non ho notizie, nemmeno a Bucarest, che è la capitale, di strutture di questo tipo. Probabilmente esistono: non lo so. Non sempre le notizie circolano liberamente. Dunque, teoricamente credo siamo i prim’”.

Il Governo s'interessa, o se ne occupa, in qualche modo?
“Collaborazione: zero. Non esiste nessuna convenzione. A essere sincero, nel nostro ospedale, da quando ci sono io, no. Prima, non so. So che in altri ospedali, ancora oggi arriva la paziente picchiata, le si danno le cure del caso e poi le si dice: “Adesso torna a casa”. Spesso chiedono aiuto e le si manda nell'ufficio della città principale, praticamente in comune, dove ci sono le assistenti sociali. Nel nostro caso, il municipio locale è a trentacinque chilometri, ma spesso queste persone sono analfabete, non sanno neanche cosa sia una macchina, cosa significhi il termine ‘città’, quale sia la funzione di un assistente sociale. Non puoi dargli un foglio in mano e dir loro: “Rivolgetevi là, perché qui non siamo in grado”. Quindi, il più delle volte tornano a casa per essere nuovamente picchiate...”.

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NELLA FOTO: LA CONFERENZA STAMPA DI APERTURA DEL PRIMO SPORTELLO ANTIVIOLENZA IN ROMANIA

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