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Area Riservata
21 Novembre 2017

Il fotoreportage di guerra tra etica ed estetica

di Serena Di Giovanni
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La morte di Anja Niedringhaus: un’occasione per riflettere  
Il 4 aprile scorso, nell'Afghanistan orientale, un uomo vestito da poliziotto ha sparato contro due giornaliste straniere, uccidendone una e ferendo gravemente l'altra. La ferita è Kathy Gannon, canadese, mentre la donna uccisa era una fotoreporter di guerra tedesca, Anja Niedringhaus, 48 anni. L'attentato, ad opera dei talebani, è avvenuto alla vigilia delle elezioni presidenziali. Nel 2005 Anja era stata insignita del premio Pulitzer per gli scatti effettuati durante la guerra in Iraq. Era divenuta celebre grazie al reportage realizzato dopo l'attentato alla base italiana di Nassirya e la strage dei carabinieri italiani. Le sue immagini, premiate da numerosi riconoscimenti, sono in mostra nei musei di Francoforte, Houston, Londra e Vienna (http://www.anjaniedringhaus.com/). 
Con l’uccisione di Anja è salito a 25 il bilancio dei giornalisti che hanno perso la vita in Afghanistan dall’inizio della guerra nel 2001 a oggi. Tra questi figurano ben due fotoreporter: l’australiano Harry Burton e l’afghano Azizullah Haidari, entrambi legati all’agenzia Reuters. Dati allarmanti che, tuttavia, offrono l’occasione di commemorare l’operato dei nostri colleghi scomparsi e di ragionare sul giornalismo di guerra inteso come strumento di documentazione costantemente in bilico tra etica ed estetica. 

Arte e fotogiornalismo
Nel fotoreportage, infatti, il riferimento all’iconografia pittorica e alle icone fotografiche già consolidate ha giocato da sempre un ruolo di assoluto rilievo. Nel caso specifico della fotografia nei luoghi di conflitto, le immagini religiose tratte dalla storia dell’arte hanno assunto un peso particolare. Proprio nel sentimento compassionevole e pietistico dell’arte sacra si è spesso identificato il grande fotogiornalismo impegnato, per amore del quale molti reporter hanno dato la vita. A ricordarlo, purtroppo, il Memoriale dei Caduti per la libertà di stampa ad Arlington, in Virginia, e il Journalists Memorial, il monumento ai giornalisti caduti, nel Newseum di Washington, D.C. 
Fra questi, il primo fotoreporter della lista è Robert Capa (1954). Tra i più famosi del '900, ha documentato ben cinque guerre in 18 anni: sue le uniche, vere immagini dello sbarco in Normandia e la celebre “foto simbolo” della guerra civile spagnola che ferma l'attimo in cui un soldato dell'esercito repubblicano muore di fronte all'obiettivo del fotografo. Un’immagine se vogliamo poco autentica – con un’orchestrazione scenica ben riuscita – indubbiamente più vicina al mondo dell’arte che non a quello, più “oggettivo”, dell’informazione. Anche il fotografo e filmmaker Tim Hetherington, deceduto nel 2011 a Misurata, in Libia, nel corso dell’assedio della città, si è mosso costantemente tra editoria e arte. Originario di Liverpool, è stato ad esempio coautore di un documentario sulla vita di un plotone di soldati Usa in Afghanistan, Restrepo, candidato agli Oscar e basato sull'esperienza sul campo. Per realizzarlo, infatti, Hetherington ha vissuto con la squadra di militari incaricati di difendere una collina intitolata al medico militare americano Juan Restrepo, assassinato in guerra. Nel 2007 ha vinto il World Press Photo con l'immagine di un soldato americano che si copre il volto dopo un giorno di battaglia. È ricordato come un uomo intelligente, colto e follemente innamorato dell’essere umano, interessato a ritrarre le persone, non il territorio di guerra, né tantomeno il martirio sul campo. “I want to record world events, big History told in the form of a small history, the personal perspective that gives my life meaning and significance. My work is all about building bridges between myself and the audience”, ha scritto una volta sul suo sito web, ancora visibile on-line (http://www.timhetheringtontrust.org/). 
Il collega e amico Chris Hondros, ferito durante l’assedio di Misurata e morto poco dopo, aveva anche lui l’innata capacità di catturare l'essenza dei suoi soggetti così come le emozioni umane più pure: il dolore, la paura e l’amore. Tra i fotogiornalisti più dotati del XXI secolo, ha documentato alcuni importanti conflitti mondiali, comprese le guerre in Kosovo, Libano, Afghanistan, Cisgiordania, Iraq e Liberia. Il suo lavoro è apparso sulle copertine di riviste come Newsweek e The Economist, e sulle prime pagine dei più importanti quotidiani americani, tra cui The New York Times, il Washington Post e il Los Angeles Times (http://www.chrishondros.com/index.html). 

Più recente è la scomparsa di Molhem Barakat, assoldato dall’Agenzia Reuters e deceduto nel dicembre 2013 all’età di 17 anni in Siria mentre fotografava il combattimento presso l’ospedale tra i ribelli e le forze lealiste al Presidente Bashar al-Assad. Con le sue fotografie Molhem ha raccontato la guerra ma anche la vita del popolo siriano, la quotidianità dei soldati e le loro storie. Un giovane 17enne ritrovatosi troppo presto in mezzo a un vero e proprio inferno per accompagnare il fratello nelle sue azioni di guerriglia. Il suo talento artistico ha convinto l’agenzia Reuters a impiegarlo tra i collaboratori e a fornirgli l’attrezzatura necessaria per fare il lavoro del fotoreporter. Le sue fotografie sono state pubblicate sui maggiori giornali, siti web e rotocalchi del mondo.
In tutti i casi citati la fotografia, pur essendo uno strumento divulgativo e di documentazione, non perde mai la sua valenza iconica. E non mancano nella storia del giornalismo esempi di fotoreporter che hanno messo la propria formazione artistica a servizio dell’informazione, come avvenuto per James Nachtwey, uno dei più grandi ancora in vita. Laureatosi in Storia dell’arte, Nachtwey ha sfruttato i suoi studi e il potere evocativo dell’immagine per realizzare scatti carichi di una straordinaria qualità iconica, ottenuta attraverso un impianto compositivo che rimanda decisamente alla pittura classica, dalla quale continuamente attinge. 

Ancora, un altro interessante esempio del connubio “arte-giornalismo” è Paolo Pellegrin, tra i più accreditati rappresentanti del fotogiornalismo estremo e autore del volume As I was dying (2007). Celebre la sua collaborazione con la musicista Patti Smith dalla quale è nato un video in cui le fotografie di Pellegrin, tratte dal suo libro Double blind. War in Lebanon 2006 (2007), prendono vita proprio dalla voce dell’artista newyorkese (https://www.youtube.com/watch?v=HcU5Ba4ufqw).

Alla luce di quanto evidenziato viene quindi da chiedersi: qual è la reale essenza del fotogiornalismo? Possiamo ritenere davvero “veritiera” l'immagine (in apertura di articolo) del “miliziano morente” di Capa? Le fotografie di guerra di Hondros o Nachtwey costituiscono dei documenti oggettivi o sono piuttosto il frutto della visione individuale dei due reporter? E cos’è, in fondo, quest’etica dell’immagine di cui tutti parlano? Fino a che punto un fotoreporter sul campo può riuscire a rispettare quei codici deontologici che il fotogiornalismo si è imposto per garantire l’oggettività dell’informazione da trasmettere? Come i criteri di obiettività, responsabilità, completezza, integrità e indipendenza, valevoli per i principali codici, possono essere tradotti in linee guida da seguire per fare una giusta e corretta informazione, sia durante la fase operativa del reporting, sia in ambito di confezionamento della notizia per la pubblicazione?
I quesiti sono tanti, e noi non possiamo rispondere a tutti. Ma possiamo provare a chiarirne qualcuno affrontando il tema della comunicazione per immagini nella società di oggi e, soprattutto, nel reportage di guerra. 

La comunicazione del dolore

Nella odierna società spettacolarizzata in cui ci troviamo a vivere, dove fare informazione significa spesso intrattenere attraverso veri e propri dibattiti mediatici, l’immagine assume evidentemente un ruolo fondamentale e finisce spesso per “spettacolarizzarsi” a sua volta. Ne deriva una sorta di iper-rappresentazione del mondo legata alla costante ricerca della “notizia”, di ciò che fa presa sul pubblico, rapisce l’attenzione e sconvolge. In questa spasmodica richiesta del “nuovo”, che passa spesso per “l’immagine dell’orrore”, può accadere che la realtà descritta dalle fotografie superi, e di molto, la realtà stessa, enfatizzando gli aspetti negativi della società, i suoi paradossi, le sue crudeltà. La foto di Capa al miliziano colpito a morte durante la guerra spagnola è un singolare esempio di tale processo, ma non costituisce di certo l’unico falso storico del giornalismo fotografico, sempre più improntato alla “comunicazione del dolore”, che risponde a una tendenza dell’attuale editoria nella quale l’immagine suggestiva vince sulla cruda cronaca.
Nel “racconto del conflitto”, la comunicazione del dolore, proprio per contrastare formalmente l’oggettività e l’invadenza dell’immagine televisiva di attualità (ma anche per costruire immagini estetizzanti, disponibili per possibili e ulteriori utilizzi artistici) sottende spesso a precisi accorgimenti tecnici come l’uso mosso, l’esposizione non corretta e l’out of focus. Strumenti che, assieme alle nuove tecnologie, possono in taluni casi contribuire a rendere sempre più precario il confine tra prodotto artistico ed editoriale, favorendo la nascita di documenti distorti o di veri e propri fotomontaggi. È questo il caso delle fotografie scattate dal fotografo freelance libanese Adnan Hajj durante il bombardamento di Beirut, “taroccate” per enfatizzare gli scenari catastrofici della guerra; oppure, delle immagini scattate dallo svedese Paul Hansen, vincitore nel 2012 del World Press Photo Award, l’Oscar olandese del fotogiornalismo, ritoccate con i sistemi digitali per drammatizzare scene già altamente tragiche. La fotografia dei funerali di Suhaib e Muhammad, fratellini palestinesi di due e quattro anni uccisi nel bombardamento israeliano della loro casa a Gaza City, ne costituisce un valido esempio. 

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E come non ricordare la foto, tanto bella quanto improbabile, scattata nel 2006 da Sharif Karim nei pressi di Qana (Libano) che ritrae un manichino con indosso un abito da sposa dopo i devastanti bombardamenti israeliani?  


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Il falso fotografico: un inganno, una menzogna
Scriveva Sergio Romano in un interessante articolo su La Stampa del 1997: «Nessuna manipolazione della realtà è più pericolosa e inquietante del falso fotografico. Possiamo accettare che i pittori dipingano battaglie fantasiose e gli scultori idealizzino l'immagine delle persone ritratte. Ma non possiamo accettare che i fotografi falsifichino la realtà. È comprensibile. I primi ci chiedono di credere alla loro immaginazione, i secondi di credere al loro “obiettivo”. Dai primi attendiamo sentimenti lirici, epici o grida retoriche, dai secondi attendiamo un documento. Il falso fotografico è un inganno, una menzogna» (Romano Sergio, 1997, Dal "miliziano morente" al tragico incidente di Lady Diana: usi e abusi dell'immagine nel giornalismo del '900 FOTO & TV Falsi obiettivi, Torino, La Stampa, 27 dicembre 1997, p. 19). E concludeva: «il giornalismo scritto ha molte colpe. Ma il giornalismo fotografico e televisivo può essere, grazie all'apparente realismo delle immagini, ancora più ingannevole e mistificatorio. Se compro un pacchetto di sigarette il fabbricante è tenuto a informarmi che sto nuocendo a me stesso. Se vado al supermercato e compro un barattolo di marmellata, l'etichetta mi dice con quali ingredienti è stata fatta. Ma se leggo un giornale o guardo la televisione non sempre, apparentemente, ho il diritto di sapere chi ha scattato quella fotografia, a quando risalgono quelle immagini, in quali condizioni sono state riprese e che cosa accadeva in quel momento al di fuori del quadro»

L’articolo di Sergio Romano, assolutamente condivisibile, ci porta a riflettere sulla natura del confine tra “lecito” e “illecito”, tra realtà e rappresentazione e, più in generale, fra prodotto editoriale e artistico nel fotogiornalismo di conflitto. Un confine che, da quanto emerso in queste righe, sembra essere davvero molto labile e ricco di insidie. 
In una società dove il terrore e la morte fanno costantemente notizia, entrambi i mercati (editoriale e dell’arte) si sono diretti verso la cosiddetta “teatralizzazione del dolore”. In una cultura visuale dominata dall’estetica della moda e della pubblicità, il fotoreporter si è dovuto “piegare” alle logiche del fotoritocco e degli effetti speciali per "bucare" l' indifferenza mediatica e attrarre a sé il pubblico dei non addetti ai lavori. Tutto ciò, a discapito della veridicità dell’immagine e dell’informazione trasmessa. Che si ritenga tale processo eticamente giusto o meno, il fotogiornalismo di guerra fatto ad alti livelli è divenuto, in molti casi, una vera e propria forma d’arte avente come fine primario il coinvolgimento emotivo dello spettatore/fruitore. Una forma d’arte improntata, come tutte, alla mistificazione del reale.

Fonti principali:
http://www.timhetheringtontrust.org/
http://www.anjaniedringhaus.com/
http://www.chrishondros.com/index.html
https://www.youtube.com/watch?v=HcU5Ba4ufqw
https://www.google.it/#q=Double+blind.+War+in+Lebanon+2006
https://www.facebook.com/jamesnachtwey/info
http://www.war-photographer.com/en/
Romano Sergio, 1997, Dal "miliziano morente" al tragico incidente di Lady Diana: usi e abusi dell'immagine nel giornalismo del '900 FOTO & TV Falsi obiettivi, Torino, «La Stampa», 27 dicembre 1997, p. 19. http://www.archiviolastampa.it/component/option,com_lastampa/task,search/mod,libera/action,viewer/Itemid,3/page,19/articleid,0625_01_1997_0350_0023_8575910/


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