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11 Luglio 2020

Il paradosso delle mascherine 'rimediate'

di Maria Elena Gottarelli
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Il paradosso delle mascherine 'rimediate'

Cosa sta accadendo in queste ore all’interno delle mura ospedaliere del nord d’Italia? Quali misure straordinarie si stanno prendendo e a che tipo di rischi è sottoposto il personale medico e paramedico in prima linea? Ecco un nostro rapido reportage effettuato in tre strutture ospedaliere diverse: Bologna, Modena e Firenze

L’emergenza sanitaria da coronavirus ha delineato due Italie ben distinte tra loro: quella che sta a casa in quarantena e quella che continua ad andare al lavoro, anche a costo di enormi sacrifici personali. Di questa seconda categoria fanno parte i medici, gli infermieri e i membri del personale sanitario che, da fine febbraio, si sono visti raddoppiare i turni di lavoro e dimezzare le ore di sonno. Cosa sta accadendo in queste ore all’interno delle mura ospedaliere del nord d’Italia? Alla base di tutto, c’è un enorme sforzo di riorganizzazione e smistamento capillare, che tiene conto della crescita giornaliera del numero dei malati, ma non dello stress psicofisico a cui è sottoposto il personale medico, a costante rischio di ‘burn out’. Innanzitutto, al Sant’Orsola di Bologna tutti i reparti del padiglione 5 sono ora destinati a pazienti affetti da Covid-19. Da quando è scoppiata l’emergenza coronavirus, il Policlinico Sant’Orsola-Malpighi si fa carico di tutti gli ‘infetti-Covid’ destinati all’ospedale Maggiore, dirottando verso quest’ultimo i suoi pazienti emodinamici, cioè soggetti a malattie cardiovascolari. Così facendo, vengono liberate le ‘terapie intensive’, normalmente dedicate a questi pazienti. Ma adibire un intero padiglione ai positivi al coronavirus comporta un dispiegamento di personale eccezionale. In precedenza, durante i ‘giorni rossi’ e nei turni notturni, il padiglione 5 era coperto da un solo medico dirigente, coadiuvato da un specializzando. Ora, invece, sono richiesti quattro strutturati e quattro specializzandi. Di conseguenza, i turni di lavoro aumentano in maniera esponenziale: uno sforzo sostenibile per una struttura come il Sant’Orsola, ma non per gli ospedali minori di provincia. Domenica 15 marzo, verso le ore serali, tutte le terapie intensive del padiglione 5 del Policlinico Sant'Orsola si sono ormai riempite. E in quel padiglione, non ci sono più posti letto disponibili.
Al Policlinico di Modena la situazione non è migliore. Matteo Fermi, specializzando otorinolaringoiatra, racconta che “da quasi tre settimane l’attività ospedaliera è completamente stravolta per far fronte all’emergenza coronavirus”. L’intervistato, che non vede da settimane nessun membro della sua famiglia, per proteggerli da un virus che potrebbe aver contratto lui stesso curando i malati, fa parte di una ‘Task Force’ creata appositamente per fare la tracheotomia ai pazienti-Covid in terapia intensiva. “Prima di questa emergenza”, spiega Matteo Fermi, “la mia unità operativa copriva circa 20 sale operatorie a settimana, mentre ora siamo arrivati a farne solo tre a settimana per occuparci dei nuovi malati. Tutte le operazioni non strettamente urgenti sono state rimandate a data da destinarsi. E tutti i malati in via di guarigione sono stati dimessi”. Il giovane specializzando ci tiene a precisare che, malgrado l’indiscutibile gravità della situazione, nessun paziente viene abbandonato o “lasciato morire”, come si è paventato in questi giorni. Almeno per ora. “Per il momento”, specifica, “non ci siamo mai trovati a dover scegliere chi curare”. Il dilemma etico non consiste tanto nello scegliere chi curare e chi no, quanto nel decidere quali cure destinare a quale paziente, tenendo conto del suo quadro clinico specifico. “Del resto”, conferma Matteo Fermi, “queste scelte hanno sempre fatto parte del nostro lavoro di medici: non è una novità introdotta dal Coronavirus”. La situazione diventerebbe insostenibile solo se il numero dei malati di Covid-19 crescesse in maniere incontrollata.
Negli scorsi giorni, il Policlinico di Modena ha inoltre smantellato un intero piano di 12 sale operatorie, al fine di creare posti supplementari di terapia intensiva. Solo su quel piano, a oggi, si registrano una ventina di pazienti-Covid, che si sono aggiunti a tutti quelli che, per il momento, non richiedono trattamenti di vera e propria rianimazione. “Ciò che spaventa, rispetto a questo virus”, ci dice ancora il medico, “è che il malato può aggravarsi da un momento all’altro in maniera piuttosto imprevedibile, rendendo necessario l’utilizzo dei respiratori automatici”. E quelli, come purtroppo sappiamo, scarseggiano.
Uscendo dall’Emilia Romagna, dove alla sera del 15 marzo si registravano 1.215 ricoverati con sintomi, di cui 169 da terapia intensiva, ci spostiamo al Careggi di Firenze. Qui, nel reparto di pneumologia, i posti letto di terapia intensiva dedicati ai pazienti Covid-19 (18 in totale) sono già al completo. I nuovi pazienti positivi al coronavirus vengono dirottati alle terapie intensive degli altri reparti dell’ospedale disponibili ad accoglierli. Il personale medico sta facendo il possibile per tenere quattro posti letto ‘neutri’ per i pazienti non Covid. E ci si sta adoperando per mantenere libera la terapia intensiva del padiglione di oncologia.
Il coronavirus non è l’unico problema del personale sanitario italiano. Mentre interi padiglioni degli ospedali vengono adibiti ai ‘pazienti Covid’, la gente continua ad avere infarti, ictus, occlusioni intestinali o pancreatiti. Le persone non smettono di ammalarsi perchè c’è il coronavirus. E i nostri medici debbono continuare a curare tutti. In questa situazione, già di per sé precaria, al personale mediMascherina_3.jpgco non sono sempre garantite le protezioni necessarie. La questione sta diventando preoccupante: mentre nelle terapie intensive dei pazienti Covid vengono fornite le protezioni (tuta, occhiali, guanti e mascherina), nelle altre terapie intensive, medici e infermieri risultano, in gran parte, ‘scoperti’. Ciò comporta un grosso rischio, perché il test del tampone ha un’affidabilità solo del 70 per cento. E non è raro che ci siano dei falsi negativi smistati in terapie intensive ‘non Covid’. Si lavora, insomma, in un clima orrendo e in ‘gruppi ristretti’, per limitare gli eventuali contagi fra il personale. Ma questo significa concentrare i turni di lavoro: prima della diffusione del virus, i turni venivano ricoperti da ‘team’ composti da dieci persone; adesso, sono stati ridotti a cinque, con turni raddoppiati. Sul personale non vengono quasi mai effettuati tamponi. Chi è entrato a contatto indirettamente con i malati di Covid-19 ma non ha sintomi, deve recarsi al lavoro ugualmente. A peggiorare ulteriormente la situazione, una cronica scarsità di protezioni anche all’interno delle stesse strutture ospedaliere. Come al Careggi di Firenze, dove per sopperire a questa mancanza, dalla Toscana sono arrivate nuove mascherine ‘made in Italy’, dall’aspetto ben poco rassicurante. Sulle confezioni, infatti, c’è scritto che "filtrano i batteri", non batteri e virus. E la cosa è preoccupante, perché se cominciano ad ammalarsi anche medici e infermieri non si potrà più curare nessuno. Matteo Fermi, del Policlinico di Modena, è consapevole del clima di angoscia che regna negli ospedali italiani - in particolare del nord - in questi giorni: “Abbiamo tutti paura”, afferma, “e chi dice di non averne, mente”. Il rischio elevato di contagio e i serrati turni di lavoro espongono il personale medico e paramedico a un serio rischio di ‘burn-out’. Senza lo sforzo del personale medico, è inutile negarlo, l’Italia ‘collasserebbe’. Proprio per scongiurare questa evenienza, tutti i tirocinanti in attesa dell’esame di Stato sono stati ammessi direttamente all’Ordine dei Medici e abilitati all’esercizio della professione. Per ciò che riguarda lo sviluppo della situazione, la prossima settimana risulterà decisiva: stando alle previsioni dei vari medici che abbiamo incontrato, il ‘picco’ si registrerà a partire dal 20 marzo e solo allora sarà possibile quantificare, in maniera realistica, il numero di letti e di operatori sanitari necessari per far fronte all’emergenza. Al momento, non sono chiari neppure i tempi medi di degenza. Infine, secondo una nostra fonte del Policlinico bolognese: “E’ altamente improbabile che si esca a breve dall’emergenza, almeno per quanto riguarda l’Emilia Romagna. Dobbiamo prepararci a una ripresa più lenta e faticosa del previsto”. A confermare questo pronostico poco rincuorante, il concorso aperto dall’Asl (Azienda sanitaria locale, ndr) dell’Emilia Romagna per gli specializzandi al terzo e quarto anno, da smistare sul territorio per occuparsi di pazienti-Covid: la Asl, che di solito lavora tramite contratti a chiamata, questa volta ha puntato a periodi di sei mesi. Verosimilmente, quindi, ci si aspetta una richiesta di personale prolungata su tutto il territorio. Di fronte a  un’emergenza sanitaria di cui l’Italia è stata l’apripista per tutta l’Europa, una cosa sola viene richiesta, a gran voce, dal personale sanitario intervistato: “Chi può, resti a casa, vi scongiuriamo: è l’unico rimedio che attualmente conosciamo per fermare il virus”.
Al momento in cui scriviamo, in Italia si registrano 20.603 pazienti positivi al coronavirus, di cui 1.809 deceduti, 1672 in terapia intensiva, 9663 ricoverati con sintomi e 9268 in isolamento domiciliare. Se è vero che il numero dei contagi sta ancora salendo, cresce anche il numero delle guarigioni: 2335 dall’esplosione della pandemia, il 22 febbraio scorso. I dati sono in continuo e rapidissimo aggiornamento. Essi possono essere consultati sul portale governativo http://www.salute.gov.it/.

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Periodico Italiano Magazine - Direttore responsabile Vittorio Lussana.
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