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diretto da Vittorio Lussana
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17 Novembre 2019

Una settimana nella Ciociaria più splendida e vera

di Stefano Maria Pantano
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Si è conclusa al ritmo di samba la decima edizione del Festival delle Storie della Val di Comino, la kermesse che ha acceso i riflettori sui 7 Comuni al centro dell’evento: tantissimi gli ospiti noti dal mondo della politica, della cultura, dello sport e dell’arte
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Esisteva un tempo in cui non s’immaginavano schermi digitali che offrissero una finestra sullo scibile a portata di click. Non c’erano reti invisibili che collegassero tutti e dovunque, ma c’erano persone e volti che creavano legami, condivisione e conoscevano meglio di noi il sapore della vita vissuta. La maggiore istruzione diffusa di cui siamo indiscutibilmente figli ci ha permesso di acquisire nuove cognizioni tecniche e una visione del mondo forse più elastica e improntata alla rapidità. Eppure, quando la sera si attenuano i rumori della città, sprofondiamo nell’atmosfera ovattata delle luci notturne e torniamo nel chiuso delle nostre stanze, dobbiamo forse fare i conti più che in passato con un vuoto inspiegabile, che nessun social network può facilmente colmare. Il potere della parola, della relazione autentica e, soprattutto, della memoria familiare e comunitaria affidata al racconto era, invece, istintivo nella cultura contadina, in cui la vita indiscutibilmente dura era fatta di lavoro e di saperi pratici pressoché scomparsi, ma anche di quella capacità di incantarsi davanti alle piccole cose che tanto piccole non sono, se pensiamo ai tanti miracoli che la natura mostra in ogni istante. Bastava che una nonna trascinasse una sedia davanti a una nipotina dopo una domanda di circostanza - giusto per testarne l’umore e la predisposizione del momento all’ascolto - e prendeva il via come una magia che spalancava altri mondi, ben prima che la neolingua del marketing ci mettesse in bocca termini quali ‘storytelling’. Oggi, di tutto questo non resta molto e quasi nessuno ha più voglia di ascoltare davvero quello che gli altri hanno da dire. Tutto è visibile attraverso l’immagine artificiale, sembra vicino, a portata di mano: anche la vacanza fotografata da barche chilometriche, popolate da corpi costruiti dal chirurgo e rifiniti da sorrisi ancor meno naturali, quasi lì a volerci convincere che alla festa manchiamo solo noi, oppure no, non prima di aver svuotato una miniera di carbone. Mentre l’immaginazione muore e con esso il regno di ‘Fantàsia’ inghiottito dal Nulla, ineluttabile, come direbbe il Thanos degli Avengers, la nostra società ha finito per dare un prezzo alle emozioni, anzi le vende con la malizia con cui Mefistofele ottiene dall’incosciente Faust l’ultimo pezzo della sua anima. Nel mondo delle esperienze preconfezionate si tenta allora di ritrovare l’eccezionalità che prima apparteneva non solo al festivo, al rituale carnascialesco, ma spesso alla normalità di un altrove scomparso, ricostruito in vitro, ma privo dello spirito originario. In qualche sparuto caso, tuttavia, nascono sacche di resistenza, piccoli ‘Atreyu’ che non accettano una vita nelle riserve e che per una nuova autenticità sono disposti a essere considerati folli. 10 anni fa, in una Terra di Mezzo fiabesca ai confini del Parco Nazionale d’Abruzzo, del Lazio e del Molise, c’è stato qualcuno che, ritornando con la memoria a quella sedia, custode di affetti familiari, di infanzia e di radici, ha pensato di trascinarla dall’intimità della casa al pubblico di una piazza. Il principio era sempre lo stesso: il calore del focolare e la dimensione essenziale della socialità umana, fatta semplicemente di una persona che parla di fronte a un’altra disposta ad ascoltarla. Il primo uomo è stato quello che ha saputo raccontare la propria storia, dando un senso alla realtà. Questo semplice elemento poteva diventare un’esperienza collettiva. Era nato il Festival delle Storie, come una sorpresa inattesa, “all’antrasatta”, potremmo dire con un’espressione dialettale propria dei luoghi in cui è stato concepito dalle infaticabili guide, Vittorio Macioce e Rachele Brancatisano. I luoghi, pieni di natura, colori e suoni, sono quelli della Valle di Comino e dei suoi paesini arrampicati sulle alture, tra i cui guardiani troviamo animali come la lince, il lupo, il capriolo, la pecora quadricorna, la volpe e l’aquila. Sono loro i simboli totemici dell’edizione 2019 del festival, che come ogni anno ha trasformato le piazze di sette Comuni in un salotto coloratissimo e pieno di ospiti importanti della politica, dello sport, della cultura, della musica e dello spettacolo. Una settimana di testimonianze 'a tu per tu', di dialoghi senza filtri in cui ripercorrere vicende umane, professionali e trame fantastiche, che hanno richiamato anche stavolta centinaia di persone da ogni dove. Gallinaro, Alvito, San Donato, Casalvieri, Picinisco, Atina e Villa Latina si sono trasformate a turno, dal 25 al 31 agosto, nella ‘Valle delle Storie’, grazie a una “geolocalizzazione sentimentale”, citando l’espressione del vicedirettore artistico Brancatisano, puntata sulle radici. Data la quantità e la densità degli appuntamenti, che annualmente si susseguono incalzanti di ora in ora, dalle 18.00 a tarda sera, sarà possibile ripercorrere solo sommariamente lo svolgimento delle singole giornate. Come nelle precedenti edizioni, gli spettacoli teatrali e le attività escursionistiche erano in programma insieme agli incontri con l’ospite in piazza, tutti moderati dal Direttore Artistico Macioce, giornalista di rara sensibilità sostenuta da grande cultura e dal cantautore e opinionista musicale e letterario Edoardo Inglese. Quest’ultimo era presente eccezionalmente quest’anno anche fra gli ospiti, durante la prima giornata a Gallinaro, per parlare della sua trilogia musicale che regala storie diverse con diverso epilogo, a seconda dell’ordine con cui si ascoltino i 3 dischi di cui è composta: E.I. FU, NO LOVE, PLEASE, WE’RE INGLESE e TUTTI PER L’INGLESE. Meno presenti rispetto gli anni passati, forse, i laboratori creativi, a cui era possibile partecipare previa iscrizione. Tra le novità, invece, oltre a una reception installata in prossimità della platea in tutte le date del Festival delle Storie, con la possibilità di richiedere tre differenti tipi di tessera associativa, la festa di apertura ispirata al mood delle due omonime tele dei pittori francesi Édouard Manet e Claude Monet: 'Le déjeuner sur l’herbe'. Domenica 25 agosto, l’Agriturismo La Pesca a Broccostella ha ospitato all’ora di pranzo il rinfresco inaugurale dell’evento, a cura della Pasticceria DolcemaAntonio_Padellaro.jpgscolo, il cui panettone artigianale è stato selezionato sulla rivista ‘Il Gambero Rosso’ tra i 10 migliori del 2017, successo bissato pochi mesi dopo con la colomba. Non solo enogastronomia però, sebbene uno dei punti forti del festival sia la presenza di punti ristoro, che grazie alla nutrita scelta di cibi e bevande trasforma ogni serata in una festa (magica l’atmosfera ad Alvito, davanti il chiostro di San Nicola). A partire dalle 11.00, sino alle 17.00, la location immersa nel verde con tanto di piscina è stata infatti teatro dei primi incontri culturali. Si è parlato di animali fantastici come il mistero della natura, con Roberto Dalia e Paride Vitale, del rapporto sempre più difficile che abbiamo con il tempo, in compagnia di Daniele Zambelli e del libro 'Mondo Caffè' (Cairo Editore), con gli autori Andrea Cuomo e Anna Muzio. Tanti i protagonisti che hanno poi dialogato con l’intervistatore a cominciare dal pomeriggio a Gallinaro, in piazza Cuore del Gesù. Ricordiamo soltanto il particolare incontro con la sensitiva Sabrina Dal Molin, che nel suo libro 'Vite terrene. Vita nell’aldilà' ha raccontato il personale rapporto con l’invisibile e l’attività medianica tramite la quale trascriverebbe i messaggi provenienti dal cielo, e quello con uno dei più noti giornalisti sportivi italiani: Marino Bartoletti. La kermesse ha proseguito, ricchissima ed emozionante, nelle giornate successive. Sotto l’egida del lupo come animale totemico, il team di Vittorio Macioce si è spostato il 26 agosto ad Alvito, per una tappa indimenticabile. Incredibilmente denso il programma che ha preso vita nella suggestiva location del Chiostro dell’ex Convento di San Nicola. Un appuntamento speciale, con la scrittrice Cettina Caliò e il vignettista, autore teatrale e scrittore Amleto de Silva, è stato infatti inserito nella mattinata per ricordare Sergio Claudio Perroni, amico del festival prematuramente scomparso. Dalle 18.00, una valanga di ospiti: dallo scrittore Mauro Garofalo, con il nuovo romanzo 'Il fuoco e la polvere' (Sperling & Kupfer Editore) all’attore e musicista Luca Mauceri, con la sua preghiera laica dedicata alla figura di San Francesco d’Assisi ne 'L’uomo dei sogni', titolo di uno spettacolo teatrale e di un libro in cui l’autore raccoglie la drammaturgia e alcune meditazioni personali rivolte all’uomo moderno. Super ospite, dopo il professor Gioacchino La Notte e il suo accurato intervento fra musica live e parole ben documentate, per ripercorreNunzia_De_Girolamo_e_Vittorio_Macioce.jpgre il decennio 1968-’78 in Italia attraverso la canzone d’autore; Nunzia De Girolamo e le sue mille vite tra l’avvocatura, la politica e la tv a 'Ballando con le stelle', senza lesinare autoironia sul conflittuale rapporto tra talamo nuziale e schieramenti politici opposti che, da ex ministro in un Governo Berlusconi, vive col marito, Francesco Boccia, deputato Pd nominato in queste ore ministro agli Affari regionali nel Governo Conte bis, dando luogo a una staffetta coniugale unica nel suo genere. Dalle 22.00, l’atmosfera si è fatta sognante, parlando del corpo celeste che da millenni ispira arte e interesse scientifico da parte dell’uomo. Ci riferiamo ovviamente alla Luna e alle infinite storie che la vedono protagonista. Tra le meno note vi è forse quella di Rocco Petrone, l’uomo del “go” alla missione Apollo 11, rimasta nella storia nonostante le recenti teorie della messa in scena 'kubrickiana', che ne mettono in dubbio l’autenticità. Hanno trattato l’argomento da varie angolazioni Renato Cantore, autore radiofonico e televisivo, Giada Trebeschi, scrittrice, sceneggiatrice e drammaturga ed Emma Gatti, ricercatrice italiana alla Nasa, oggi impegnata con una sua 'start up' nell’attività di incoraggiamento ai giovani. Delle differenze culturali nella mentalità e nel mercato del lavoro tra l’Italia e gli Stati Uniti ha infatti parlato la studiosa, spezzando una lancia a favore della valorizzazione del merito e di un abbattimento di burocrazie e retoriche disfattiste che, nel Bel Paese, tarpano le ali di tanti ragazzi validi. A concludere l’incanto della 'notte alvitana', una jam session di parole fuori orario, con Marino Bartoletti, Amleto de Silva, Zarrazeno Carusi, Luca Mauceri, Davide Toffoli, David Duszynski, Edoardo Inglese e lo stesso Vittorio Macioce. Recitazione estemporanea e racconto tessevano insieme un viaggio letterario sulla Luna, spaziando da Saffo a David Bowie, da Ariosto al Cyrano di Rostand, senza dimenticare l’ineludibile 'Pastore errante' di Leopardi. Tanti altri gli ospiti famosi del festival: Carlo Pernat a San Donato Val di Comino; Antonio Padellaro a Casalvieri, dove sono giunti anche Corrado Formigli e Ivan Zazzaroni; Carlo Cottarelli a Picinisco; gli attori Giorgia Wurth e Marco Bonini ad Atina, insieme a moltissimi altri professionisti che non riusciamo ad elencare, ma che hanno avuto tantissimo da raccontare. Gran finale del festival a Villa Latina, sotto la guida simbolica del capriolo, sfuggente e improvviso, metafora della speranza, della cura e della guarigione. Fra l’attualità e la geopolitica, storie di donne al crocevia tra oriente e occidente, noir ambientati nella Calabria profonda e saghe di Gattopardi, cresceva l’attesa per l’appuntamento conclusivo, in una piazza Umberto I vestita di una luce calda che ne accentuava l’atmosfera raccolta, quasi domestica, benché fosse stracolma. Invece di farsi più rado, il pubblico delle 22.00 diventava addirittura più nutrito per uno dei maestri più eclettici e prolifici della cinematografia italiana. 81 anni portati con lo spirito di un fanciullo e oltre mezzo secolo di film scritti, diretti e prodotti. Pochi mesi fa il ritorno nelle sale con un lavoro tratto dall’omonimo romanzo scritto dal regista medesimo, che compie così il ritorno al genere horror. Stiamo parlando di Pupi Avati e del suo 'Signor Diavolo', nel quale il maestro della narrazione racconta la provincia profonda, non affrancata dalla superstizione, sospesa tra vita e mistero. Ritorni cinematografici ed esistenziali, che hanno trovato largo spazio nella testimonianza del regista bolognese, per il quale la vita umana è rappresentabile come un’ellisse, fatta di illusioni e speranze al principio e da rivoluzioni copernicane intoro all’asse della consapevolezza nella fase più adulta, sino all’inevitabile declino che ci riconduce ai bambini incantati che siamo stati. Sin dalle primissime battute del suo intervento, durato due ore a fronte dell’una prevista dal programma, Avati ha lasciato intendere di voler rompere gli schemi preimpostati in favore di una comunicazione diretta con il pubblico. "Hai una scaletta? Buttala...", ha infatti detto scherzosamente al moderatore che si accingeva a intervistarlo. Davanti a un uditorio stregato da un silenzio irreale, frutto del magnetismo emanato dalla personalità del regista, la forza del racconto si ingrossava via via, come un fiume pronto alla piena. "55 anni fa, i ragazzi e soprattutto le ragazze in Emilia erano dei grandissimi 'cessi'. Bruttissime: dei cespugli sotto le ascelle, polpacci alla Gattuso, minacciose, sandaloni e unghie alzate… Veramente brutte. Adesso siete diventati tutti belli. Non vedo ragazze brutte stasera. Ce n’è una, ma non dico qual è. E quando si era così in tanti tanto brutti, è evidente che ogni anno c’era qualche ragazza bellissima, improvvisamente. Questo era il contesto. Questa è l’Italia nella quale io ero ragazzo…". La lezione di cinema si era già trasformata in qualcosa di diverso, di imprevedibile. Al centro della storia, la vita, costellata dall’incredibile quanto la fantascienza più sfrenata. Dall’incontro casuale, a Bologna, con la futura moglie, all’epoca fidanzata del conte Gianluigi Zucchini, al matrimonio frutto di un corteggiamento verosimilmente considerabile come spacciato in partenza, se non fosse stato per l’aiuto dell’amico di sempre, Cicci Foresti e di una regia nascosta oltre l’umana comprensione: "Era una ragazza di una bellezza straordinaria, assoluta. Io sapevo solo che lei aveva a che fare con la mia vita. […] Non so se oggi ci si innamora ancora così, in modo totalizzante, disperato…", si è chiesto Pupi Avati davanti al pubblico. Dall’amore invece non corrisposto per il clarinetto, suonato con una band univerPupi_Avati.jpgsitaria composta da medici ginecologi, all’incrocio con il destino di Lucio Dalla, talento indomabile che avrebbe presto messo in ombra quello del futuro regista: "Dio era ingiusto, perché preferiva lui a me… La cosa più bella sarebbe stata che morisse sul palco. E invece no, godeva di ottima salute". Nonostante Lucio fosse inizialmente incapace di tenere in mano correttamente lo strumento e suonasse in modo piuttosto modesto, accogliendo i consigli di Avati, che era allora il miglior clarinettista di Bologna, finì per essere reclutato nella band dei ginecologi e cominciò a migliorare a vista d’occhio. Con l’humor nero che lo caratterizza, il super ospite ha confessato di aver pensato di eliminare fisicamente l’amico, gettandolo dalla cima della Sagrada Familia di Barcellona. Ma Dalla si sarebbe allora salvato in extremis, lanciandosi per le scale terrorizzato. Episodi che hanno avuto al centro la riflessione sul talento e le vocazioni da seguire per avere successo nella vita: "Non si va da nessuna parte con la sola ostinazione. Occorre dell’altro", ha detto il cineasta. Eppure, alla base dei molti aneddoti riguardanti grandi personalità che ce l’hanno fatta, ivi compreso lo stesso Avati, ritrovavamo una considerevole determinazione ad accompagnare il merito. Fa un effetto difficilmente descrivibile ascoltare, nel racconto di chi ha raggiunto dopo una strada lunghissima una conclamata autorevolezza, episodi in cui vengono chiamati col solo nome di battesimo uomini e donne dalla statura irraggiungibile per la maggior parte delle persone. La vita di Pupi Avati è così: una 'wunderkammer' di fatti straordinari, una mastrioska in cui il cammino di un grande personaggio ne contiene tanti altri. Come dei binari giunti a uno snodo cruciale che obbliga un treno a cambiare direzione, il caso mise sulla strada di Avati un’altra circostanza determinante: la visione di '8 e ½' di Federico Fellini, in seguito alla quale comprese cosa fosse il cinema e che il suo futuro non sarebbe stato in una nota azienda svedese produttrice di surgelati. Emblematico esempio di determinazione è anche quello che seguì l’incontro con una sconosciuta giovane attrice proveniente dalla scuola di recitazione del Piccolo Teatro di Milano, che nel 1970 si presentò sul set del secondo film di Pupi Avati, in luogo della ragazza scelta dal regista durante i provini. Dopo essere stata cacciata da quest’ultimo, sopraffatto dal disappunto, la giovane attese la fine delle riprese per tutto il giorno seduta ad un bar fuori dalla chiesa in cui si sarebbe girato il film. Dopo qualche ulteriore rimostranza, impietosito e allo stesso tempo impressionato da tanta tenacia, Avati decise di affidare all’attrice la parte da protagonista in 'Thomas e gli indemoniati'. Il giorno dopo, al primo 'ciack' il regista avvertì nel suo cinema un senso di verità mai sperimentato prima. Nello stupore generale, con tanto di applauso da parte della troupe, il cineasta si avvicinò all’attrice milanese e domandò, prendendola per mano: "Ma come ti chiami"? E lei: "Mariangela Melato". Lo spettacolo nella piazza di Villa Latina era ammantato di un’aura particolare quando, mai come in quell’istante “all’antrasatta”, una stella cadente ha attraversato la volta celeste calamitando l’attenzione di tutti i presenti, compreso lo stesso Pupi Avati. È questa la magia del Festival delle Storie, dove senza scenografie artificiali, né effetti speciali di alcun tipo, il regno del fantastico prende vita e ti avvolge. Tantissimi altri sono stati i momenti rievocati con commozione dal papà de 'Il signor Diavolo'. Non ultimi quelli che riguardano grandi attori del passato, come Ugo Tognazzi e Paolo Villaggio, incontrati durante i primi anni di dura costruzione della propria posizione nel mondo del cinema. Esilaranti, inoltre, i ricordi dell’esordio, nel 1968, con 'Balsamus, l’uomo di Satana', per la cui realizzazione Avati chiese l’aiuto di un misterioso finanziatore collegato a un altrettanto enigmatico personaggio affetto da nanismo, che diventò protagonista del film dagli esiti poco felici. Riflessioni sulla recitazione, ma soprattutto sulla vita, hanno avviato l’emozionante racconto a una conclusione commovente. L’ultima lezione con cui Pupi Avati ha tenuto a salutare la piazza ciociara ha riguardato la vecchiaia, non una malattia da rifiutare, ma un privilegio non concesso a tutti. "Quando ci si allontana dalla gioventù e ci si accorge di dover supplire con l’esperienza il declino delle capacità di un tempo, la nostalgia è rivolta alla giovinezza. C’è il disapprendimento", ha osservato il regista bolognese. È scivolando verso l’ultimo quarto dell’ellisse dell’esistenza, che secondo Avati si compie il ciclo del ritorno, perché la nostalgia si sposta più indietro: alla fragilità dell’infanzia. Questo spiega il rapporto speciale che spesso lega vecchi e bambini, nonni e nipoti, saltando la generazione di mezzo. "Il massimo della qualità dell’essere umano è la sua vulnerabilità, non la sua forza. È la sua debolezza, la sua paura, la sua inadeguatezza, la sua timidezza. Questi sono tutti valori da recuperare, da restituire alla dignità straordinaria della poesia. Allora voglio tornare a mettere la mia mano destra nella mano sinistra di mio padre e la mia mano sinistra nella mano destra di mia madre, e fare in modo che questa sera mi aspettino a cena a casa". Un abbraccio calorosissimo e commosso si è levato dal pubblico per dare la buonanotte all’ospite speciale della serata, prima di lasciare lo spazio ai saluti finali in un clima di gioia da parte di tutta la squadra organizzativa del Festival delle Storie. Visibilmente provato dalla serrata tabella di marcia della settimana, ma soddisfatto, è intervenuto per primo Vittorio Macioce: "Quando, diversi anni fa, mi chiedevano cosa fosse il Festival delle Storie, rispondevo che c’è una persona che parla e racconta delle storie in piazza. Tutti allora mi guardavano leggermente interdetti. Oggi credo non occorra più spiegare cosa sia il Festival, ed è ‘normale’ che un ‘pazzo’ si metta a raccontare le sue storie e riesca a radunare così tanta gente, facendola piangere o sorridere. Questa è una grande vittoria", ha proseguito il direttore artistico, "la Ciociaria è una terra dalle indiscutibili bellezze, ma non c’è soltanto questo. A un certo punto, dopo aver attraversato il tunnel sull’autostrada, accade qualcosa di meraviglioso. La gente si trova davanti a un’esplosione di verde e questo è un miracolo dovuto probabilmente al fatto che noi abbiamo perduto alcuni treni del tempo e quindi ci siamo ‘conservati’. Il fatto poi che in questa valle ci siano animali fantastici, che diamo per scontati, ma che tali non sono e dobbiamo proteggere, è un’altra magia, come lo è il fatto che ci sia un cielo in cui le stelle ti guardano un po’ più da vicino. Soprattutto, oggi possiamo dire che la Valle di Comino non sia più una semplice espressione geografica, ma un luogo che ha ritrovato la sua identità culturale: un punto acceso sulla mappa del mondo". Ai ringraziamenti si è unita anche Rachele Brancatisano, che ha avuto parole di elogio per i membri dello staff e gli amministratori comunali, la cui collaborazione è stata fondamentale per la manifestazione: "Il Festival non è solo le nostre parole, ma il lavoro concreto di tanti che, in silenzio, fanno sì che esso possa esistere. Abbiamo portato in Valle 150 persone, provvedendo alle loro necessità di trasporto, vitto e alloggio, facendole divertire. Qualche volta le abbiamo lasciate a piedi, è vero. Il Festival delle Storie non è perfetto, non riusciamo a fare tutto, ma è stato possibile realizzarlo grazie a voi e soprattutto alle persone che vedete qui stasera". Un plauso particolare, da parte del vicedirettore artistico è stato rivolto al sindaco di Villa Latina, Luigi Rossi, presente ai festeggiamenti finali con omaggi speciali donati alle due guide dell’evento, che hanno dato appuntamento agli affezionati del Festival al prossimo anno dando il via allo spettacolo al ritmo di samba, a cura della band partenopea Galera de Rua.

(reportage tratto da www.mywhere.it)

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SI RINGRAZIA ROBERTO MIELE PER LA GENTILE CONCESSIONE DEGLI SCATTI

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