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26 Ottobre 2020

Premio ai mestieri e agli artigiani del cinema italiano

di Giuseppe Lorin
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Premio ai mestieri e agli artigiani del cinema italiano

La fabbrica dei sogni non viene creata solo dai registi o dai direttori di fotografia. A sottolinearlo è il premio 'La pellicola d'oro' studiato per gratificare le maestranze e l’artigianato del cinema. Ne parliamo con Enzo De Camillis, scenografo, regista, nonché ideatore del prestigioso riconoscimento

Si è conclusa da poco la quinta edizione del premio ideato e fortemente voluto da Enzo De Camillis, “La Pellicola d’Oro”, indirizzato ad artigiani, tecnici, restauratori, falegnami  e professionisti italiani attivi nell’ambito cinematografico, ai quali vengono riconosciuti particolari meriti legati all’esercizio della loro professione. Un giusto riconoscimento rivolto alle varie figure professionali che, con il loro contributo artistico, creativo o artigianale, caratterizzano ogni produzione cinematografica, anche se talvolta i loro ruoli sono meno visibili, rispetto alle figure che ricoprono ruoli apicali, quali il regista oppure il direttore della fotografia. Ma la realizzazione di un film è un lavoro di squadra, all’interno della quale ogni persona presente sul set conferisce il proprio contributo, per conseguire un comune obiettivo. Quindi, è lodevole l’idea di portare alla ribalta e finalmente premiare: direttore di produzione, operatore di macchina, effetti speciali, costruttori di scena, sarte, sartorie cineteatrali, capi macchinisti e capi elettricisti. Con la loro indispensabile presenza, loro contribuiscono a dar vita al Cinema. Negli anni precedenti sono state premiate figure speciali, illustri e famosissime come: Giancarlo Giannini, Ettore Scola, Manolo Bolognini, Roberto Perpignani, Giulio Base, Kaspar Capparoni, la RAI, il Centro sperimentale di cinematografia, l’ANAC. È questo uno dei motivi principali per cui “La Pellicola d’Oro” annovera significativi patrocini istituzionali di associazioni di rappresentanza, che operano nel campo dello spettacolo. Ne parliamo con Enzo De Camillis, scenografo, regista e presidente della SAS Cinema nonché ideatore del premio.


Premio_la_pellicola_doro.jpgEnzo de Camillis ci racconta come nasce l'idea della 'Pellicola d'oro'?
"Questo premio è stato pensato e studiato per gratificare le maestranze e l’artigianato del cinema. Le nuove generazioni, sempre grazie alla Tv, conoscono solo il regista e l’attore, ignorando che esistono altre tredici figure professionali che compongono il set. Quindi, sotto il patrocinio del David di Donatello, del Mibec, Comune di Roma e Regione Lazio è nato questo evento, visto che in Italia nessuno si ricorda degli artisti e dei tecnici della vecchia generazione. Quest’anno abbiamo premiato persone che hanno dato un grande contributo al cinema, come Ugo Gregoretti, che ha iniziato da giornalista e regista televisivo nel ’54 assunto in RAI e poi in qualità di autore e regista ha profuso molte energie a favore della cultura italiana. Inoltre, è stato per diversi anni presidente dell’ANAC (Associazione autori cinematografici). Un doveroso riconoscimento alla sua lunga e prestigiosa carriera e per i contributi dati all’ANAC. È stato premiato anche Claudio Mancini, per la sua poliedrica attività di cineasta, iniziata nel 1948, come elettricista. Precedentemente, a vent’anni era stato manutentore di un deposito di lampade per il cinema. Nel 1961 il grande salto nella produzione cinematografica, con film entrati nella storia, come “La grande guerra”, “I magnifici sette”, tutti i film western all’italiana di Sergio Leone per arrivare al magnifico film  “C’era una volta in America”. Ha lavorato fino agli inizi del 2000 nella serie di Montalbano. Pertanto, un premio per il suo impegno nel cinema come produttore esecutivo e organizzatore generale. Anche Francesco Brescini, capo elettricista da una vita, ad ottansei anni ha ricevuto un premio speciale per ringraziarlo di aver contribuito a dare lustro al cinema italiano, grazie alla partecipazione a film di spessore internazionale, come “Il Padrino II” di F. Coppola. Una vera tradizione nella famiglia Brescini, che va avanti dal 1924, quando suo padre lavorava nel cinema muto ed ora portata avanti dai nipoti, con ruoli e mestieri diversi, ma sempre nell’ambito cinematografico come Giovanni Brescini Direttore della Fotografia”.

Il cinema inizialmente lei lo ha percepito dal punto di vista dello scenografo. Vorrebbe raccontarci i suoi inizi e i ricordi salienti di questa sua lunga esperienza?
"Il mio debutto risale al 1977, come assistente del Premio Oscar per la scenografia Dante Ferretti in un film di Luigi Zampa. Fino al 1983, per otto anni sono stato arredatore ed assistente, poi causalmente firmai un lavoro televisivo come scenografo in un programma di “Italia 1”,“Drive in”, mentre l’esordire come scenografo nel cinema fu con il film “Terno secco”, opera prima come regia di Giancarlo Giannini. Ho avuto l’onore di lavorare in quattro film con Steno, una televisiva con Bud Spencer, poi con Pasquale Squitieri ne “Il pentito”, la storia di Tommaso Buscetta con Max Von Sidon e Tony Musante. Interessanti le esperienze in un film di caratura internazionale, come 'Dimenticare Palermo' di Francesco Rosi, con James Belushi, Mimi Rogers".

Francesco Rosi è stato il maestro ultimo del cinema italiano, la sua scomparsa  ha lasciato un gran vuoto. Mi parla della vostra collaborazione?
"Francesco Rosi era una persona molto esigente e molto gentile; assolutamente serio nel modo di porsi e professionalmente perfetto. A volte chiedeva cose difficili, ai limite dell’impossibile, avendo però sempre cura di mettere a disposizione tutto ciò che necessita per realizzarlo, sia in termini economici, che pratici. Inoltre, chiedeva quanto tempo avrei impiegato, senza porre limiti, ma poi le scadenze andavano rispettate. Ricordo un aneddoto: stavamo girando un film a Palermo; nel mese di maggio dovemmo ricostruire l’ambientazione del Festino di Santa Rosalia, che si celebra in luglio. Ricordo che in una scena da girare a Mondello, sul litorale palermitano, lui cambiò il campo invertendolo e la scena fu ribaltata completamente. Mi chiese di trovare la soluzione. Così, dalla sera alla mattina riuscii a compiere un mezzo miracolo, ma lui contribuì, mettendo a mia disposizione tutto quanto potesse consentirmi di realizzare il repentino cambiamento con la totale collaborazione della produzione.. Questo significava fare lo scenografo in cinema, dove il lavoro da svolgere era una continua ricerca e un lavoro di progettazione “architettonica”. Oggi il lavoro dello scenografo non esiste più, anche grazie alla televisione che spesso ti impone dei tempi troppo stretti per realizzare al meglio e quindi con qualità il prodotto".

Il lavoro dello scenografo secondo lei è stato in qualche modo penalizzato dall’alta tecnologia, che permette accorgimenti virtuali?
"Le scenografie virtuali sono ancora decisamente brutte e molto onerose, in fatti quelle di grosso effetto sono di produzione americana,  oltre al fatto di essere assolutamente riconoscibili. Quindi, la soluzione virtuale la scarterei a priori, poiché non risolve; ha acquisiti la post produzione con il  montaggio, passando dalla moviola al Avid. È cambiato il supporto che contiene l’immagine.  Tuttavia, è cambiato proprio il modo di lavorare, non ci sono più risorse e il passaggio da cinema a fiction è stato, in particolar modo per i mestieri e l’artigianato devastante. Fino al 1993 in cinema si lavorava perché era salvaguardato e difeso da Vittorio Cecchi Gori, che produceva film, si coordinava con la distribuzione nelle sale cinematografiche e dopo un anno passavano alla messa in onda televisiva, secondo accordi fra le parti.  Dopo la sua scomparsa le condizioni di difesa del cinema sono scomparse e la qualità è scesa drasticamente".

Una curiosità: cosa ha determinato il suo passaggio alla regia?
"Ero stanco di fare lo scenografo non era più un lavoro di ricerca di personalizzare un ambiente o un personaggio. Ho vissuto il Cinema di una volta fino alla fine; il cambiamento è stato dettato dalla fiction, che si basa su una costruzione scenografica che a volte mi metteva in forte imbarazzo. Lo scenografo deve costruire, scegliere location e collaborare con il regista, ma al contrario, le nuove generazioni ambiscono a questa professione senza saper progettare e come dicevo prima, la Tv ha dato un decisivo contributo alla caduta della professionalità e della qualità. Insomma, non sono riuscito ad adattarmi a questo cambiamento, optando per la regia. L’idea di realizzare docufilm parte dall’osservazione che il cinema è concepito anche per raccontare fatti o storie di rilevanza sociale. Il caso ha voluto che una vicenda personale mi ha avvicinato alla regia di docufilm di impegno civile. Quindi, nel 2010 la mia opera prima da regista con “19 giorni di massima sicurezza”, un corto interpretato da Luisa Ranieri, dove racconto la storia di una donna che ha ingiustamente subito l’art.41 Bis del cpp, riservato ai mafiosi, senza aver commesso alcun reato. Una verità processuale costruita da un Gip arrogante, convinto della colpevolezza di questa donna, anche di fronte a prove insuperabili, un’indagine condotta in modo superficiale e un processo doloroso, durato quattro lunghi anni; un clamoroso caso di ingiustizia che andava assolutamente denunciato".

Il suo più recente docufilm 'Un intellettuale in borgata' uscito circa un anno fa, sta riscuotendo un notevole successo di pubblico e critica. Vorreste parlarcene?
"Questo documentario è un grido d’aiuto rispetto a una politica che si disinteressa totalmente della cultura. Uno Stato senza cultura non avrà più memoria storica. L’attore Leo Gullotta interpreta la  lettera “Io so ma non ho le prove” di Pier Paolo Pasolini, pubblicata nel 1974 sul Corriere della Sera. E’ un attacco allo Stato di quel momento storico, che è identico al panorama socio-politico attuale. In altre parole, Pasolini ha anticipato di quarant’anni una situazione che poi si è avverata, anche a causa di scelte politiche che, con grande lungimiranza, aveva previsto. Egli già nel 1971 durante un intervista RAI di Enzo Biagi, sosteneva che la Tv non è una strumento democratico, poiché distorceva la realtà. “Un intellettuale in borgata” è un documento storico, nel quale vengono trasmesse tredici interviste, rilasciate da personaggi noti, fra i quali Stefano Rodotà, Ugo Gregoretti, Gianni Borgna, Pupi Avati ed altri.  Per arrivare alla poesia dal titolo “Alì dagli occhi azzurri” che anticipa di 40anni lo sbarco degli africani in Italia. Dalle interviste emerge in modo significativo l’impegno intellettuale di Pasolini nella poesia e come cineasta nella continua ricerca della verità".

Quali sono i suoi programmi a breve termine?
"Sto lavorando su un altro docufilm, grazie ad un amico e produttore Massimo Spano, l’idea è quella di sottolineare l’attuale difficile situazione sociale. Il problema più grande è quello costituito dal “Sistema Italia”, all’interno del quale si è innescato da qualche anno un meccanismo perverso, che ha indotto al suicidio molti imprenditori del nord Italia e tante persone rimaste dovunque senza un posto di lavoro. Le istituzioni danno appalti di lavori che poi pagano in forte ritardo. Ma chi svolge attività private a favore dello Stato deve comunque onorare i suoi impegni con le banche, che a fronte di un appalto stipulano chiedono fidejussioni, poi con il fisco il complicatissimo sistema tributario ed infine, ultimo anello della catena, Equitalia, che ti chiede di pagare con sanzioni eccessive anche se non hai riscosso. Tutto questo è paradossale e ritengo doveroso raccontarlo attraverso immagini, documenti, interviste. Dietro abbiamo numerose associazioni che ci sostengono, fra esse l’Associazione dei consumatori e l’Associazione dei familiari delle vittime. Credo che la maniera migliore per fronteggiare gli ostacoli e le difficoltà sia quella di renderli visibili, alla portata di tutti, sollecitando uno stato a rivedere il sistema, nell’intima speranza che questo accada presto.

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Elenco dei Premiati della V edizione de “La Pellicola d’Oro”, premio nazionale mestieri e artigiani del cinema italiano:

Miglior direttore di produzione
Riccardo Borni per “Il Giovane favoloso” di Mario Martone, pari merito con Stefano dalla Lana per “Leoni” di Pietro Parolin

Migliore operatore di macchina
Fabrizio Vicari per “Il ragazzo invisibile” di Gabriele Salvatores

Miglior capo elettricista
Fabio Capozzi per “Mia Madre” di Nanni Moretti e per “La scelta” di Michele Placido

Miglior capo macchinista
Luciano Mastropietro per “Mia Madre”

Miglior attrezzista di scena
Stefano Carbonaro per “Scusate se esisto” di Riccardo Milani

Migliore sarta di scena
Vanessa Crane per “L’Oriana” di Marco Turco

Miglior tecnico effetti speciali
Fabio Massimo Traversari per “Il ragazzo invisibile”

Migliore sartoria cine-teatrale
Tirelli Costumi per “Il giovane favoloso”

Migliore costruttore
Gianluca Franculli per #La Trattativa

Il premio speciale all’attività cinematografica è stato consegnato da Ugo Gregoretti a Pierino Quacquarini.  

Il premio La Pellicola d’Oro è promosso ed organizzato dal 2011 dall’Associazione Culturale ARTICOLO 9 Cultura & Spettacolo e dalla SAS Cinema

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