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26 Ottobre 2020

Un Romics solo per i cosplayers

di Gaetano Massimo Macrì - gmacri@periodicoitalianomagazine.it - twitter @gaetanomassimom
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Un Romics solo per i cosplayers

Oltre 180 mila visitatori in quattro giorni di manifestazione. Ma tra giochi e oggetti  in vendita, con oltre 350 stand, nei quattro padiglioni di Nuova Fiera di Roma, c'era da chiedersi: dov'è finito il fumetto nella fiera a lui dedicata?

Si è concluso da pochi giorni il Romics (9 – 12 aprile) , la fiera del fumetto romana. Un appuntamento ormai storico per gli appassionati del genere. Nel tempo, però, l’evento si è trasformato, subendo una metamorfosi che lo ha portato a essere sempre meno ‘fiera del fumetto’ e molto più luogo di condivisione di ‘games’ e vendita di oggettistica varia. C’è da chiedersi se tutto ciò abbia un senso oppure no. Perché Romics è, per numero di visitatori (quest'anno oltre 180 mila), espositori e ospiti, un appuntamento importante. Nonostante i dati, sono diverse le critiche sollevate dai partecipanti. Ci riferiamo soprattutto agli editori e ai venditori di fumetti. Coloro che, appunto, in una mostra ‘del fumetto’ dovrebbero rappresentare un pilastro importante. “Il pubblico interessato al fumetto 'cartaceo' è calato negli anni”, dicono gli editori. La causa secondo alcuni va oltre la crisi economica. “Roma e il Romics sono un appuntamento da non perdere, sia chiaro”, dice Tunuè, editore di Latina che da 9 anni non perde un appuntamento con la manifestazione. “Tuttavia, per certi versi c’è più fumetto al salone del libro di Torino”, tanto per dirne una. Il problema, secondo le case editrici presenti, intanto è di location. L’aver spostato il festival in una zona troppo ‘fuori mano’ come la nuova fiera di Roma, è stato penalizzante. Prova ne è che gli altri eventi simili come quello di Napoli o Lucca, registrano sempre il pienone non quasi esclusivamente, come è stato a Roma, di 'cosplayer' (persone di tutte le età che si travestono come il loro personaggio di fumetti, cartoon o manga preferito). La location romana è enorme, per certi versi più comoda, ma resta comunque al di fuori del raccordo anulare. Come maliziosamente fa notare qualcuno, è più adatta all’aspetto ludico, meno al fumetto in sé. Evidentemente gli organizzatori romani hanno fatto una scelta mirata in tal senso, per acquisire più sponsor. “Anche perché un conto è definirsi fiera di comics, altro fiera di comics and games. Sui media si trova più spazio così”, queste le voci raccolte sempre tra gli espositori. Il risultato finale, comunque, è evidente: il fumetto appare relegato all’ultimo scaffale. Giochi di ruolo, padiglioni adibiti ai cosplayers e offerte di ristorazione anche a tema (c’era un ristorante nipponico che sembrava uscito direttamente dalle pagine dei cartoon manga) la fanno da padroni. Se si aggiunge che l’età media dei visitatori è bassa, è ovvio che in molti si sentano attratti più verso queste forme di intrattenimento. L’appassionato del fumetto che un tempo attendeva questi eventi per ricercare il numero mancante o raro è diventato una rarità.
Eppure il fumetto in quanto tale una sua attrattiva ancora ce l'ha. Basta  vedere quello che è successo a Napoli l’anno scorso, con la chiusura anticipata perché erano terminati i biglietti, per la forte affluenza.

Allargando la vista oltre i confini, poi, si scopre come la realtà del fumetto sia vissuta in maniera completamente diversa. Ad Angoulême, in Francia, si svolge uno dei principali festival in tema di fumetti. Per l’occasione anche la TV francese si mobilita a seguire l’evento in diretta. E sovvenzioni milionarie, del settore privato ma anche pubblico, rendono consistenti i premi in denaro offerti ai vincitori. L’Italia è ancora molto distante da questo modo di interpretare la cultura minore delle 'bande dessinée' ('striscia disegnata' in francese). E questo, purtroppo, non può dipendere né dalla location sbagliata, né dai centinaia di cosplayers che si sono recati al Romics, felici e contenti di aver trovato il loro spazio.

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