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21 Aprile 2018

Dopodiché stasera mi butto

di Silvia Mattina - smattina@periodicoitalianomagazine.it
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Dopodiché stasera mi butto

Una provocazione ben congegnata va in scena sul palco del Off/Off Theatre di via Giulia in Roma, a chiudere la programmazione del 2017 e a inaugurare il nuovo anno: la drammaturgia è il primo lavoro del collettivo informale formato da quattro attori e un regista di età inferiore ai 35 anni, che mostrano di poter ironizzare con intelligenza sulla grande crisi dei ‘Millennials’

Cosa c'è di più drammatico che accettare il suicidio di interi gruppi di giovani disagiati? Uno spettacolo dall'anima ‘fringe’ e dal cuore pop. 'Dopodichè stasera mi butto': la concretizzazione delle piccole e grandi rese quotidiane, che partono dallo sterile autolesionismo 2.0, per arrivare al nichilismo assoluto. Ed ecco che il disagio collettivo fornisce l'alibi per leggittimare una condizione esistenziale incranchenita nella società, tra disoccupazione e mancanza di punti di riferimento. “Fratello disagiato, basta: il disagio non è un ostacolo sulla strada, il disagio è la strada.
Non cercare di cambiare te stesso. Non cercare di apparire migliore. Accettati come sei: pigro, inetto, inconcludente, dispersivo, vile. Noi ti vogliamo bene così”. La condizione di fratellanza nel male di vivere della 'generazione di mezzo' è amplificata nell'irrisione del gioco dell'oca in una versione cinica e spietata. Enrico Pittaluga, Luca Mammoli, Alessandro Bruni Ocana e Graziano Sirressi interpretano un precario, un laureando, uno stagista e un conduttore tv, fornendo al pubblico fin dall'inizio la soluzione a tutti i problemi della generazione Y: il suicidio. Da profeti e 'atipici' eroi, i personaggi invitano a praticare come un mantra la regola delle tre d: distrazione, disinteresse, disaffezione. Il gioco da tavola è interattivo e incalzante. E il conduttore da quiz televisivo orienta con il proprio sprezzante atteggiamento le prove dei giocatori, tra lanci di dadi imprevisti e passi indietro. I protagonisti invitano e sollecitano più volte gli spettatDopodiche_3.jpgori a salire sull'enorme carozzone dei 'morti viventi' che va avanti da sé, tra monologhi, balli e canti, mettendo alla prova tutti i presenti. Lo spettacolo snocciola con sagace ironia tutti i temi di ultra-attualità: dalla politica all'ecologia, passando per il precariato feroce e il dilagante disinteresse dell'egoismo hi tech. A ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria. La 'legge newtoniana' può essere applicata alle dinamiche populiste e violente presenti nei Paesi occidentali: la donna che sostiene con la testa un vassoio esercita sugli attori la libertà di mostrare idee misogine e razziste, mentre il tiro al bersaglio con palline colorate dalla platea al palco, innesca una reazione uguale e contraria da ambo le parti. L'interazione con il pubblico avviene su più registri d’inconsapevolezza e il tradizionale ruolo tra spettatore e attore, o tra vittima e carnefice, viene sovvertito continuamente, in un gioco delle parti altalenante tra il serio e il faceto. Nella disperata ricerca della libertà, i ragazzi di ‘Generazione disagio’ provano, senza giudizi e sterili moralismi, a raccontare la nuda e cruda realtà che circonda qualsiasi giovane sui trent'anni nel ventunesimo secolo. La guerra è tra tipologie di disagiati ben definite, che da poveri ereditieri della sconfitta sociale dei genitori, preferiscono combattere i propri diritti a colpi di 'like' e di 'selfie' nel campo delle piattaforme social. Gli applausi finali acquistano un suono maggiore, dopo aver saputo che nella replica alla quale abbiamo assistito, il collettivo ha festeggiato la centesima rappresentazione dello spettacolo. La pièce, nata e prodotta nel centro autogestito dello ‘Zam’ di Milano, ha vinto infatti numerosi premi, tra i quali, il ‘Play festival’ 1.0 2015 a Roma, il bando 'Visionari' 2015 del Teatro Off e il concorso ‘Giovani realtà del Teatro 2013’. Gli ultimi resteranno ultimi? La verve di questa tragicommedia s’inserisce pienamente nel filone del teatro civile che si interroga in modo vitale sugli esclusi, la memoria e la testimonianza, provando a rispondere a Brecht sul teatro come rappresentazione del mondo contemporaneo. Nell'apparente resa alla perdita definitiva dei diritti fondamentali, la riflessione conclusiva ricompone l'esigenza di un dialogo faticoso, ma necessario, per il cambiamento del mondo. L'impegno di 'Generazione disagio' è reale. E lo si può ascrivere al messaggio di chiusura dello spettacolo, nel momento in cui gli attori sono semplicemente degli individui con uno striscione aperto in scena: 'Contro ogni fascismo, non per odio, ma per dignità'.

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