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15 Dicembre 2018

Giovan Bartolo Botta: "Parlare d'amore è terribilmente urgente"

di Lorenza Morello
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Giovan Bartolo Botta: "Parlare d'amore è terribilmente urgente"

Un cuneese che conquista la piazza teatrale capitolina, obbligandolo a programmare nuove repliche di ‘Otello non si sa che fa’: il nuovo capolavoro di un talento assoluto del teatro italiano

Liberamente tratto dall’Otello di William Shakespeare, riadattato e diretto da Giovan Bartolo Botta, con Claudia Salvatore e lo stesso Giovan Bartolo Botta, questo ‘Otello non si sa che fa’ segnala, per l’ennesima volta, lo straordinario talento di un attore/poeta ancora non del tutto ‘scoperto’ dal grande pubblico, ma assai apprezzato in molti ambienti della capitale, in quanto meritevole di particolare attenzione. Un cuneese tifoso ‘sfegatato’ del Torino, anzi del ‘Toro’, che ha letteralmente conquistato la 'piazza' capitolina: siamo indubbiamente di fronte a un ‘personaggio’, a un innamorato del teatro in quanto metodo di approfondimento di temi non secondari, come quello dell’amore, questa volta nella Venezia ‘shakespeariana’. Un lavoro già andato in scena lo scorso mese di novembre presso il teatro Studio Uno, in Roma, con un esito eccellente. Così come eccellenti sono, quasi sempre, le performances di questo gruppo, le ‘Produzioni nostrane-Ultras Teatro’, in grado di cimentarsi con grandissimi autori in maniera notevole e risultati straordinari. Tanto da generare ulteriori richieste di repliche sulla ‘curva della domanda’ teatrale, che troverà un suo nuovo punto di equilibrilio verso il ‘sold out’ anche la sera del 4 dicembre 2018 alla libreria-caffè ‘Giufà’ di San Lorenzo, in Roma, l’8 dicembre, presso l’associazione culturale ‘Arti’ di Palestrina (Rm), il 10 dicembre, sul palco del teatro ‘Aut’ di Bolzano e, infine, il 20 dicembre prossimo, alle ‘Officine Nove’ di Pietralata, nuovamente nella capitale. Si tratta, infatti, di un ‘Otello’ decisamente particolare, che diviene un’indagine sull’amore senza giudizio, quasi non riflettuto, vissuto unicamente attraverso il ‘conflitto di scena’, moto trainante dello spettacolo. Gli attori/persone/personaggi evocano immagini attraverso i loro dialoghi. E tutto avviene in quel preciso istante, in quel luogo e a quell’ora. Tutto al presente. Tutto ‘nel’ presente: ora. La messa in scena è anche uno studio sul teatro dell’ascolto che si dà la possibilità di essere diverso ogni sera. In ogni caso, per una 'torinese doc' come la sottoscritta venire a sapere che un piemontese un po’ ‘matto’ sta letteralmente dominando una ‘piazza teatrale’ sempre vivace, ma esigente e difficile come quella romana, mi ha imposto l’obbligo d’incontrare a tutti i costi Giovan Bartolo Botta, per parlare di questa sua nuova ‘gemma’.

Giovan Bartolo Botta, ci racconta, innanzitutto, questo suo spostamento nella ‘Granda’, a Roma?
”Sotto saggio consiglio del pontefice, Albino Luciani, io e la nostra producer, Sylvia Klemen Kolaric, abbiamo fondato la compagnia teatrale ‘Produzioni Nostrane-Ultras Teatro’, con l'obiettivo di riciclare il ‘sommerso’ e il ‘salvato’ della banca vaticana. Così siamo ‘planati’ nella capitale esclamando: “Un saluto a tutti, ai belli e ai brutti”, come diceva George Weah nel 1995, quando ancora si occupava di prendere a calci un pallone, senza pensare a entrare in politica”.

Come nasce questa sua passione per il teatro?

”Nasce per caso. E per un mucchio di buone ragioni, o contingenze astrali. In quarta superiore avevo un pessimo voto in condotta, da estirpare obbligatoriamente con delle attività pomeridiane. La scelta era tra la pallavolo e il teatro. Il settimo senso mi spinse a scegliere il secondo. Forse, era lo spirto di Romolo Valli a interpretare la parte del settimo senso. Romolo Valli, lo vidi in televisione nel pirandelliano ‘Gioco delle parti’, per la regia di Giorgio De Lullo. E pensai: “Ecco, io voglio essere come lui”. Da quel momento, il teatro fu un’ossessione compulsiva. Per la cronaca, il mio voto in condotta schizzò alle stelle”.

Quali sono state le difficoltà, o le peculiarità, di crescere in un capoluogo di provincia come Cuneo e, al contempo, sviluppare la propria passione artistica in una cittadina che, da questo punto di vista, non è certo tra le più vive d’Italia?
”Chi parte da Cuneo è sempre in ‘pole position’, grazie alla benedizione dei famigerati ‘cuneesi al rum’: cioccolatini che deliziarono il palato etilico del buon Ernest Hemingway. Che poi, giustamente, quando il medico glieli tolse, non potè far altro che spararsi un colpo di carabina in faccia. Cuneo t’instilla nelle vene il suo Dna, fatto di Toselli e poi, forse, di Erminio Macario. Ecco: io sono uOtello_non_si_sa.jpgn figlio illegittimo di Macario. Vengo solo ad aggiungere alcuni atti vandalici, ma come omaggio alla sua maschera lunare”.

Parliamo del suo ultimo spettacolo, ‘Otello non si sa che fa’, uno studio sull'amore senza giudizio, un Otello ridotto all'essenziale e al conflitto di scena tra due uomini innamorati della stessa donna: perché questo tema e questi personaggi? E perché proprio adesso?
”Questo ‘Otello non si sa che fa’ nasce a maggio 2018. Tutto d'un fiato, tutto in una notte, sotto la retrogradazione di Urano in quarta casa, quella degli affetti. Un transito molto faticoso, poiché Urano è un pianeta generazionale. Si sposta di domicilio ogni sette anni e, quando lo fa, semina sfracelli: ti toglie il pavimento da sotto i piedi. Urano scardina le tue sicurezze. E’ il suo compito. E porre resistenza è inutile. Questo transito mi ha toccato profondamente nell'intimo, dal punto di vista lirico. Gli enigmi della tematica affettiva mi hanno toccato sul vivo, costringendomi a condensare il residuo energetico dentro a un qualcosa di artistico. Così nasce Otello: per fotografare la mia deflagrazione emotiva del momento. Tutto questo è terribilmente urgente, fottutamente sincero. Non si delega nulla: Otello è la risoluzione ai miei dilemmi atavici”.

Nella Venezia 'shakespeariana' si ama parecchio e piuttosto spesso: le giornate sono oberate dai doveri di guerra, ma avanza tempo per riflettere sull'amore: e oggi? Il pubblico si ritrova? 
”Ogni tanto, ascolto le lezioni di storia del professor Alessandro Barbero: un fenomeno. Un docente torinese dalla passione calcistica sconosciuta. Quando lui parla di conflitti bellici, umanizza completamente la faccenda e ogni soldato di ordine e grado vola con la mente verso tempi migliori. Sogna di immergersi dentro praterie intere di amori romantici. L'amore romantico è una solenne psicosi: un’intuizione che la biologia umana si è inventata per non soccombere, ma saperlo razionalmente non basta. Contiuamo a vivere gli amori romantici in preda ad ansie, rancori, affanni, titubanze, tormenti e timori di abbandono. Io per primo. Mi piacerebbe trascendere questo ‘dito nello sfenoide’ e, come un provetto alchimista, tramutare i miei amori romatici in amori incondizionati. Temo, però, che mi ci vorranno altre nove esistenze, tipo quelle dei gatti. Sì, c'è tempo per l'amore: l'amore non sarà mai un tema ‘autoreferenziale’, nemmeno in tempi di apocalisse biblica. Il pubblico è fagocitato dalle parole del testo. E torna a provare le ‘farfalle nello stomaco’, come un adolescente”.

Ma siamo in guerra anche noi o siamo solo oberati di incombenze e, come diceva Bauman, abbiamo abbandonato i sentimenti alla costante ricerca di emozioni?
”Sì, siamo in guerra. E il prodotto che ci stiamo giocando non è il petrolio o l'acqua pubblica o l'aria incontaminata, bensì il tempo. Le fazioni in guerra non sono quelle dei Guelfi e dei Ghibellini, né i Montecchi contro i Capuleti, ma gli analogici contro i digitali: tra chi desidera ardentemente resistere alla dittatura dell'algoritmo a chi, invece, questa dittatura te la vuol far passare come la risoluzione di ogni tuo problema. Desideri l'amore giusto per te? Nessun problema. Mettiti comodo in poltrona a sgranocchiare schifezze: ci pensa l'algoritmo a scovare la tua anima gemella, la tua ‘carta da culo’ atta a non offenderti le emorroidi. Bene, fanculo, a me un mondo del genere non piace: io rivendico il mio diritto a stare male. Male per amore, per un lutto in famiglia, per un giudizio che ferisce, per un abbandono o un triste congedo. Sono passaggi necessari alla coscienza. Necessari a evolvere ed espandersi. L'algoritmo è per i pigri”.

Il vostro è uno spettacolo senza giudizio: Otello ama; Desdemona ama; Iago ama; Cassio ama; tutti amano qualcosa o, meglio ancora, qualcuno, ma la platea decreta il suo prescelto?
”Ecco perché l'amore incondizionato è vincente: perché è privo di gidizio. Dona è basta, senza aspettative, senza pretese o contrattazioni. Fa a meno di contratti e vincoli. Prova a essere libero. Trova il suo modo diverso d'esistere. Fa spesso il suo passo di lato e osserva: un osservatore esterno, un colpo d'occhio ‘brechtiano’. Certo, non si nega nulla, perché è anche incondizionatamente fatto di carne. La materia è il suo ‘piano’ della realtà, ma la sua ambizione è varcare l'altrove. Il pubblico entra completamente in questo tipo di rito. L'attore di teatro si fa evocatore d'immagini. Poi la tifoseria fa la sua scelta. Lirica anche quella, come allo stadio”.

C'è del sommerso pronto a esplodere: se lo si trattiene, si rischia il disagio psicosomatico? 
”Potenzialmente, a causa di chissà quale voragine archetipica, noi potremmo essere tutto: preda e predatore; manipolatore e manipolato; assassino e vittima. Le nostre emozioni hanno titillato tutta la gamma dei colori: rabbia, rancore, gioia e abbondanza. Bisogna far uscire tutto questo e sublimarlo in qualche modo, altrimenti rischi di scavarti la fossa da solo. Trattenere le emozioni modifica il tuo Dna in peggio: meglio esplodere e poi perdonarsi”.

La vostra messa in scena è anche uno studio sul teatro dell'ascolto: quanto contano empatia e intelligenza emotiva in tutto ciò?
”L'essere umano è un marchingegno emotivo: questo è un postulato. Ma per portare a casa la serata, le emozioni non bastano. Anzi, senza un tracciato preciso, rischiano di annoiare. Il palco è uno spazio vuoto: un'abitazione per l'ascolto. Le emozioni devono essere contenute all'interno di una struttura, altrimenti scendiamo nello psicodramma. Ma quello è un altro mestiere. Servono altri professionisti, di un altro settore. E altri farmaci. L'ascolto fa il 99,9% del lavoro. L'attore non si deve occupare di sé, ma di chi sta in scena con lui. Si deve occupare dell'altro. Deve essere attore/persona/personaggio racchiuso in un solo ‘corpo-voce’: tre al prezzo di uno, come nelle peggiori offerte dei mercati rionali. Con l'attrice Claudia Salvatore abbiamo lavorato sulla presenza totale ‘hic et nunc’, fin quasi al logorio. Non ci siamo soffermati a divagare, o a disquisire su sottotesti e scene singole. Ci tuffavamo nel magma, sempre, dall'inizio alla fine. Senza pause, cercando di dominare il momento e gestire l'imprevisto, fino al limite. Parafrasando il Mamet di Glangarry: “Come se fosse l'unica cosa che conta nella vita”.

Al teatro, nel corso della Storia, sono stati attribuiti ruoli diversi nelle differenti epoche storiche: da catarsi collettiva per i greci, a luogo di sogno, tribuna politica. E oggi? Che ruolo ha?
”Il ruolo di fermare le lancette dell'orologio ai tempi della prima Repubblica: ridateci Mino Martinazzoli...”.

E il ruolo dell’attore qual è?
”L'attore di teatro è uno spirito antico: un anima millenaria”.

E lei ci si ritrova?
”Io sì, certo, ma sono anche astrologo e un po’ osteopata ‘cranio/sacrale’...”.

C’è qualcosa che non le ho chiesto e che avrebbe voluto dirmi?
”Si, che faccio il tifo per il Toro, amo Memo Benassi, Lilla Brignone, la poesia di Emanul Carnevali e Sylvia Plath. E lei”?

Otello non si sa che fa
tratto liberamente dall’Otello di William Shakespeare
adattamento e regia: Giovan Bartolo Botta
con: Claudia Salvatore e Giovan Bartolo Botta
progetto grafico: Leonardo Spina
costumi: SerigraFata di Francesca Renda
progetto scenografico: Fabio Liparulo Teatro 'Spazio 47'
striscione ‘Ultras Teatro’: ‘Fuori Registro’ di Nicola Micci


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NELLA FOTO: L'ATTORE/POETA GIOVAN BARTOLO BOTTA

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