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21 Agosto 2019

Giovanna sotto il sego del tempo: una 'damnatio memoriae' fallita

di Emanuela Colatosti
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Giovanna sotto il sego del tempo: una 'damnatio memoriae' fallita

La regina ‘che non regnò mai’ risorge dalle pagine inedite della Storia ‘collaterale’ per entrare in teatro con un copione scritto da Adriano Marenco, interpretato da Patrizia Bernardini e diretto da Alessandra Caputo

‘Giovanna sotto il sego del tempo’ è stato completamente riscritto sotto gli occhi del pubblico, in una prima totalmente inedita. Ovviamente, non stiamo parlando delle rappresentazioni verbali che costituiscono il copione, non intaccato nella sostanza. La drammaturgia di Adriano Marenco resta di natura ‘civile’, trattandosi di un nodo storico che porta alla luce il travagliato rapporto tra la ‘realpolitik’ e una regina che non regnò mai.  Ci riferiamo, invece, all’inconveniente tecnico di cui tutto il pubblico è stato testimone, che ha dato modo di svelare l’esperienza attoriale di Patrizia Bernardini, la quale ha improvvisato, con successo un equilibrio drammaturgico, al fine di sopperire all’assenza del controcanto fondamentale: l’accompagnamento musicale di Rodolfo V. Puccio. Non sappiamo com’era stato pensato ‘Giovanna sotto il sego del tempo’. Dalla difficoltà, però, si è sviluppata un’occasione unica e irripetibile, per il pubblico del Teatro Garbatella, la sera di venerdì 24 maggio. Invece che seguire la consuetudine a risolversi da sé, l’imprevisto è rimasto insoluto, impedendo allo spettacolo di seguire la direzione prevista dalla regia di Alessandra Caputo. Trascorsi i primi minuti, in cui fastidiosi fruscii dalle casse hanno rischiato di minare la concentrazione tanto alla performer, quanto del pubblico, la ‘consolle’ sventola bandiera bianca. Sprovvista anche di ogni partitura musicale, Patrizia Bernardini ha assecondato e guidato la struttura ritmica data dal ‘disegno-luci’, donando nuova forma allo spettacolo. La storia narra, con delicatezza e realismo, la costellazione di soprusi che comportano l’impossibilità, da parte di Giovanna, di recitare la sua parte nel 'teatro del Potere'. Il testo è evocativo nella simbologia, perché pesca immagini da una spiritualità culturalmente condivisa. Al contempo, si ripara da ogni rischio di risultare oscuro. Anzi: diviene trasparente, nella ricostruzione della complessa identità psicologica della regina di Castillia y Lpietro_tauro_garba_6.jpgeón, della Galizia, di Granada, di Siviglia, di Murcia y Jaén, di Gibilterra, delle Isole Canarie, delle Indie Occidentali, di Aragona, di Sardegna, di Navarra, di Napoli e Sicilia, contessa di Barcellona e signora di Vizcaya. Un potere declinato al maschile non poteva far altro che seppellire, sotto le pieghe del tempo e nell’isolamento di Tordesillas, la legittima sovrana di tanti principati: dunque, una figlia da dare in sposa con cautela, o la moglie più ambita tra i sovrani d’Europa. Moglie di Filippo il Bello, figlia di Ferdinando d’Aragona e Isabella di Castiglia, nonché madre di Carlo V, Giovanna è la donna attraverso la quale la corona spagnola e l’Impero si sono uniti nel proverbiale “regno in cui non tramonta mai il Sole”. La storia è divisa in paragrafi, rappresentati con le dovute variazioni, mettendo in gioco possibili ‘spleen’ emotivi, dando corpo alle riflessioni della regina 'che non regnò mai’ sulla sua stessa vita. In ogni capoverso, l’unica protagonista si rivolge agli artefici del suo martirio. Scenografia vuota, una poltrona e una drammaturgia da ristrutturare: elemento con cui Patrizia Bernardini, nelle vesti di Giovanna, si rivolge alla madre, al fratello Giovanni, al padre, al marito e persino al figlio, divulgatori della sua presunta instabilità mentale. Su un’impalcatura di autenticità velata di ironia, su sensibilità, disperazione e fermezza si poggiano le molteplici tonalità emozionali. La ricostruzione dei tratti identitari della protagonista è magistralmente coadiuvata dai giochi di luci e ombre curati da Lucio Antonio Belardi, che spesso illuminano più di un’espressione sulla stessa base, sfruttando angolature diverse. Vorticando con la voce e con il corpo intorno alla poltrona, che è al contempo scranno e scudo, centro di gravità intorno a cui fluttuano sia la performance, sia la performer, Giovanna snoda una a una le ragioni dei suoi aguzzini: una trinità maschile padre/marito/figlio di cui anche la madre fu complice. Nel ventaglio di emozioni, restituite nell’interpretazione di un’identità dilaniata dal potere, emerge la forza del desiderio di rimanere umana e non trasformarsi in una santa. Una vita trascorsa a cercare di vivere la spiritualità in modo intimo, personale e anche sensuale, cosa che i suoi carnefici hanno strenuamente impedito. Il monologo, grazie a una drammaturgia accuratamente stratificata, diventa un dialogo in cui il pubblico e Giovanna comunicano veramente. La regina è pazza davvero, solo perché ha creduto troppo nella possibile efficacia di una resistenza attiva. Sollevati dovremmo sentirci al fallimento della damnatio memoriae, che i suoi ‘cari’ le avevano riservato. Sicuramente grati per la piena rappresentazione che ne ha dato la sinergia di testo, capacità interpretativa e regia.

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QUI SOPRA: L'ATTRICE, PATRIZIA BERNARDINI IN UN MOMENTO TOCCANTE DEL SUO MONOLOGO

LE FOTO UTILIZZATE NEL PRESENTE SERVIZIO SONO STATE GENTILMENTE CONCESSE DA PIERO TAURO


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