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12 Agosto 2020

Nicolucci, De Stefano e Lombardo: "Il mondo del teatro viene volutamente dimenticato"

di Valentina Cirilli
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Nicolucci, De Stefano e Lombardo: "Il mondo del teatro viene volutamente dimenticato"

Intervista-dibattito con tre giovani ‘talenti’ attoriali della capitale intorno alla condizione dell’arte teatrale in Italia, sulle cause della sua marginalizzazione e nel merito degli scarsi aiuti previsti in favore di una categoria che svolge una funzione fondamentale per il Paese

Teatrocittà è un polo artistico e culturale importante, un punto di riferimento e un centro di aggregazione fondamentale della città di Roma. Uno spazio polivalente e polifunzionale, nel quale convergono energie e stimoli diversi: didattica; confronti cullturali e artistici; impegno civile attraverso tutte le forme possibili; spettacoli; letture; cineforum; proiezioni; incontri tematici; concerti; mostre; una web radio. Tutto questo nel quartiere delle ‘Piscine di Torre Spaccata’ alle spalle degli studi cinematografici di Cinecittà, nel VII Municipio (già X circoscrizione). Un rione che, per molti anni, è stato sinonimo di degrado: un paradigma della condizione delle periferie in cui i servizi, le possibilità, le attività commerciali e culturali e la qualità stessa della vita sono entità lontane. Per realizzare tutto questo, la Cnt (Compagnia Nuovo Teatro, ndr) ha ristrutturato uno spazio che versava in condizioni di totale abbandono. Una delle saracinesche era rotta e aperta, favorendo l'utilizzo dello spazio come discarica di quartiere. Il progetto ‘Cnt-Teatrocittà’ è stato perciò inserito nel Comitato di sviluppo locale delle Piscine di Torrespaccata e, oggi, esso si colloca all'interno di un più ampio programma di rivalutazione socio-culturale attraverso il recupero di immobili abbandonati al deperimento o chiusi da anni. Si tratta di un intero quartiere che sta prendendo vita grazie al lavoro costante, all’impegno e all’entusiasmo di tutte le associazioni, le cooperative e le attività commerciali coinvolte nel progetto denominato: ‘La fabbrica dei sogni’. ll primo nucleo della Cnt, in realtà, nasce a Locarno (Svizzera) nel 1994, sotto la direzione artistica dell’attrice-regista Patrizia Schiavo. Il gruppo, composto da attori e artisti italiani e svizzeri, si avvale di collaborazioni e scambi con altri Paesi, con l’obiettivo di sviluppare un linguaggio teatrale che, seppur fondato sulla parola, possa abbattere frontiere linguistiche e culturali, rivolgendosi a un pubblico eterogeneo. La ricerca multistilistica e il contatto con artisti dai diversi background culturali (soprattutto attraverso l'Interkunst di Berlino) gioca un ruolo fondamentale. La Cnt mira, infatti, a svincolarsi da qualsiasi restrittiva classificazione di genere e vuole rivalutare o ricercare un ‘teatro necessario’. Prediligendo la creazione di testi originali o le riscritture di classici, il lavoro della Cnt è prevalentemente orientato all’impegno civile anche attraverso progetti di teatro sociale, formazione per adulti, perfezionamento professionale e progetti didattici per le scuole. Insomma, una realtà lodevole ed esemplare, che questi ultimi mesi di emergenza sanitaria hanno messo in difficoltà, sospendendo, di fatto, le iniziative previste in ‘cartellone’ per la stagione 2019-2020. Ne abbiamo parlato con 3 giovani attori divenuti molto popolari a Roma, in questi anni, grazie all’eccellente ‘palestra’ della Cnt e sul palco del Teatrocittà: Sarah Nicolucci, Antonio De Stefano e Tommaso Lombardo.

Sarah, Antonio e Tommaso, qual è il vostro giudizio sulle misure pensate dal Governo per andare in soccorso ai soggetti operanti nel mondo dello spettacolo? E quali ulteriori richieste vi sentireste di fare?
Sarah Nicolucci: “Le misure pensate dal Governo per andare in soccorso ai soggetti operanti nel mondo dello spettacolo non sono pervenute, più che altro. C’è poco da pensare: c’è da riflettere sul fatto che il nostro universo non sia stato praticamente contemplato, se non in termini di indennizzi emergenziali assegnati, nella maggior partte dei casi, sulla base di requisiti poco verosimili. D’altronde, è Sarah.jpgdifficile immaginare delle misure adeguate a un sistema, se quel sistema non esiste. E’ come se questa situazione surreale avesse scoperchiato un grande vaso di Pandora, da dentro il quale noi già battevamo i pugni e lanciavamo disperati segnali al grido di ‘Io esisto. E servo come il pane’! Teatrocittà, ex discarica di un quartiere periferico di Roma, che con la Cnt - Compagnia Nuovo Teatro abbiamo trasformato in spazio culturale senza alcun sostegno all’infuori di qualche scoraggiata ‘pacca sulla spalla’, è una parabola eloquente in tal senso. La richiesta viene da sé e non è affatto ‘ulteriore’. E' una, imprescindibile, definitiva e antica, almeno quanto quella incomprensibile forma di cecità che l’ha resa necessaria: guardateci”!
Antonio De Stefano: “C’è da dire che la pandemia da coronavirus ha fatto salire in superficie tutte le difficoltà di quei lavoratori che, già prima del ‘lockdown’, erano ‘invisibili’: noi operatori del teatro ‘Off’, che praticamente non esistiamo. Questo, ovviamente, è causato da un ‘sistema’ che risultava obsoleto già prima. Prendo da esempio la mia situazione: nel 2019 ho superato le sette giornate lavorative che il ‘decreto Rilancio’ prevede, ma non avendo potuto dichiararle, ora non ho accesso ad alcuna indennità. La frustrazione è totale, anche se comprendiamo come il problema sia ‘a monte’ e l’emergenza abbia costituito solo una grande lente d’ingrandimento su un mondo lavorativo che già non funzionava. Le riflessioni che ne scaturiscono sono varie. Se abbiamo la necessità di  scrivere e portare in scena spettacoli per noi ‘urgenti’, non possiamo certamete star fermi ad aspettare una situazione produttiva favorevole, che ci permetta di pagarci contributi e agibilità. E se anche volessimo aspettare, senza mai smettere di cercare soluzioni naturalmente, come potremmo? Non esiste un sistema in grado di mettere in comunicazione tra loro artisti ‘sconosciuti’ e realtà produttive, disposte a guardare fuori dal proprio ‘recinto’, a scommettere su qualcosa di ignoto, ma prezioso. Per questo motivo, siamo spesso spinti a rimboccarci le ‘maniche’ e a lavorare in ‘nero’: perché questa è l’unica alternativa che ci viene data. Possibile che non possa esistere un nuovo sistema di regole che sovverta tutto questo? Che permetta a tutti gli artisti, giovani e meno giovani, di avere quella dignità professionale che spetterebbe a tutti, a prescindere dalla notorietà? Altro esempio: Teatrocittà. Avremmo tutte le carte per essere una realtà artistica riconosciuta e regolamentata. Ma non ci si riesce, perché le istituzioni, da un lato, ci incoraggiano, ma dall’altro non forniscono gli strumenti necessari anche solo per partecipare a qualsiasi tipo di bando a causa di ‘cavilli burocratici’ a me incomprensibili. Per far sopravvivere Teatrocittà, tutti noi facciamo di tutto: recitiamo, puliamo, scriviamo, organizziamo, costruiamo scenografie, curiamo la parte tecnica, la ricerca del materiale per i nuovi spettacoli, la promozione, la manutenzione del teatro. Quanto lavoro saremmo in grado di dare, a noi stessi e a tanti altri, se fossimo messi in condizione di farlo? E questa nostra prerogativa, che inseguiamo comunque e a ogni costo con generosità e abnegazione, non dovrebbe essere riconosciuta e condivisa, se non addirittura indotta dalle istituzioni, a rigor di logica? Io svolgo un lavoro che riqualifica un territorio di cui tu, ente locale, hai bisogno per assolvere ai doveri che ti competono e tu mi fornisci gli strumenti per farlo. Questo, per quanto riguarda le richieste. Relativamente al futuro immediato, al momento nutro solo una speranza: che tutti gli spettacoli annullati a causa dell’emergenza possano finalmente essere portati in scena. Noi dovevamo debuttare a maggio all’Off/Off Theatre di via Giulia con ‘Il laboratorio del pene: per umani migliori’, uno spettacolo sullo ‘sdoganamento’ dei tabù e dei luoghi comuni riguardo l’essere uomo e la virilità, scritto e diretto da Patrizia Schiavo. Non vediamo l’ora di poter dare un senso a tutto il lavoro già fatto e rimasto a ‘fremerci’ dentro”.
Tommaso Lombardo: “In merito a questa ‘sordità’ delle istituzioni sottolineata da Antonio, basterebbe notare come, nei vertici politici o nelle conferenze stampa del presidente Conte non si sia mai parlato di teatro o di spettacolo dal vivo. Siamo una ‘ruota di scorta’, perché la bellezza, la poesia e la cultura vengono considerate solo se ‘avanza un po’ di spazio’. Allora, dovremmo spingerci più in là: osare con il teatro, riabitare spazi dimenticati, campi sportivi, centri sociali, grandi piazze, parchi-giochi. Luoghi in disuso, dimenticati da Dio e abbandonati. Questo è quel che Teatrocittà è già riuscito a realizzare. Bisogna fare qualcosa di coraggioso, Tommaso_Lombardo.jpgdi nuovo: ripopolare l’invisibile, affinché noi, gli invisibili, possiamo riempire il deserto di poesia, dimostrando alle istituzioni che noi ci siamo, che siamo qui, che siamo tanti e motivati. E tutti insieme, pubblico e teatranti, partecipare alla nascita di un nuovo rito, di un nuovo linguaggio. Serve uno ‘schiaffo’, non una ‘Netflix della cultura’, che diventerebbe, molto probabilmente, la solita ‘vetrina per pochi’. Al contrairo, serve un ‘open space’ per molti. Sfidare la burocrazia, battersi e ripopolare l’assenza in tutti i sensi. A mali estremi, estremi rimedi: non ci vedete? Non abbiamo voce in capitolo? Bene, la voce ce la prendiamo da soli e diventiamo portavoce di noi stessi, tutti insieme, alzando il tiro. Qualcosa deve cambiare e cambierà. Dobbiamo creare realtà alternative, ponti di bellezza tra noi comunità. Dobbiamo fare come dice Kostja, ne ‘Il gabbiano’: "Nuove forme! Occorrono nuove forme"! Ecco, io la ripresa la immagino così, dove per ‘immagino’ intendo ‘desidero’. Rinnovamento è la ‘parola-chiave’:  rinnovare gli spazi, le proposte e il teatro. Se aspetti qualcosa dall’alto è difficile: chiediti quello che puoi fare tu. E fallo. Adesso”.

Il dominio dell’intrattenimento, in particolar modo televisivo, sta definitivamente demolendo la funzione dell’arte teatrale, secondo voi?
Antonio De Stefano: “In parte, purtroppo, sì. Se osserviamo i film del passato, soprattutto quelli italiani, risaltano immediatamente la bravura e lo spessore artistico e umano degli attori, dal primo all’ultimo. Tra l’altro, non c’era attore che non provenisse dal teatro. Li si poteva considerare dei veri e propri ‘modelli’ di riferimento, culturale, spirituale e professionale, oggi soppiantati da figure esasperatamente costruite e omologate, il cui talento potenziale viene assorbito da un ‘tritacarne’ che soffoca e nasconde. Ne conseguono molti rischi per chi nasce oggi: appiattimento culturale, annullamento di ogni forma critica di pensiero, impossibilità di crescere e di conoscere la bellissima fatica di ‘elevarsi’. Detto ciò, lavorando spesso per le scuole, ho notato tra i più giovani una curiosità ‘nuova’, nei confronti del teatro. Quella curiosità che potrebbe salvarci se, come artisti, saremo in grado di cavalcarla, di alimentarla, di dimostrare che l’arte teatrale non è un accessorio secondario. Per il futuro, insomma, sono fiducioso, nonostante tutto”.
Tommaso Lombardo:
“Aggiungo, inoltre, che la televisione è un mezzo orizzontale, alla portata di tutti, già presente da tempo, ormai, in tutte le case. Il teatro, invece, è un mezzo ‘verticale’, che ti mette in contatto con un’altra dimensione, più alta e sacra. La ‘poetica’ della Cnt si muove in questo senso: cerca di creare ‘ponti’ che vadano a collegare il profano con il sacro, il basso con l’alto. Il vero ‘torto’ della televisione è un altro: quello di aver ‘appiattito’ tutto. Il sacro è diventato profano. Non tutto può essere sacro perché, in questo modo, tutto è profano. Di conseguenza, tutto è diventato intrattenimento. Il teatro, in questo, ha un importante compito: accentuare sempre più la differenza. C’è una cosa che la televisione non potrà mai evocare: la dimensione del ‘rito’, che ha sempre posseduto intrinsecamente il teatro. Quando una persona esce dalla propria casa, si dirige in quel teatro, si siede e assiste a un’esperienza condivisa con altre decine o centinaia di persone, sta partecipando a un rito collettivo, che la televisione, mezzo che invece separa e chiude tutti quanti in casa, non potrà mai riprodurre”.
Sarah Nicolucci: “Io voglio far notare soltanto una cosa: la funzione dell'arte teatrale non può in nessun modo essere ‘demolita’. Il rischio vero è che possa essere ‘dimenticata’. In termini di funzioni e di bisogni, io credo che l'intrattenimento  televisivo stia al rito del teatro come una flebo sta all'atto di dissetarsi bevendo. Forse non moriremo di disidratazione, ma le nostre labbra si seccheranno, fino a non poter più parlare. E noi non sapremo più cosa significa dar da bere al nostro corpo. Solo al pensarci, c'è da tremare. Per scongiurare questo rischio e restando nella metafora, dobbiamo continuare ad alimentare ogni più piccola sorgente. Dobbiamo ‘farci acqua’ e imporci di scorrere anche nel terreno più arido e inospitale”.

Noi comprendiamo questo vostro amore per il teatro, tuttavia vi state rendendo conto di aver fatto una scelta di vita difficile?
Tommaso Lombardo: “Sì, me ne rendo conto. Ma non potrei fare altrimenti: sento di essere nato artista e, tornando indietro, rifarei altre cento volte la stessa scelta. Perché la mia casa è nella poesia, nell’immaginazione. Ed é una nostra responsabilità farla diventare reltà, creare strade che risuonano dentro di noi, personali e, quindi, più accessibili”.
Sarah Nicolucci: “L'emergenza sanitaria per i rischi di contagio da coronavirus è servita a far realizzare al resto del mondo che la nostra è una scelta di vita difficile. Noi, dal canto nostro, ce ne eravamo resi conto già molto prima”.
Antonio De Stefano: “La mia esperienza mi dice che il mestiere dell’attore è una delle professioni più difficili in particolar modo nel nostro Paese. Per quanto mi riguarda, questa scelta è nata da una mancanza, da qualcosa che non riuscivo a tirar fuori. Il mio corpo ne sentiva l’esigenza, l’urgenza. E a distanza di dieci anni dall’inizio del mio cammino artistico, posso dire che tutto ciò che porta alla messa in scena di uno spettacolo teatrale, dal lavoro sul testo a quello sul personaggio, implica la messa in gioco di risorse interiori che la vita ‘normale’ lascia spesso inesplorate, o ‘non consentite’. Eppure, fanno parte di noi. Ecco perché, secondo me, il teatro dovrebbe entrare nei programmi didattici delle scuole. Detto questo, credo anche che quella dell’attore dovrebbe essere considerata una scelta di vita come un’altra. Una scelta difficile, certamente, ma non ‘impraticabile’. L’attore è pur sempre un artigiano che, come un fabbro con il ferro, lavora con le parole, con i pensieri, con i sentimenti, con l’animo umano: questi ‘accessori’ diventano strumenti di lavoro che ogni giorno vanno studiati e affinati. Tutto può partire per amore, per gioco o per mancanza di qualcosa, come nel mio caso. Ma sempre artigiani siamo. E il nostro mestiere ha tutto il diritto di essere riconosciuto come tale”.

Quali sono, secondo voi, gli ‘autogoal’ che l’ambiente teatrale italiano continua a infliggersi? Un ego smisurato? Alcuni ‘cattivi maestri’ i quali, passando a miglior vita, non hanno lasciato eredi? Un certo narcisismo di fondo?
Sarah Nicolucci: “Sicuramente, ognuna delle risposte suggerite recita una parte in questo dramma. Aggiungo, inoltre, una sensazione: in merito alle giovani generazioni (di cui, per il momento, faccio parte e che dell'ambiente teatrale italiano sono parte integrante), quasi non abbiamo fatto in tempo a sentirci giovani sognatori che già il mondo intorno già cercava di trasformarci in vecchi disillusi e nostalgici. E, ogni tanto, ci riusciva. Per fortuna, l'altra dimensione, quella ‘ingenua’, sognatrice, ‘neo-nata’, creativa e infaticabile, continua a ‘scalciare’, da qualche parte, nonostante tutto. Spero che non diventeremo mai troppo ‘vecchi e stanchi’ da negarle spazio: non se lo meriterebbe e noi non potremmo permettercelo”.
Tommaso Lombardo: “Secondo me, il problema principale è il narcisismo delle persone. Noto, purtroppo, che ognuno fa per sé e pensa esclusivamente al proprio ‘orticello’. É molto difficile creare una comunità in questo periodo di forte individualismo. Eppure, è necessaria una società di mutuo soccorso, di competenza, di professionalità, di alti livelli di preparazione, come dimostrato proprio dall’emergenza sanitaria”.
Antonio De Stefano: “Infatti, il primo grande ‘autogoal’ dell’ambiente teatrale italiano è quello di non esistere: esistono tante piccole, medie e grandi realtà che, nella maggior parte dei casi, non comunicano tra loro. Vuoi per un ego smisurato (spesso mi sono sentito dire: “Devi avere un carattere forte, devi essere un po' più prepotente se vuoi essere ascoltato”...), vuoi per narcisismo: ognuno pensa di avere ‘in tasca’ la ricetta migliore, di avere più merito a stare in una posizione ‘privilegiata’, di avere più diritti rispetto agli altri perché è più alto, più bello, più bravo. Ma tutto questo genera una sorta di ‘auto-isolamento’ dell’intero ambiente, che finisce per essere sterile. Ben inteso: l’artista ha bisogno, per esplorare e ricercare, anche di isolarsi. Ma l’isolamento deve essere funzionale a rendere ‘fertile’ il terreno della propria creatività, non ad ‘autoriferirsi’ e basta. In secondo luogo, io mantengAntonio_De_Stefano.jpgo quasi un timore reverenziale nel parlare dei grandi maestri del passato. I quali, tuttavia, in molti casi hanno finito per ‘intellettualizzare’ il teatro cristallizzandolo, creando una sorta di equivoco tra i propri aspiranti eredi. Anzi, certe volte l’errore è da attribuirsi più agli eredi, che ai maestri. Si è perso di vista il pubblico. Ovvero, ciò di cui la realtà sociale e culturale aveva bisogno di volta in volta. Per esempio, spesso si vedono lavori in grado di ‘parlare’ solo a un certo tipo di ceti sociali. Io, invece, credo che oggi il teatro debba ritrovare le sue radici ‘popolari’ più autentiche e nobili, creare nuovi circuiti, andare nelle province e nei paesi dove il contatto umano è ancora ‘fertile’, genuino, semplice, ‘antico’ e diretto, non celebrarsi ‘solo’ nei grandi teatri dei grandi circuiti, senza nulla togliere al grande valore di questi ultimi. Apriamo tutti i teatri che esistono in Italia: ce ne sono tanti in disuso che versano in condizioni di abbandono. I grandi circuiti devono essere un eventuale punto di arrivo, non l’unico punto di partenza possibile. Sono fortemente convinto che le persone abbiano bisogno del teatro, anche quelle che oggi sembrano non possedere gli ‘strumenti’ per capirne la ricchezza e la necessità. Torno all’esempio di Teatrocittà: il quartiere in cui esso si trova è difficile, diffidente. Ricordo la fatica di convincere una mamma a portare suo figlio a una prova del laboratorio teatrale per bambini: alla fine di quell’anno, i genitori ci hanno ringraziato, compresa quella mamma. E l’anno seguente, quel bambino ha portato con sé un amico. Il teatro abbatte le barriere della paura, perché tende a mettere semplicemente in comunicazione. Alle uniche due repliche (le altre in programma le ha bloccate il lockdown) dell’ultimo spettacolo che abbiamo messo in scena sul palcoscenico di Teatrocittà, dal titolo ‘Enaiat - l’incredibile Storia’, inaspettatamente ha visto accorrere tanti ragazzi del quartiere, che mettevano piede in un teatro per la prima volta in vita loro. E nessuno può immaginare quanto sia difficile far comprendere a dei ragazzi come quelli, in un contesto come il nostro, che il teatro è anche e soprattutto per loro, non è una cosa riservata ‘ad altri’. Bene: quello spettacolo, tratto da una storia vera, parlava dell’odissea di un bambino afghano, emigrato da solo a dieci anni, il quale, per raggiungere i suoi sogni - o più banalmente la possibilità di vivere la sua vita - affronta un viaggio di dieci anni attraverso situazioni a cui nessun bambino dovrebbe essere costretto nemmeno a immaginare. Alla fine, i ragazzi del quartiere, proprio loro, i neofiti, erano profondamente commossi. Hanno preso la parola per esprimere quello che avevano provato e sono stati gli ultimi ad andarsene. Eccolo, il bisogno di confronto e di condivisione che c’è nelle periferie del mondo, qualsiasi esse siano. E il teatro è uno degli strumenti più preziosi per rispondere a questo bisogno”.

Insomma, vi sentite pronti a combattere per il teatro, al fine di difenderlo dai tanti tentativi di marginalizzarlo?
Tommaso Lombardo: “Sì. Combattere per il teatro significa fare teatro con ‘urgenza’, alzare ancora di più il tiro con le proposte artistiche. Bisogna sentirsi soldati della poesia, che in questo periodo sta mancando e il vuoto si sente tutto. Credo sia necessario innalzarsi, e diventare autori di una politica della bellezza, per portarlo sempre più al centro della società”.
Antonio De Stefano:
“In questo momento, rispondere a tale domanda non è facile, perché fare un ulteriore sforzo di volontà per ripartire nuovamente, senza che nulla cambi rispetto a prima, può diventare ‘pericoloso’. Non chiediamo la ‘luna’, ma degli strumenti che ci permettano di considerare e riconoscere il nostro stesso lavoro come tale. Altrimenti, dovremmo scendere, per l’ennesima, volta a compromessi con la nostra dignità e ve lo assicuro: non ci si sente bene a fare qualcosa di necessario e non essere ‘visti’. Noi siamo pronti: ma questo è ininfluente, se qualcun altro non è pronto insieme a noi”.
Sarah Nicolucci: “Intraprendere il mestiere dell'attore e metterlo al servizio dell'arte teatrale è sintomo, già di per sé, di una certa predisposizione alla lotta. Salire su un palco e prendersi la responsabilità di dare vita a mondi e vite altrimenti invisibili, è un atto già di per sé rivoluzionario e battagliero. E sentirsi pronti, in questo senso, per me è sempre stato un paradosso: ho sempre pensato di essere ‘pronta’ solo quando non mi ci sentivo. E viceversa. Quando salivo sul palco sentendomi pronta, ero già morta e non avevo più nulla da raccontare (sto parlando per iperboli, poiché la necessità di sintesi mi obbliga). Ma ho il sospetto che tutto questo, oggi, non basti, diversamente da come immaginavo da bambina: "Se imparo a salire su un palco e a smuovere anime e coscienze, cosa mi si potrà chiedere di più”? Eppure, è così: le battaglie oggi necessarie, per difendere la nostra arte dalla marginalizzazione, sembrano essere di altra natura rispetto a quelle che un tempo avevo ‘romanticamente’ programmato. Tocca affilare altre ‘armi’ e diverse, oltre a quelle di cui ci si era provvisti: politiche, imprenditoriali, organizzative. Questo, a volte, mi spaventa. Ma la consapevolezza di non essere sola, di non essere inutile e di svolgere una funzione non sostituibile, mi restituisce coraggio. E’ una consapevolezza che va estesa, diffusa e ‘contagiata’. Lei sì...”.
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Periodico Italiano Magazine - Direttore responsabile Vittorio Lussana.
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