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4 Aprile 2020

La salute mentale abbandonata dallo Stato

di Fabrizio Federici
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La salute mentale abbandonata dallo Stato

Lettera aperta della Società italiana di psichiatrìa per denunciare la grave condizione di isolamento di un settore sanitario che rappresenta la nostra ipocrisìa nel volgere lo sguardo da un'altra parte rispetto al doloroso pozzo delle patologie mentali

In una 'lettera aperta' inviata di recente ai mass media, Bernardo Carpiniello, Claudio Mencacci ed Enrico Zanalda, rispettivamente presidente nazionale, presidente emerito e segretario nazionale della Società italiana di psichiatria (Sip), hanno richiamato l'attenzione sullo stato di quasi abbandono, da parte dei responsabili della sanità pubblica, in cui versa il sistema della salute mentale in Italia. "L'Italia", scrivono gli autori della lettera, "ha costruito nei suoi primi quattro decenni un capillare sistema pubblico, fondato su una rete diffusa, costituita da oltre 900 dipartimenti di salute mentale, alla quale viene affidato complessivamente il compito della prevenzione, cura e riabilitazione delle malattie mentali e, più in generale, del disagio psichico". A quarant'anni dalla 'legge Basaglia' del maggio 1978 che abolì i manicomi, avviando, con l'intervento essenziale delle Regioni, la creazione di un sistema territoriale di presìdi pubblici per la salute mentale (creazione poi completata, dopo il 1994, col 'Progetto obiettivo' e la razionalizzazione delle strutture assistenziali psichiatriche, da attivare a livello nazionale), questo sistema tuttora regola - al di là delle possibili critiche e proposte migliorative - l'assistenza psichiatrica in Italia, "ritenuto, a livello internazionale, un modello di riferimento: la concreta realizzazione della 'psichiatria di comunità', che corre un doppio rischio". Da un lato, "quello del suo smantellamento progressivo, all'interno del silenzioso processo di accorpamenti che sta avvenendo in Italia a seguito della creazione di Aziende sanitarie sempre più ampie", un processo paragonabile, 'mutatis mutandis', a quanto, soprattutto dal Governo Monti in poi, sta accadendo ai Beni culturali, con l'assorbimento di musei e altre importanti strutture in complessi polifunzionali di dubbia validità; "dall'altro", proseguono i tre psichiatri, "quello di non riuscire a superare nemmeno le difficoltà quotidiane, causate dall'aumento esponenziale di alcuni tipi di patologie mentali come i disturbi dell'umore e di ansia, i quali, oggi, da soli rappresentano più di un terzo dell'utenza; le 'nuove patologie', come i disturbi di personalità; le 'dipendenze comportamentali'; i disturbi mentali dovuti all'uso di sostanze; le nuove incombenze (assistenza psichiatrica nelle carceri, cura dei pazienti autori di reati, tutela della salute mentale dei migranti) e i problemi "di uno zoccolo duro di persone affette da disturbi mentali gravi, di tipo psicotico, che da solo assorbe oltre il 60% delle risorse". A tutto ciò, il sistema pubblico reagisce con forti difficoltà, aumentate dal progressivo impoverimento delle risorse di personale (in molte Regioni, gli organici sono addirittura la metà di quelli fissati sulla base dell'ultimo Progetto obiettivo nazionale) e dalla generale scarsità di risorse finanziarie, che per la salute mentale si attestano, mediamente, attorno al 3,5% dell'intera spesa sanitaria di fronte alle cifre, comprese fra il 10 e il 15%, di altri grandi Paesi europei, come Francia, Regno Unito e Germania. La Conferenza Stato-Regioni fissò, anni fa, nel 5% del Fondo sanitario nazionale la spesa complessiva per la salute mentale, ma solo le Province autonome di Trento e Bolzano e l'Emilia Romagna, notoriamente tra gli enti locali più in grado di offrire servizi validi ai cittadini, stanziano somme simili, mentre oltre la metà delle altre Regioni italiane si attesta ben al di sotto della media nazionale, già di per sè insufficiente. "Stando così le cose", denunciano i 3 specialisti, "la prevenzione sembra un miraggio, mentre appare sempre più improbo lo sforzo di diversificazione e ampliamento dei protocolli di trattamento innovativim basati sulle evidenze e resi indispensabili da una sempre maggior complessità dei casi da trattare". Tutto questo, all'interno di una società, aggiungiamo noi, sempre più nevrotica, che sembra avviarsi, speriamo non irreversibilmente, a 'trend' di tipo statunitense (negli Stati Uniti, quasi il 50% dei cittadini assume farmaci per la salute mentale). "Non c'è forma di patologia", ricordano i dirigenti della Sip, "che gravi più dei disturbi mentali sulla qualità di vita di pazienti e familiari. E i disturbi psichiatrici maggiori sono gravati, tuttora, da un'aspettativa di vita dai 10 ai 15 anni più bassa rispetto alla media della popolazione". Senza contare, insistiamo noi, il ruolo che i disagi psichici in senso lato (solitudine, senso d'abbandono, depressione, ansia e così via), oggi, più che in passato, ricoprono nell'insorgere anche di patologie organiche, anzitutto fisiatriche (cervicalgie, sindromi dolorose varie) o nel calo delle difese immunitarie. "Come Società italiana di psichiatria", conclude la lettera, "riteniamo nostro dovere e diritto ribadire che ogni taglio ulteriore alla già inadeguata spesa sanitaria nel settore della salute mentale, compresa la riduzione della spesa farmaceutica, sia inaccettabile, anche perché indicativo della discriminazione delle persone affette da disturbi mentali e della sostanziale e crescente marginalizzazione del sistema della salute mentale, eterna 'Cenerentola' all'interno del panorama del sistema sanitario nazionale".
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NELLA FOTO: I VERTICI DELLA SOCIETA' ITALIANA DI PSICHIATRIA


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