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7 Aprile 2020

Canta che ti passa

di Carla De Leo
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Canta che ti passa

La musica è una terapia naturale: migliora l’umore attivando i circuiti nervosi che modulano i livelli di dopamina nel cervello e influisce sul nostro stato di benessere. I benefici riscontrati anche in campo medico la confermano quale strumento che interviene a livello educativo e riabilitativo 

Quante volte, ascoltando un brano o una canzone, abbiamo sentito salire i brividi lungo la schiena? Quante volte ci siamo emozionati, rilassati o riconciliati con noi stessi e con il ‘mondo’, inebriati dal suono di una melodia? E quante altre volte abbiamo detto o pensato: “La musica è una droga. Un toccasana. Una ‘cura’ per lo spirito e per il corpo?”. Bene, eravamo nel giusto dando queste definizioni. Visto che ad avvalorare la tesi delle ‘proprietà terapeutiche’ della musica (un tempo considerate solo ‘suggestioni’ personali) è stata proprio l’autorevole ‘voce’ della scienza. 
La riflessione sui possibili binomi musica-salute era stata precedentemente affrontata dalla collega Ilaria Cordì, la quale, nel suo articolo ‘Pulse, la musica del cuore’, ne aveva già rintracciato le connessioni. 
Nello specifico, l’articolo apparso sul sito web ‘Laici.it’, descrive come un’applicazione per smartphone (chiamata ‘Pulse’, appunto) “tesa a produrre un generatore di musica creata direttamente dai battiti cardiaci emessi dal nostro cuore… sia in grado di elaborare la melodia più adeguata alla frequenza cardiaca registrata”. La notizia sottolineava, inoltre, che ‘trasportare’ in ambito medico questa tecnologia, significa “avere la possibilità di tracciare un profilo dello stato psicofisico di un paziente, andando a completare le tabelle in dotazione per avere una panoramica generale sul suo stato di salute”. Ulteriori ricerche effettuate nel corso di questi anni, sugli ‘effetti’ terapeutici, evidenziano anche come la musica abbia una fortissima capacità di influenzare le nostre reazioni e sia di grande efficacia nel moderare i livelli di eccitazione e di concentrazione. Le melodie sono in grado di determinare precisi effetti persino sulla fisiologia del corpo: dal battito cardiaco, alla sudorazione, all’attività mentale. Queste risposte emotive sono comuni a tutti. Uno studio condotto dalla professoressa Isabelle Peretz, dell’Università di Montreal, ha dimostrato, sottoponendo un gruppo di soggetti all’ascolto di diversi brani musicali (classificati come allegri, sereni, paurosi e tristi), che i parametri fisiologici (pressione del sangue, frequenza cardiaca e conduzione elettrica della pelle) variavano in tutti i soggetti sottoposti all’esperimento. Il test ha messo in evidenza anche un altro fattore: le musiche suscitavano le medesime ‘reazioni’ in tutti gli ascoltatori. Ad esempio, i brani classificati come ‘paurosi’ erano quelli che determinavano la maggior reazione cutanea, caratterizzata da un rilevante incremento della sudorazione. Indipendentemente dal giudizio soggettivo sul tipo di emozione risvegliata. Non essere in grado di prevedere gli effetti fisici e fisiologici che un determinato suono potrebbe scaturire in noi, al di là del parametro soggettivo, significa che il ‘potenziale’ della musica può andare ‘oltre’ e che può anche condizionare inconsapevolmente i nostri comportamenti.
Come, ad esempio, riuscire a migliorare il nostro umore. Monitoraggi delle reazioni biochimiche agli impulsi musicali hanno mostrato, infatti, che il cervello umano reagisce alle sollecitazioni delle melodie nello stesso modo in cui risponde agli stimolanti chimici. Nello specifico, i suoni attivano i circuiti nervosi deputati a modulare i livelli di dopamina nel cervello, il cosiddetto ormone ‘del benessere’. Proprio come accade sotto l’effetto del sesso o di alcune droghe. Come il sesso o le droghe, inoltre, la musica innesca lo stesso meccanismo di ‘ricompensa’. E questo spiega perché, sotto impulso musicale, si amplificano le nostre sensazioni di piacere, soddisfazione, eccitazione e benessere (lo studio in questione è ‘Life Soundtracks’, del neuro scienziato Danile J. Levitin, prof. dell’Università McGill di Montreal). A differenza delle droghe, però, la musica non ha ‘controindicazioni’ e non produce effetti collaterali.
Proprio per queste sue ‘promettenti’ caratteristiche, si sono tentate negli anni altre strade che avessero come epicentro la cura ‘alternativa’ attraverso la musica.
È il caso delle musicoterapie, ovvero di quelle modalità di approccio alla persona che utilizzano il suono, la musica e il movimento come strumento di comunicazione non verbale, tese a cercare di aprire dei canali di ‘dialogo’ con il mondo interno di un individuo. La scoperta della musica come terapia risale alla fine del primo conflitto mondiale, quando dei musicisti iniziarono a suonare negli ospedali dei veterani per i reduci che manifestavano forme sia fisiche che psichiche di trauma post-bellico. E dal momento che la risposta dei pazienti fu subito positiva, medici e infermieri si attivarono immediatamente per cercare di formalizzare e rendere continui questi interventi. Nel tempo, l’utilizzo della musica come strumento terapeutico si è evoluto in differenti approcci metodologici, che variano da quello pedagogico, a quello psicoterapeutico, a quello psicoacustico. Dal campo della salute quindi ‒ come strumento educativo, terapeutico, di prevenzione, riabilitazione, sostegno e in varie condizioni patologiche e parafisiologiche ‒, al campo del benessere ‒ come mezzo per ottenere un migliore equilibrio e una maggior armonia psico-fisica ‒. Questi percorsi di terapia musicale si propongono, quindi, di intervenire in soccorso di bambini, ma anche di ragazzi e di adulti, che presentano vari disturbi o malattie. Con la musicoterapia si ‘combattono’ disturbi della comunicazione, disturbi dell’umore, disturbi somatoformi (sindromi da dolore cronico), disturbi del comportamento alimentare (anoressia nervosa), disabilità motorie, ritardo mentale, disturbi generalizzati dello sviluppo, disturbi da deficit di attenzione e iperattività, disturbi d’ansia, disturbi psicotici, ma anche morbo di Alzheimer (e altre forme di demenze) e morbo di Parkinson. Perché la musica avvicina, unisce, mette in contatto e consente a una persona malata di poter esprimere e percepire le proprie emozioni, dandogli la possibilità di mostrare o comunicare i propri sentimenti e stati d'animo.
Su individui affetti da autismo (cioè individui che si trovano in una condizione patologica per la quale tendono a rinchiudersi in sé stessi, rifiutando ogni comunicazione con l'esterno), ad esempio, il suono rappresenta uno dei pochi mezzi del mondo esterno capace di instaurare un dialogo, favorendo l'inizio di un processo di apertura.
Ma, in generale, la musicoterapia si rivolge a tutti. Infatti, la musica può risultare utile anche nella terapia delle emicranie, per la cura dell’insonnia, per combattere l’ansia e la depressione.
Efficace anche nel favorire il rilassamento, come avviene, ad esempio, per quelle melodie che fondono una particolare tecnica della musicoterapia a onde basse, con il genere musicale ‘ambient’ (genere che riesce a creare atmosfere particolarmente soft e meditative, grazie a sonorità eteree e morbide e grazie all’assenza di una ritmica ossessiva). In ‘Psychoacoustic Brain Power’ si è osservato, infatti, che, sottoponendo un soggetto all’ascolto di melodie appositamente studiate, che associano le due componenti (psicoacustiche e ‘ambient’), si favorisce il progressivo passaggio dell’ascoltatore dallo stato vigile al rilassamento psicofisico profondo.
Così come alla musica di Mozart, è stato riconosciuto il ‘potere’ di determinare un rafforzamento dei processi e delle abilità cognitive dell’individuo e un incremento del ragionamento spazio-temporale.
Ascoltare i brani preferiti mentre si studia o si fa jogging aumenta la capacità di migliorare le prestazioni fisiche (una sorta di doping naturale). Non a caso, in diverse maratone internazionali, ai corridori è stato vietato l’uso di auricolari durante le gare. Perché la ‘trasmissione’ delle melodie nelle orecchie avrebbe permesso loro di ottenere risultati più soddisfacenti. 

La musica che droga? Tutta una bufala
Nel 2008, un preoccupante comunicato del Gat (Nucleo speciale frodi telematiche della Guardia di Finanza) fece esplodere in Italia uno stato di allarmismo di proporzioni gigantesche. Oggetto dell’allarme fu la scoperta della ‘cyber droghe’: ovvero, di alcuni particolari brani musicali e sequenze sonore che viaggiavano su frequenze molto basse – comprese fra 3 e 30 Hertz, dunque infrasuoni, cioè suoni non udibili dall’orecchio umano –, accusati di agire direttamente sul cervello e di provocare reazioni che andavano dall'eccitazione al rilassamento. Capaci di causare, quindi, gli stessi effetti causati dalle droghe tradizionali. 
Secondo gli investigatori, i file audio ‘stupefacenti’, battezzati I-dose, erano ritenuti ancor più pericolosi perché facilmente reperibili su internet, anche gratuitamente. Nonostante molteplici ‘ritrattazioni’ da parte della stampa (in molti, infatti, si erano ‘bevuti’ la storiella delle ‘dosi’ virtuali), sono ancora molte le persone che sul web chiedono se esista realmente la musica che droga. Ma la storia era solo una immane bufala. E gli unici a manifestare gli ‘effetti allucinogeni e collaterali’ delle cyber droghe furono le Fiamme Gialle. Rimediando una terribile figuraccia prendendo quel grosso granchio.


Periodico Italiano Magazine - Direttore responsabile Vittorio Lussana.
Registrata presso il Registro Stampa del Tribunale di Milano, n. 345, il 9.06.2010.
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