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4 Aprile 2020

Pensiamo al futuro perché esiste il passato

di Carla De Leo
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Pensiamo al futuro perché esiste il passato

Studi scientifici dimostrano che il cervello utilizza i ricordi per ‘costruire’ immagini realistiche e dettagliate di fatti non ancora avvenuti. Ed è proprio là dove la memoria è più vivida e ricca che la mente riesce a viaggiare molto lontano, impedendoci di immaginare un futuro con una fine

Chi, prima di un romantico ‘tête à tête’ o di un importante appuntamento di lavoro, non ha già ‘costruito’ nella sua mente la situazione che sta per vivere?
Pensare al futuro e riuscire a immaginarlo nei dettagli, dando vita ad azioni, scenari, persone o a parole che ‘diremo’, è prerogativa ‘innata’ e inevitabile dell’essere umano. Recenti studi scientifici sostengono, infatti, che tutti pensano al futuro. E lo fanno, in media, 59 volte al giorno: circa una volta ogni 16 minuti nelle ore di veglia.
Pensieri, proiezioni e buoni propositi, non sono altro che ‘immagini mentali’ di fatti non ancora accaduti, che avverranno in futuro o che, molto probabilmente, nemmeno accadranno mai. E non solo. Secondo i dati rilasciati dall’Università di Liegi, in Belgio, anche nei momenti di ‘inattività’, i pensieri della ‘mente errante’ (cioè, i pensieri che affiorano quando non facciamo nulla o che non hanno a che fare con il compito che stiamo svolgendo in quel momento) sono rivolti a cose non ancora accadute. Questi pensieri, tra l’altro, sono vividi, le immagini sono dettagliate e i discorsi sono lunghi, articolati e con un senso (il famoso ‘rimuginare’ tra sé). 
Ma come facciamo a costruire scenari ai quali non abbiamo assistito? ‘Attingendo’ dal nostro passato. Gli studi in materia sostengono, infatti, che la ‘fonte’ dei viaggi mentali nel futuro stia nella ricombinazione di eventi passati e di esperienze vissute, memorizzate nella memoria episodica. In sostanza, il cervello umano ‘preleva’ e mette insieme tutta una serie di informazioni che provengono dai nostri ricordi. La tesi sembra essere confermata anche dalla constatazione che pensare al presente non differisce, dal punto di vista neurologico, dal pensare al futuro. Studi di ‘brain imaging’ hanno verificato che l’attività cerebrale, le zone deputate ai ‘viaggi mentali’ (nel passato e nel futuro) e i meccanismi cognitivi da cui dipendono sono gli stessi: in entrambe le situazioni sono stati dimostrati elevati gradi di sovrapposizione dell’attività neurale nella corteccia prefrontale, nel lobo temporale mediale e nelle regioni posteriori (Fonte: ‘New Scientist’. Intervista a Daniel Schacter, psicologo della Harvard University). L’ipotesi secondo cui la memoria non serva soltanto a ricordare sembra, quindi, superata:  passato e futuro non sono più così distanti, né antitetici.
Ulteriori conferme provengono da ricerche condotte su pazienti colpiti da amnesie: in questi casi, le persone che hanno perso la memoria sono del tutto incapaci di ipotizzare cosa faranno tra un’ora, domani o tra un mese. E questo perché, come ricordano Gianfranco Dalla Barba – docente di neuroscienze cognitive all’Università di Trieste – e il professor Endel Tulving – del Rotman Research Institute di Toronto –, la memoria episodica, ovvero l’autobiografia interiore e personale, ‘si perde’ e la mente appare come una ‘tabula rasa’, cioè completamente vuota. Sembra inevitabile quindi la correlazione tra i ricordi e la capacità di andare ‘oltre’ e viaggiare nel futuro. Relazione che è tanto più forte quanto più ricco è il ‘bagaglio’ della memoria personale.
Esempio ‘illuminante’ ce lo offrono i bambini. Nel periodo dell’infanzia – età in cui l’autobiografia personale non ha ancora accumulato e memorizzato i ricordi ‒ non si è consapevoli che il dolore per essersi schiacciati un dito passerà. I bambini vivono nel presente. Non sanno cosa sia ‘ieri’ o ‘domani’ (‘ieri’ si riferisce, infatti, ad ogni azione svolta nel passato e ‘domani’ a tutto ciò che si svolgerà nel futuro) e iniziano ad immaginare il futuro solo dopo i 3-4 anni. E solo dopo i 16 anni questa capacità si arricchisce di dettagli, diventando analoga a quella degli adulti. 
Al contrario, gli anziani manifestano notevoli capacità di viaggiare indietro e in avanti nel tempo. Più la loro memoria e i loro ricordi sono nitidi e vividi, tanto più riescono ad andare molto lontani con la mente. Nonostante la razionale consapevolezza che l’età avanzata li avvicini sempre più al momento della morte, il cervello continua ad elaborare il ‘domani’ perché non contempla la possibilità di un futuro con una fine.
Ma attingere dal passato per ‘costruire’ il futuro non significa che quelle situazioni immaginate si verificheranno davvero, né implica che le previsioni stimate per la realizzazione di un progetto futuro rispetteranno i tempi valutati. In questo caso, il futuro è ‘miope’ e la memoria influisce erroneamente sulla nostra percezione e sulle nostre scelte, in particolare sui processi di giudizio e stima. Nello specifico, riusciamo a pensare meglio e più realisticamente a qualcosa, se l’evento da immaginare accadrà a breve. E dimostriamo, invece, più difficoltà ad immaginare un avvenimento lontano nel tempo. L’esempio è un ‘classico’: quando si chiede a qualcuno di stimare il tempo necessario per portare a termine un progetto, la stima si rivela sempre ottimistica. E l’accuratezza peggiora quanto più la scadenza è lontana. Questo accade  perché più ci proiettiamo nel futuro, tanto più siamo portati a pensare che domani avremo maggior tempo libero. Questo fenomeno, detto ‘Fallacia della pianificazione’, è una sorta di scherzo della mente, di inganno mentale, che porta a considerare il ‘domani’ meglio dell’oggi. Anche se le esperienze passate avrebbero dovuto ricordarci della ‘trappola’.
I ricordi del nostro passato rappresentano certamente un grande serbatoio, ma ‘predire’ il futuro basandosi sulla memoria non è, a quanto pare, un metodo efficace.
Anche perché le nostre esperienze personali, per quanto preziose, presentano sempre dei ‘buchi’. Inconsapevolmente, tutti operiamo una sorta di ‘selezione’ dei ricordi, eliminando o modificando a nostro piacimento quelli che riteniamo meno vicini alla percezione che abbiamo di noi stessi. Dunque, la memoria autobiografica si presenta come un puzzle al quale mancano molti pezzi. E di conseguenza, la previsione del futuro sarà un’immagine poco affidale. 
Ma il futuro, comunque, ‘ci viene incontro’ (secondo gli esperti è proprio così che lo immaginiamo). Ricordate solo che per avere successo bisogna ‘vedere’ il successo che avremo. Per perseguire un progetto, dobbiamo ‘vedere’ realmente la sua realizzazione.
Senza cadere in buchi, fallace e scherzi della mente.   


Periodico Italiano Magazine - Direttore responsabile Vittorio Lussana.
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