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14 Aprile 2021

Sperimentazione, ricerca e farmaci: quale la risposta contro il Covid 19?

di Valentina Spagnolo
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Sperimentazione, ricerca e farmaci: quale la risposta contro il Covid 19?

Quanto accaduto in questi mesi ci conduce a rivalutare il valore e la professionalità di medici, infermieri e operatori sanitari, ma sono in arrivo buone notizie sul fronte dei vaccini

Di fronte a ciò che la pandemia da Covid-19 ha mostrato in questi mesi, in un contesto totalmente allarmante e fuori controllo per tutti, la prontezza dei nostri medici e operatori sanitari è risultata deontologicamente eroica e preziosa. Essi hanno potuto affrontare la gravità della situazione attivandosi, fin dall’inizio, in uno stato di penuria di strumenti e medicinali, cercando di utilizzare i macchinari già in dotazione. Avendo pochi strumenti, infatti, sono stati razionalizzati gli usi degli stessi e, nell’immediatezza, si è congegnato un metodo per sanificare le tute d’isolamento grazie anche all’intervento di numerosi corpi di volontari, che hanno contribuito all’assistenza e alla salvaguardia dell’incolumità degli stessi medici, nonché di molta parte della cittadinanza. L’assenza delle mascherine adatte alla respirazione è stata, per tutti e sin dall’inizio, un allarme. Così come l’assenza delle attrezzature e di ogni mezzo necessario per poter assistere ogni degente e paziente che aveva contratto il virus. Le difficoltà iniziali sembravano insormontabili: chi risultava positivo al Covid 19, spesso presentava una ridotta manifestazione dei sintomi. Da qui, l’importanza fondamentale dei tamponi, sia per la profilassi, sia per i prelevamenti. Lo stesso personale sanitario si è scoperto soggetto all’epidemia pandemica e ha ritenuto importante lo sviluppo di un vaccino non limitato esclusivamente alla prevaccinazione, ma anche a fini d’intervento futuro, in caso di nuovi o eventuali focolai. Quotidianamente, la professione medica si espone sempre a un rischio. Ecco perché abbiamo improvvisamente scoperto quanto sia socialmente corretto dare un giusto valore sia agli operatori sanitari, sia alle loro strutture: per garantire a tutti il diritto alla salute. Il contagio pandemico, iniziato nella città cinese di Whuan, diversamente da ciò che è avvenuto a Lodi e considerando il numerMacchinari_terapia_intensiva.jpgo significativo della popolazione contagiata, ha generato un allarme che ha condotto le autorità cinesi a una quarantena severa e quasi immediata. Qui in Italia, invece, l’obbligo all’isolamento è stato annunciato soltanto in un secondo momento. Inoltre, la mancanza degli strumenti di protezione necessari per i medici ha inciso profondamente, generando una condizione di stress sanitario a dir poco allarmante. E non ci riferiamo solamente alle mascherine, ma anche alla carenza dei ventilatori e della varie apparecchiature, importantissime per le terapie intensive e sub-intensive. In ogni caso, ora che l’emergenza sembra finalmente rientrare, a fini di prevenzione di una possibile seconda ondata bisogna capire cosa può accadere sul fronte dei vaccini e le evoluzioni della ricerca per i farmaci. Intorno alla sperimentazione iniziata a Pomezia, in provincia di Roma, c’è ottimismo: si tratta di una ricerca di laboratorio italo-britannica, che ha lavorato, in questi mesi, su un derivato dell’adenovirus: un virus blando tipico degli scimpanzé, ma geneticamente modificato, in modo da attrarre una parte del coronavirus. Una volta immesso nell’essere umano, il vaccino dovrebbe essere in grado di sviluppare una risposta immunitaria preventiva nell’organismo, affinché riconosca il Covid 19 e possa sconfiggerlo. Si pensa che questa terapia sia quella giusta. Il coronavirus è infatti rivestito da proteine ‘appuntite’, i cosiddetti ‘spike’, i quali fungono da ‘passepartuot’ nel penetrare e infettare le cellule umane. Il vaccino studiato a Pomezia impara a riconoscere gli ‘spike’ e a difendersi preventivamente, provocando una reazione immunitaria che impedisce alle proteine ‘appuntite’ di entrare in azione. Quel che ci porta a sperare è il fatto che gli altri due partner britannici, tra i quali l’Università di Oxford, hanno deciso di passare direttamente alla sperimentazione sull'uomo, ritenendo sufficientemente testata la non tossicità e l'efficacia stessa del vaccino, sulla base di alcuni risultati di laboratorio, i quali hanno dato esiti particolarmente positivi. Una volta che la fase del test sarà completata, si potrà cominciare la campagna vaccinale sulle persone, a cominciare da quelle più esposte al rischio: medici, operatori sanitari e forze di polizia.

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