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14 Aprile 2021

La leggenda del Morselli Basket

di Roberto Labate
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La leggenda del Morselli Basket

Qualche anno fa, in un bar di Pesaro, un piccolo circolo sportivo che prende il nome da un letterato ed esploratore pesarese del XIX secolo, nacque la squadra di pallacanestro più improbabile che si potesse immaginare

A Pesaro, come si sa, da sempre si gioca e si ‘respira’ uno sport: il basket. Una specialità inventata ed esportata qui da noi dagli americani dopo la seconda guerra mondiale e recepito, negli anni ’40 e ’50 del secolo scorso, da Agide Fava: un 'omone' che lo adottò come sport cittadino, da praticare in vecchie palestre, fino ai palazzi e palazzetti dello sport di proporzioni faraoniche. Questa storia è quella di una piccola squadra, una di quelle che gareggiava in uno dei tanti campionati minori, in una città dove tutti giocano a basket, in cui ci si conosce e ci si frequenta sin da ragazzi praticando questo sport e in cui i campi di pallacanestro pullulano ovunque, anche all’aperto. Va detto sin da subito che erano gli anni della crisi: la più terribile crisi economica del dopoguerra. Nei bar, come succede spesso, ci passavano il tempo i ragazzi più marginalizzati, quelli che sarebbero degli studenti, ma che all'università combinano ben poco e che, in quell’epoca di recessione, non vedevano prospettive. Per non parlare dei cassaintegrati, dei licenziati e degli ‘sfigati’ di tutti i tipi, che spesso finiscono nei bar per passare il tempo, dato che a casa, per loro, l’aria si fa irrespirabile. Fu in questo contesto che nacque il ‘Morselli Basket’, in un periodo di crisi nera che conobbi benissimo anch’io. Fu proprio per reagire a quello stato di cose, alla passività o all’inerzia, che due amici, il ragazzo che gestiva il circolo e il sottoscritto, ebbero l’idea di far nascere una squadra di basket e di predisporre le pratiche per l’iscrizione al campionato di seconda divisione: il livello più basso, per una compagine del genere. Potevano partecipare e presentarsi agli allenamenti tutti quelli che volevano, che si conoscevano o che frequentavano il bar, io compreso. Durante questi fantomatici allenamenti non impiegai molto tempo per rendermi conto che, a 40 anni ‘suonati’, anche un giovane molto scarso poteva farmi fare brutte figure. Per cui, non ci misi molto a finire in panchina, come secondo e, poi, come primo allenatore. Arrivò il giorno del debutto, in una palestra sotto uno strano pallone aerostatico, dove vennero a vederci eDebutto.jpg a tifare praticamente tutti i ragazzi del bar. Portai anche una telecamera portatile per celebrare l’evento e tutti, ancora oggi, possono vedere queste partite assurde e intensissime digitando ‘Morselli Basket’ su Youtube.
Il debutto fu vittorioso per motivi quasi inspiegabili: eravamo, infatti, la squadra tecnicamente più scarsa che avessi mai visto. Lo eravamo tutti, i giocatori e, probabilmente, anche l’allenatore (io). Ma c’era una qualità di fondo, difficilmente comprensibile: questa formazione di ‘reietti’, di ragazzi che nella vita non avevano vinto nulla, accompagnati da amici che spesso se la passavano male quanto loro, possedeva micidiali motivazioni di rivalsa, una carica e un agonismo mai visto. Una serie di qualità psicologiche e di entusiasmo grazie alle quali la Morselli Basket divenne semplicemente imbattibile: non perdeva mai. Piano piano, partita dopo partita, cominciò a diffondersi la storia, che divenne una specie di leggenda metropolitana: una squadra di ‘scarponi’ che non perdeva mai, neanche a morire. Eppure, avevamo i nostri avversari e le nostre difficoltà. Un giorno, un ragazzo che ci seguiva, uno grosso, detto ‘il Toro’, che in genere si occupava del servizio d’ordine, mi disse che suo padre, a Palermo, era stato rapinato dopo che aveva prelevato la pensione. Lui era un cassaintegrato che si era trasferito a Pesaro. Lo incontro ancora, ogni tanto, poiché è sorto un legame d’amicizia indissolubile, nato proprio nel 'circolo Morselli' e nel 'Morselli Basket'. In seconda categoria, va detto, non esiste servizio d’ordine o i Carabinieri che vengono schierati come nelle partite di serie A. Pertanto, in trasferta, nei paesini del pesarese, poteva succedere di tutto. Si conosceva gente simpatica, di Pergola, di Sant’Angelo in Vado, di Cagli, ma poi in campo poteva accadere di tutto. E dagli spalti poteva piovere ogni cosa.
Ci furono partite rocambolesche: la nostra avversaria principale era la Vadese, la squadretta di Sant’Angelo in Vado, un paesino dove una volta andammo in trasferta con un pullman noleggiato. Fu una di quelle imprese epiche: arrivammo con mezz’ora di ritardo, a causa di una ‘pausa-caffè’. L’arbitro, già irritato dal nostro ritardo, non ci fece neppure riscaldare: iniziammo a freddo e andammo subito sotto di 10-15 punti. Poi, come sempre, iniziammo la rimonta. Il Morselli Basket, infatti, rimontava sempre, non moriva mai. Tra fischi, spintoni e azioni improbabili, tornammo in pari proprio allo scadere. Solo che avevo già 5 giocatori espulsi e solo 5 in campo, quindi non potevo fare cambi. Nel primo tempo supplementare, l’arbitro riuscì a espellere un altro dei nostri, così ci ritrovammo in 4 contro 5. Ma incredibilmente, alla fine della prima frazione eravamo ancora alla pari. Nel secondo tempo supplementare, il secondo arbitro riuscì a espellere un altro giocatore dei nostri. Eravamo in 3 a giocare, contro 5. Non si era mai vista una cosa del genere: nelle scuole giovanili di pallacanestro, nessuno insegna a giocare in 3 contro 5. Ma incredibilmente, dato che il morale era l’unica cosa che non mancava mai, ci dicemmo che non potevamo perdere. E lo urlammo a tutti: all’arbitro, agli avversari e al pubblico, che quasi ci tirava i motorini in campo. Alla fine del secondo tempo supplementare eravamo ancora alla pari, nonostante fossimo in 3. Giocammo tutto il terzo supplementare in 3 e l’arbitro pensò bene di espellere qualcuno anche dei nostri avversari, per far vedere che non era troppo 'casalingo', ma alla fine del terzo supplementare eravamo ancora in perfetta parità. Poi, l’arbitro non ce la fece più e abbandonò la direzione di gara. Se ne andò, poiché sottoposto a troppe sollecitazioni, incapace ormai di controllare una partita che sembrava più una ‘corrida’ di paese che altro. La partita finì lì: il Morselli Basket, anche quella volta non aveva perso dopo la partita più lunga e incredibile mai giocata e festeggiammo con lo spumante negli spogliatoi. Poi, nel girone di ritorno, quando incontrammo la Vadese in casa. E, ovviamente, vincemmo. Anche quella fu una partita ‘tiratissima’, ma il ‘Morselli Basket’ ormai non poteva più perdere: era nata la leggenda. E infatti, vincemmo tutte le partite per 3 anni di fila: un record ineguagliabile per qualsiasi serie e sport, pur rimanendo iscritti nella categoria più bassa possibile della pallacanestro italiana.

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