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13 Dicembre 2017

Le 200 cime di Francesco Mancini

di Ilaria Cordì
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Le 200 cime di Francesco Mancini

Questo giovane avvocato romano con la passione per ‘l’appenninismo’, innovativa variante della più classica pratica sportiva dell’alpinismo, ci parla delle vette da lui raggiunte in questi anni, tutte scalate regolarmente a piedi 

In totale controtendenza rispetto alle mode del momento, che vedono la maggior parte delle persone tradurre la voce 'moto' in lunghe ore di palestra, esistono individui amanti di un’attività fisica all'aria aperta (a stretto contatto con gli splendidi scenari naturalistici del nostro pianeta) che di quest’ultima non possono proprio farne a meno. Esempi di uomini che grazie all’attività fisica riscoprono il proprio ‘Io’ interiore. Sì, perché camminare fra i boschi o scalare le montagne va ben oltre il semplice praticare uno sport o una passione: lo potremmo definire quasi affrontare un ‘karma salutare’. Vi pare esagerato? Secondo l’avvocato Francesco Mancini, impiegato di professione ma ‘appenninista’ con il cuore, no: in 22 anni ha scalato oltre 200 cime, esperienze che  – dopo la laurea – lui classifica come più belle della sua vita, soprattutto in termini di soddisfazione interiore. Mancini fa parte della famosa associazione italiana ‘Club 2000 m’ (presidente: Giuseppe Albrizio; segretario: Claudio Carusi) che ha lo scopo principale di ‘mappare’ interamente l’Appennino centrale italiano al fine di consentire agli appassionati di trekking un approccio con le montagne appenniniche che differisca, essenzialmente, da quello tradizionale. L’appenninista romano, inoltre, ha recentemente raggiunto la sua 200esima cima: il monte Petroso, vetta difficile e poco accessibile a causa della sua pericolosità. “Le montagne non devono avere limiti umani, ma il divieto dev’essere imposto dalla stessa montagna”: questo è uno dei motti che il nostro intervistato ci ha riportato nel racconto delle sue esperienze, finalizzate a sensibilizzare coloro che vorrebbero approcciarsi a questo sport quasi ‘estremo’.

Francesco Mancini, quando e da cosa è nata l’idea di scalare 200 cime del nostro Appennino? Può raccontare ai nostri lettori i momenti salienti della sua esperienza?
“Ho iniziato circa 22 anni fa ad andare in montagna grazie a una passione nata nel mio ‘Io’ interiore. Inizialmente, uscivo con dei compagni più esperti di me circa una volta a settimana e, questi ultimi, mi hanno trasmesso l’amore per tali esperienze. Successivamente, mi sono iscritto al Club alpino italiano - il Cai - valido strumento per iniziare un percorso di un certo tipo legato alla montagna, nonché connesso a esperienze e sensazioni che si provano con il passare del tempo. A causa dei numerosi problemi dovuti alle morti avvenute in montagna, il Cai ha stabilito itinerari da seguire rigorosamente, anche nel periodo estivo. A questo punto, ho iniziato a muovermi da solo, sebbene in alcuni percorsi e sentieri non battuti non ci si dovrebbe mai andare. Nella stagione invernale, invece, bisogna svolgere uno studio specifico relativo alla tipologia di montagna che si intende affrontare, al genere di ‘cresta’, al tipo di neve e via dicendo. Inoltre, prima di approcciarsi alla scalata è necessario avere un tipo di attrezzatura che serva a superare i primi passaggi impegnativi ma non estremi”.

Come sta cambiando l’approccio ‘culturale’ nei confronti della vita in montagna?
“Sta cambiando attraverso una serie di iniziative maggiormente legate al senso civico: circa 3 anni fa, per esempio, si sono uniti tra loro alcuni escursionisti e semialpinisti che hanno fondato un’associazione con il nome di ‘Club 2000 m’, prendendo spunto dalle associazioni del nord Italia (Club 3000 m, Club 4000 m e altre di questo genere…). La nascita di tali associazioni ha infatti introdotto un nuovo modo di affrontare la montagna, che non si basa più esclusivamente sulle escursioni, ma vuole andare a riscopre i sentieri non battuti, tutti quei percorsi fatti dai nostri avi quando esisteva la ‘transumanza’. Sono percorsi abbandonati anche dalla Forestale, la quale nel corso degli anni ha modificato il proprio lavoro, trasformandosi da organo che doveva curare la natura a corpo piuttosto ‘burocratizzato’ di controllo del territorio. I Forestali, ormai, sono praticamente diventati degli impiegati pubblici. Il Cai, invece, essendo composto prevalentemente da volontari, amanti e cultori della natura, garantisce un lavoro teso a rendere più agevoli i percorsi che conducono ai rifugi per turisti. Il ‘Club 2000 m’, per esempio, ha mappato tutti i tracciati dell’Appennino centrale italiano. I tratti appenninici da me percorsi sono relativi alle cime presenti nei vari parchi italiani e fanno parte delle 250 vette identificate morfologicamente sia a livello storico, sia territoriale e locale. Un mio progetto ancor più particolare, infine, è quello di un attraversamento che parta dal monte Cimone fino ad arrivare alle cime del Pollino, così da meritare il grado di ‘grande appenninista’ e, successivamente, di ‘grandissimo appenninista’. Attualmente, infatti, sono ‘medio appenninista’. In ogni caso, dopo la mia laurea in legge, tutto questo ha rappresentato l’esperienza più bella della mia vita, soprattutto in termini di soddisfazione interiore”.

Che consiglio vorrebbe dare a tutti coloro che preferiscono vivere una vita sedentaria, anziché cimentarsi in attività fisiche di qualsiasi tipologia?
“Sono un ‘salutista’ convinto: la salute per una persona dev’essere la costante più importante, poiché è fondamentale per la nostra esistenza. Per me, lo sport è stato uno dei capisaldi principali della vita. In relazione alla montagna, pratico moltissimo esercizio fisico. Per esempio, tre volte a settimane svolgo una preparazione ‘cardio’ legata al fiato, tapis roulant e pesi, per tenere allenata la mia massa muscolare, sebbene io non sia il classico ‘palestrato’…”.

L’argomento salute, in termini sociali, sembra più un ‘tabù’ che una certezza: per trovare finanziamenti, malati e non decidono di lanciarsi secchiate d’acqua gelata o inveire quasi tutti i giorni con manifestazioni e proteste. Secondo lei, la ricerca odierna ha le basi sufficienti per garantire un futuro a tutti coloro che attendono con trepidazione l’uscita da quel tunnel chiamato ‘malattia’?
“Io, purtroppo, vedo sempre il bicchiere mezzo vuoto: il cittadino italiano non ha la consapevolezza, né la coscienza civica, per fare qualcosa per gli altri. Questa è una realtà di tutti i giorni, in cui prevale una forma di egoismo imperante. Secondo me, certe manifestazioni aiutano le associazioni, per esempio le Onlus, ma anche queste iniziative sembrano aver raggiunto anch’esse una forma di ‘inflazionamento’. Dunque, sorge spontanea nella mente delle persone una sorta di assuefazione, che alla fine estremizza ulteriormente l’egoismo individualistico, o un eccessivo ‘ripiegamento’ nel privato”.


Periodico Italiano Magazine - Direttore responsabile Vittorio Lussana.
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