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24 Marzo 2019

Bunker: una discesa nell'incubo degli 'anni di piombo'

di Emanuela Colatosti
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Bunker: una discesa nell'incubo degli 'anni di piombo'

Al Teatro Tor Bella Monaca è andato in scena, nei giorni scorsi, lo spettacolo ‘Bunker’, una co-produzione con lo Studio Uno di Torpignattara: la storia di tre vite rinchiuse in un nascondiglio col loro sogno politico da realizzare

Già fuori dalla sala, in attesa di entrare per vedere ‘Bunker’, Ludovica Avetrani e Martina Caronna iniziano a creare un’atmosfera familiare, servendo caffè e biscotti. Una volta che le mascherine hanno guidato gli spettatori al proprio posto, la sensazione è quella di iniziare la discesa di una 'scala a chiocciola'. La vista è catturata dalle pile di oggetti accatastati l’uno sull’altro, dall’aria di essere coperti da un dito di polvere, o anche più. Libri, radio, tazze di caffè, macchine per scrivere, una cyclette, un paravento di paglia, una brandina celata sotto una coperta. L’accumulo di disordine e confusione raggiunge i piedi del palcoscenico, abbracciando il pubblico. Ad avvolgere la scenografia c’è un tappeto sonoro cantautorale. Non ci si interroga sulla scelta di Rino Gaetano, che riesce a sovrastare il chiacchiericcio del pubblico in attesa. Semplicemente, si ringrazia il ‘buon gusto cantautorale’ de ‘I Canisciolti’, compagnia teatrale ‘artigianale’, che ha preso in carico un copione che porta la firma di Roberto Nugnes. Le luci si affievoliscono e ‘A mano a mano’ si diffonde per la sala in una veste elettronica gradevolissima, curata da Mattia Messina. Si sente il tiro dello sciacquone, poi si vede Tullio (Biagio Iacovelli) svelare la propria presenza in scena da dietro un paravento, seguito a ruota da Walter (Matteo Antonucci), già sdraiato sotto la coperta sulla brandina, svegliato dalle deliranti cronache del coinquilino. Anche il pubblico è nel ‘bunker’, che potrebbe essere tranquillamente un appartamento, insieme a due anarchici in fuga dalla polizia, poiché responsabili di un attentato terroristico. Impossibile determinare da quanto tempo si nascondano. Fatto sta che i dialoghi tra Walter e Tullio sono impregnati di egoismo e autoreferenzialità, di caffè e alcool. Nelle conversazioni, caratterizzate da un’ironia tagliente con cui gli attori si prendono in giro, emergono le loro differenze caratteriali, che trovano un unico denominatore nell’impegno per l’instaurazione di una società diversa. Biagio e Matteo fanno gradualmente sprofondare il pubblico nei loro battibecchi. Ma dietro il sogno anarchico condiviso, ci sono l’infantilismo e l’impulsività ingenua di Tullio, affiancate alla determinazione idealista e quasi religiosa dell’ateo Walter. Il ‘Bunker’ non è una finzione scenica, bensì sembra essere generato dalle quattro mura della sala. L’atmosfera si fa pesante, perché labunk4mod.jpg disperazione serpeggia nell’ilarità generale. A portare periodicamente viveri e notizie dall’esterno è Angelica (Miriam Messina): le sue comparsate non sono sufficienti a diradare la concentrazione di anidride carbonica nel nascondiglio. Nonostante abbia una vita al di fuori del ‘bunker’, una volta varcatane la porta resta vittima delle psicosi del rifugio. I quattro quadri dello spettacolo sono in piena accelerazione, insieme all’apnea del pubblico in attesa di sapere come si chiuderà la vicenda. Ma è la speranza ad avvelenare l’aria: la speranza che i compagni anarchici possano essere raggiungibili. E Angelica ha nel nome il suo ruolo: l’annunciatrice della novella. Ad abbattere la quarta parete ci sono pochi riferimenti testuali e, soprattutto, l’intervento della regia di Luca Pastore, che dà una forma coinvolgente ed efficace a uno spettacolo che oscilla tra onirismo e crudo realismo. Miriam, Biagio e Matteo fendono, infrangono e poi distruggono ogni barriera tra la messa in scena e il coinvolgimento dello spettatore, catturato dalla loro professionalità. Le pagine insanguinate della Storia d’Italia all’alba degli 'anni di piombo' sono più di un pretesto: sono lo sfondo concreto che avvolge un ‘esperimento’ privo di sbavature sull’esasperazione delle dinamiche relazionali di alcune culture ‘appartamentate’, che ‘I Canisciolti’ hanno restituito con una rappresentazione efficace e convincente. Infine, il ‘nastro dialettico’ viene riavvolto e lo spettacolo ricomincia. Oppure continua.

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NELLA FOTO: MATTEO ANTONUCCI, BIAGIO IACOVELLI E MIRIAM MESSINA

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