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diretto da Vittorio Lussana
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23 Ottobre 2019

Carlo Strazza e la Banda Kurenai

di Vittorio Lussana
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Carlo Strazza e la Banda Kurenai

Vittorio Lussana incontra il protagonista e la compagnia di 'My name', la performance presentata al Roma Fringe 2013. Definito dai suoi stessi autori 'lo spettacolo incomprensibile', il lavoro prodotto dalla compagnia genovese è in realtà un intelligente e sofisticato attacco agli schematismi della nostra società

Durante il Roma Fringe Festival 2013, il delizioso 'contest' teatrale recentemente svoltosi presso il quartiere San Lorenzo della capitale, la nostra redazione si è imbattuta in una compagnia di artisti genovesi assai divertente: la Banda Kurenai. Questo gruppo, decisamente particolare, è composto da Raffaella Russo (regista e formatrice teatrale non convenzionale), Carlo Strazza (attore e uomo sensibile), Anna Russo (organizzatrice con il fuoco dentro) e Davide Aloi (tecnico, falegname, tuttofare e filosofo). Al festival romano, la compagnia ha ben impressionato la critica con lo spettacolo 'My name', un testo di Raffaella Russo caratterizzato da un messaggio fortemente libertario, coniugato a un valore identitario individuale modernamente 'liberal'. La collega Carla De Leo, nella sezione di 'Periodico italiano magazine' dedicata al festival romano, così ha recensito l‘eccellente perfomance di Carlo Strazza sul palco: "Uno spettacolo dissacrante nei confronti della società moderna, in cui le persone vivono, si muovono e agiscono credendo di allineare le proprie scelte (standardizzate) con lo 'status' dell’individuo che, in quanto tale, è unico, irripetibile, libero e originale. Carlo Strazza, attraverso un forte ed esasperato linguaggio del corpo, è l’interprete dei possibili momenti di vita quotidiani (e idealmente rappresenta le azioni di tutti gli esseri umani) che, mano a mano, vengono 'incarnati' sul palco. L’esegesi della trama è sottile e procede in un crescendo che, alla fine, squarcia 'il velo di Maya', mostrando la realtà: le persone sono invischiate all’interno di una trama, abilmente intessuta e penetrata nelle fibre, credendo 'libere e consapevoli' decisioni che, invece, sono il frutto di precetti, norme e contaminazioni inalateci sin dalla nascita e comunemente accettate. In famiglia, a scuola o in chiesa ci insegnano cosa è giusto e cosa non lo è; quali atteggiamenti sono decorosi e da perseguire e quali non lo sono. Ma l’accettazione non avviene come conseguenza di una presa di coscienza: essa corrisponde, piuttosto, a un ipocrita 'comune sentire' che omologa le scelte, appiattisce le idee e globalizza, collettivizzandoli, i comportamenti individuali. All’interno di questa società non c’è spazio per le 'variabili': fermarsi e analizzare altre angolazioni, altre prospettive, altre possibilità è argomento da fannulloni e da drogati. Ciò che 'sta bene' è guardare avanti e procedere dritti, tutti 'felicemente' nella stessa direzione. A colui il quale scruterà il grande inganno, cercando di sottrarsi alla 'morte cerebrale' di una comunità a compartimenti stagni, così complessa ma così identica, l’unica via di fuga verrà vista nel celare il proprio nome. Il nome va preservato: è l’unico 'bene' che ci distingue dagli altri e ci rende unici. Uno spettacolo rivoluzionario". Eccovi, dunque, un resoconto del simpaticissimo incontro avvenuto con Carlo Strazza e la sua 'banda'.

Banda Kurenai, com’è nata l’idea di questo vostro originalissimo spettacolo?
Tutta la 'banda': "Mah… Eravamo al bar…" (risata generale).

Vi siete resi conto di aver proposto uno spettacolo di non semplice lettura per il pubblico 'medio'? Molti messaggi risultano 'criptici', per pochi…
Carlo Strazza: "Siamo abituati a non essere compresi immediatamente. Durante la prima esibizione, a un certo punto mi sono accorto che tutti erano persi nel vuoto, mentre voialtri vi divertivate come 'matti'. Per un attimo ho anche pensato che avevate bevuto qualche birra di troppo, o che foste un poco alterati. In seguito, ho compreso che stavate capendo veramente lo spettacolo".
La 'banda': "Prima di questo incontro eravamo soliti definire questo nostro lavoro: "Lo spettacolo incomprensibile". Adesso, ci toccherà modificare il comunicato stampa con la dicitura: "Uno spettacolo compreso da Vittorio Lussana e la sua redazione…" (viva ilarità, si ride).

Spieghiamolo, dunque, questo spettacolo: te la senti, Carlo?
Carlo Strazza: "Ma certo, figurati. Anzi, cominciamo proprio dal primo concetto, dal titolo: 'Ti faccio un esempio'. Succede da bambini, a volte no, seduti sul letto di notte con gli occhi spalancati e pensi: ecco, ora succede qualcosa, una cosa grandiosa, la guerra o il terremoto, qualcosa. Un qualcosa che ti costringe alla fuga, a scappare e scappare senza fermarsi mai, con i vestiti sporchi e le scarpe che si rompono. Correre e correre: non esiste più la casa, non esiste la famiglia, non esiste andare al parco, la cena non esiste e il pranzo la domenica tutti a tavola composti. La messa alla domenica: non esiste. Le scarpe strette, il pallone contro la finestra e il telefono che suona: non esiste. Sudare e sudare la notte con la mano nelle mutande e la mattina palloni contro la finestra: niente. Solo correre e gridare, correre e gridare, correre e gridare. "Sei un bravo ragazzo, non ce l'hai un lavoro? E cosa fai tutto il giorno sdraiato sul letto? Non lo vedi come soffre la tua mamma? E il povero papà"? Non esiste. Ti faccio un esempio, ascolta questa cosa: vuoi sapere il mio nome? Lo vuoi sapere? "Ma che cosa stai dicendo? Io lo so come ti chiami: te l'ho dato io il tuo nome…". No, tu me l'hai dato, ma ti stai sbagliando: tu hai dato un nome a qualcosa, ma non ero io. "Calmati bambino, calmati: ti preparo la minestra, ti preparo un bagno caldo, ti preparo…". Dammi i miei vestiti e stai zitta, per favore. Zitta, per favore. Zitta, per favore! Ecco, questo era l'esempio: l'hai capito, no? Un nome, una minestra e un bagno caldo: ecco tutto quello di cui abbiamo bisogno. Ma se poi pensi che questo non è vero, allora lo devi eliminare. Devi eliminare la voce, devi eliminare il problema, devi eliminare la traccia: devi riprenderti il tuo nome e ficcartelo bene in testa e lasciarlo lì. Devi uscire fuori e correre e gridare, solo correre e gridare, almeno per un po'. Poi ti fermi e diventi invisibile, diventi un fiato, un fantasma, l'alone di un'insegna luminosa: ecco cosa diventi, col tuo nome conficcato nella testa".

È la classica ricerca di un’identità reale, la condizione di molti giovani zavorrati da innumerevoli contaminazioni formali?
Carlo Strazza:
"È uno sguardo critico nei confronti di un’educazione fortemente contraddittoria, stracolma di imperativi assoluti e di modelli comportamentali imposti da un falso 'perbenismo': allacciati le scarpe, infilati la giacca, datti una pettinata, guarda dove metti i piedi, non saltare nelle pozzanghere, saluta la signora, sorridi al giornalaio, chiedi per favore, cedi il passo alle ragazze, non dire parolacce, informati prima di giudicare, stai lontano dai pericoli, sii aperto e disponibile, non parlare male del tuo prossimo, non lasciare le luci accese, tira lo sciacquone, lavati le mani, usa il filo interdentale, non mangiare le schifezze, tagliati le unghie, ricordati di santificare le feste e via dicendo…".

Insomma, una 'bordata' al paternalismo di massa?
Carlo Strazza:
"Sì. Come quando ti dicono: "Non gridare". Io adesso non mi metterò a gridare. Tu vuoi gridare? Accomodati. Urla, sputa, trova la tua faccia peggiore, mettiti il vestito migliore e vai, accomodati. Ti hanno detto che gridare non sta bene, ma è proprio per questo che adesso ne hai voglia, no? E se non te lo avesse mai detto nessuno? E se ti avessero detto di non sussurrare? Lo vedi che, alla fine, è una cosa come un'altra? Gridare o sussurrare è la stessa cosa: la stessa identica cosa".

A un certo punto, lo spettacolo analizza alcuni ambienti, o sarebbe meglio dire 'non luoghi', dell’attuale ideologia omologativa di massa, come per esempio i centri commerciali: ci illumini intorno al reale significato di questa parte dello spettacolo?
Carlo Strazza:
"A volte il problema è solo dove andare: cosa facciamo di bello, oggi? Dove andiamo? Facciamo una passeggiata in centro? Un giro per negozi? Un caffè macchiato caldo? No: si va al centro commerciale, con quella voglia, improvvisa e violenta, di possedere un televisore al plasma da 60 pollici. E non solo quello. Dunque, a un certo punto elenchiamo le caratteristiche alienanti di questi 'non luoghi': le porte elettriche, l’aria condizionata, le gabbie dei carrelli, lo zoo di luce bianca, il neon che spacca gli occhi, la filodiffusione, la musica fa schifo, cassette di carote, lattuga verde marcia, i figli nel cestello, tonno in scatola, crostini, pomodori rosso sangue. I soldi fan star male, se non li hai o se ne hai troppi. Il concetto di fondo è uno solo: la vita ti ama gratis e tu le sputi in faccia".

Ma non è un messaggio 'no-global'?
Carlo Strazza:
"No, è un messaggio 'io non': io non mi metto a pisciare per strada, io non ammazzo di botte il barbone, io non insulto la signora col cane, io non calpesto l'altrui dignità, io non nascondo i soldi al padrone, io non rubo le cose nei negozi, io non dò calci al bambino che urla, io non spingo la gente perché debbo passare, io non butto la carta per terra, io non scrivo sui muri le mie assurdità. E io non ti chiedo di fare lo stesso. Ho fatto i miei studi e sono stato un buon allievo, ma quando uno ha preso l'abitudine a essere un buon allievo non torna più indietro. Tu sei proprio sicuro di vederci bene? Si? Davvero? Bravo. Io no. Io non sono sicuro. Ogni volta che guardo qualcosa ho una sola certezza: che non sarà uguale all'ultima volta in cui l'ho guardata. Ecco perchè non vado in giro a vantarmi di vederci bene, di sentire bene, di avere un olfatto ottimamente sviluppato, di distinguere il dolce dal salato con facilità, di toccare qualcosa e percepirne la consistenza. Io non sento bene, annuso cose che chissà che odore hanno, assaporo gusti che chissà a cosa appartengono. Io tocco tutto, non un qualcosa in particolare. Dovresti pensarci prima di affermare che hai i cinque sensi ben sviluppati. Pensaci. E non fissarti sui particolari: i particolari ti 'fottono'. Guarda l'insieme: se proprio devi scegliere, scegli tutto e non qualcosa in particolare. Se proprio vuoi 'sparare', spara sulla folla e non su qualcuno in particolare. No? Insisto: elimina i dettagli. Provaci. Certo, è necessario avere un certo senso dell'umanità per farlo. Il  famoso sesto senso: il senso dell'umanità".

Parliamo di libertà…
Carlo Strazza:
"Bene: prendiamoci allora un momento, un momento soltanto. E osserviamo il nostro soggetto in un'atmosfera di calda serenità. Un momento. Il momento, come sai, è variabile. Tre minuti? Forse sei? Dipende dalla corrente di pensiero 'del momento', appunto. Poco importa: suggerisco un rilassamento sistematico delle spalle, piedi ben piantati a terra e sguardo pulito. Pulito. Godiamoci insieme una breve dimostrazione dal titolo provvisorio: 'La straordinaria libertà data dal non dover dimostrare nulla'. Si tratta del puro godimento nell'osservare le centinaia di variabili che un movimento comporta. E' importante: non chiedermi perché. Provaci tu stesso: a casa, dietro le tende, fuori dalla porta. Io dico: prendiamo in considerazione le variabili. Il bello è che non è necessario essere un drogato nullafacente per farlo. Lo dico perché so che qualcuno potrebbe pensarlo: del resto è così che ci hanno educato, no? La libertà delle variabili è una cosa da drogati, da fannulloni, da barboni, o da eroi. Molto bene, ecco tutto quello che tu non sei. Tu sei una persona perbene. Ripeti con me: lascia perdere". 

Lascia perdere…
Carlo Strazza:
"Adattamento riuscito…".

A un certo punto proponi un elogio della corsa: perché?
Carlo Strazza:
"Perché a star fermi, le gambe ti diventano dure e perdono l'abitudine alla corsa. Per cosa sono state create le gambe? Per starsene seduti tranquilli in un angolo, illuminato da una lampada scadente? Ecco, io dico di no. Non è per quello, no. Ti ritrovi in un posto che ha le tende tirate, la pentola sul fuoco, i panni stesi e un vago odore di muffa. Che cosa fai? Resti? Non credo. No, io credo di no. E allora ti ricordi che hai le gambe e che quell'angolo è soltanto un angolo che non esiste. La lampada scadente non esiste. E tutto il resto non esiste. E se in quel posto c'è qualcun'altro oltre a te, sappi che non esiste. Se insiste a parlarti, a dirti quello che devi fare, allora lo devi eliminare. Perché è giusto così. Perché se insiste, tu non puoi correre. E se non puoi correre, muori".

Un altro 'non luogo': la discoteca…
Carlo Strazza:
"L'ideale sarebbe, ora, che voi vi alzaste e cominciaste a ballare. Così: una bella danza frenetica e smisurata. Senza vergogna, senza paura. Una danza tutta intrisa di doppi sensi e scarsa moralità. Scarsissima. In una di quelle discoteche buie, equivoche, abitate da loschi individui e molte 'ombre'. Moltissime. Ballare: ecco cosa dovreste fare. Data l'altissima probabilità che ciò non accada, andiamo avanti…".

Va bene, chiudiamo allora con il vostro dissacrante 'attacco' al ritualismo cattolico: cosa si nasconde dietro a un funerale, per esempio?
Carlo Strazza:
"L’assenza di un qualsiasi significato: il calice in argento, l'ampolla col vassoio, il vino marsalato, l'acquasantiera elettronica, il fonte battesimale, il leggìo a stelo in plexiglas, il candeliere barocco, l'inginocchiatoio in legno massello, il portariviste a 4 ripiani, le candele votive, le candele intarsiate, le candele dipinte, l'altare in marmo di Carrara, le campane a muro, le stufette a piantana, le quarze alogene, la lampada in argento cesellata a sbalzo. Siamo tutti persone semplici. È così che si dice, no? Una brava persona era una persona semplice. Un bambino vivace, un ragazzino giudizioso, un ragazzo a modo, un uomo con la testa sulle spalle. Dopo 50 anni di onorato lavoro è mancato all'affetto dei suoi cari. Lo ricordano con amore la moglie, i figli e i parenti tutti. Era un brav'uomo: una persona semplice, con bisogni semplici, un lavoro semplice, una moglie semplice, una casa semplice, abitudini semplici, vestiti semplici, cibi semplici e pure genuini, che spesso vanno in coppia. Una fede semplice e incrollabile, due aggettivi che, messi insieme, trovo molto pericolosi. Modi semplici, amici semplici, una vita semplice. Ma con fantasie complesse, come tutti noi. "Semplice e complesso" dirà di lui la prostituta della pausa pranzo del giovedì, quella che, in modo semplice, assecondava le sue complesse fantasie. Non c'è rimedio a questo discorso: è la banalità fatta parola, l'assenza di qualunque senso, l'esclusione a priori dell'esistenza. Ecco cosa si nasconde dietro alla frase "era un un uomo semplice": praticamente, non esisteva. E così sia…“. (www.laici.it)

 

Un uomo semplice - tratto da My name


Periodico Italiano Magazine - Direttore responsabile Vittorio Lussana.
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