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21 Ottobre 2019

Dalla parte del ‘cattivo’

di Annalisa Civitelli
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Dalla parte del ‘cattivo’

Il Faust(O) di Mario Biondino, in scena al Teatro Trastevere di Roma dall'11 al 17 gennaio, ha saputo divertire il pubblico rileggendo in maniera originale quel concetto di ‘grandiosa malvagità’ che diventa metafora stessa delle nostre normali ‘torture’ quotidiane

Lo spettacolo andato in scena in questi giorni sul palco del Teatro Trastevere di Roma, intitolato Faust(O), per la regia di Mario Biondino, si pone esattamente a mezza strada tra il testo ‘marlowiano’ e le atmosfere ‘gothic’ del grande poema ‘goethiano’ del 1808. In questo caso, uomo e demone, ovvero vittima e carnefice, vengono appositamente inseriti all’interno di un rapporto di coppia, individuando spiritosamente quei meccanismi di possesso e di manipolazione che rendono il matrimonio moderno molto simile a una tortura ‘diabolica’. L’abilità del demone nell’assumere una serie continua di identità molteplici rende bene l’idea di una passività del protagonista, interpretato da Mirko Iaquinta, che stenta a ribellarsi da un patto di sangue ormai trasformatosi in una gabbia inutile. Alla fine, Faust(O) sceglie una soluzione inattesa pur di non cedere alla tentazione di diventare, a sua volta, un carnefice e scendere sul medesimo piano d’immoralità del divertente ‘diavoletto’, rappresentato dallo stesso Mario Biondino. I due attori sono entrambi convincenti nella loro recitazione, ma la nostra simpatia, lo diciamo subito, questa volta va tutta a favore del ‘cattivo’, ovvero di Margherita/Mefistofele, che Biondino ha voluto rivedere come una figura dispettosa e un po’ ‘beffarda’, in una parola: estremamente simpatica. Il vero protagonista di questo lavoro, secondo noi, è proprio il demone, poiché si rivela in forme e modi assai meno inquietanti del solito, trasformandosi in una sorta di personaggio meta-teatrale dai mille volti. Faust(O), invece, non ci ha convinti del tutto, nonostante le indubbie qualità recitative di Iaquinta: per lunghi tratti, sembra un personaggio puramente declamatorio e un po’ ‘balzano’: una sorta di ‘bamboccione’ perseguitato persino dalle telefonate della madre. Inoltre, l’uomo cade tra le ‘spire’ del proprio persecutore regolarmente e con tutte le ‘scarpe’, senza mai comprendere il gioco ‘dilatorio’ che Mefistofele mette in atto proprio al fine di ‘aggirare’ quello stesso ‘negozio giuridico’ concluso tra l’uomo e il ‘diavoletto’. In ogni caso, si tratta di uno spettacolo convincente, che ha saputo divertire il pubblico senza appensantirlo con questioni eccessivamente ‘intellettuali’, rileggendo in maniera originale quel concetto di ‘grandiosa malvagità’ che diventa metafora stessa delle nostre normali ‘torture’ quotidiane. Ottima, ribadiamo, l’dea di trasformare Mefisofele in uno ‘spiritello giocherellone’, che domina per larghi tratti la scena con i suoi imbrogli e le sue ‘sòle’, come si direbbe a Roma. Intrigante.


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